sabato 26 gennaio 2013

Cristianesimo e cultura (seconda parte)

 Dialogo, confronto e preservazione della propria identità
 
La moderna società, post-bellica, industrializzata e consumistica, caratterizzata da un pensiero debole e da categorie espresse nella nota formula di “realtà liquida”, porta con sé, a causa dei totalitarismi, delle ideologie, filosofiche e politiche, le conseguenze di una decostruzione culturale e religiosa. Anche realtà attuali della Chiesa come il Cortile dei Gentili, l’impegno per la nuova evangelizzazione e lo stesso Anno della Fede, in tutto quello che di buono propongono e promuovono sono, a nostro parere, il segno di un Cristianesimo che ha il fiato corto, in cui i riferimenti alla Rivelazione, alla vita cristiana si sono sempre più assottigliati fino ad una drammatica perdita di senso e di orientamento in un mondo che alla religione continua ad offrire surrogati di religiosità e di “fede”.  Alla luce di queste e di alte problematiche si percepisce sempre più il peso di una certa linea di pensiero che si convince, nel raffronto o nel dialogo con le altre correnti religiose o confessioni di fede, a ritenere che il dio cercato e riconosciuto dalle diverse religioni del mondo alla fine, sia, per caratteristiche intellettuali, immagini o concetti comune a tutte le religioni. Accomunare il Dio di Gesù Cristo ad altre divinità o all’espressione di altre fedi è il segno di una superficialità che non si concilia con il mistero pasquale operato da Cristo. L’essenza divina, dalla parte di Dio, per così dire, è sempre la stessa, è dalla parte dell’uomo che sussistono le differenze. In questo credo si debba riconoscere l’autenticità e la differenza del Cristianesimo, per le sue istanze e le sue dinamiche interne, rispetto alle altre religioni, anche monoteistiche. A differenza del passato, il contesto odierno è segnato da una crescente incertezza al momento di dover riconoscere i caratteri essenziali di una religione e valutarne i rapporti con la filosofia, la cultura, la società civile. Da tale dibattito non è esente lo stesso Cristianesimo il quale si trova nella necessità di contribuire a chiarire cosa sia una religione. Il percorso proposto ha cercato di presentare degli elementi significativi per realizzare questo chiarimento.

domenica 20 gennaio 2013


Cristianesimo e cultura

(prima parte)

L’inculturazione del Vangelo è oggi sentita come uno dei compiti primari della vita della Chiesa e di coloro che dedicano le forze dell’intelletto e della fede per la riflessione scientifica, spirituale o pastorale sul Vangelo.
Il compito della Chiesa però non è quello di “inculturare” il Vangelo bensì di “evangelizzare la cultura”. L’affermazione nasce dalla percezione per cui la principale attività della Chiesa è annunciare il mistero della salvezza, un mistero indirizzato all’uomo in quanto tale, che per le sue eccellenti qualità intellettive è produttore di “cultura” nelle sue più disparate sfaccettature. L’uomo dalla nascita è inserito in un ambiente che ha prodotto dei sistemi culturali nei quali si inserisce, nella sua formazione e crescita, e nei quali, a vario titolo, vi si staglia come produttore di cultura. Questi sistemi producono un universo di valori, che lungo il corso dei secoli, accettato o messo in crisi, è stato in grado di far maturare e costruire la vita sociale e la tradizione. Una cultura, quindi, che è stile di vita, sensibilità dei singoli e delle comunità ma anche valori, opere artistiche, letterarie e scientifiche. Di fronte a queste iridescenze di un universo intellettuale che si manifesta nelle meraviglie della tecnica, nello stupore della scienza e nel pathos della poesia, l’opera evangelizzatrice è indirizzata alla cultura in quanto tale, non per metterla da parte, ridurla o castigarla ma per esaltarla e riempirla delle altezze e della meraviglia che l’uomo può provare di fronte alla Perfezione, intuita compresa ed accettata, di un Dio che assume le stesse categorie umane per vincerne il limite, salvarne la natura, ribadirne e preservarne la dignità umana e culturale.
È ovvio che anche il mondo che non ha conosciuto l’annuncio del Vangelo possiede un sistema culturale, di valori, che possono essere condivisi ed accettati dal Cristianesimo e che possiamo ricordare con la felice espressione di san Giustino martire, i semina Verbi. Chi non è un discepolo ignora che siano tali, ma per un cristiano la diffusione della grazia non distrugge questo universo ma li riconduce al Principio e li ricompone come le tessere di uno splendente mosaico absidale. Questa dunque è la prima forma di dialogo che permette di ammirare e leggere in profondità le vestigia e non mancando di farne tesoro per le proprie opere. La propagazione del Vangelo va ben oltre; assorbe e riconduce a Gesù Cristo. Così nell’ascolto della Parola di Dio, nella partecipazione ai sacramenti e nell’esercizio delle virtù cristiane generazioni di credenti hanno sperimentato lo Spirito che riempie l’uomo e lo libera dalla “sua vuota condotta”. Non si tratta di un dialogo amabile e piacevole tra una cultura credente e non credente ma di una personale adesione di fede, una specificità del credo che riconosce il Cristo, considerato “scandalo” e “stoltezza”.
Da queste premesse emerge che, fatte salve la libertà religiosa ed il primato della coscienza, la Chiesa nei secoli non ha rinunciato alla dimensione fondamentale della missione e dell’annuncio convinta che l’incarnazione e la redenzione sono la ragione della conversione a meno di ridurre l’evento di Cristo. Il suo annuncio e l’atto del credente di aderire al Vangelo non comportano quindi la perdita e l’alterazione della propria identità, umana e culturale, al contrario, è proprio la fede che riconducendo tutto a Gesù Cristo, la fa ritrovare. Inculturare il Vangelo ha quindi un duplice aspetto. Da una parte si comprende la necessità di non ridurlo ad un livello accettabile e conveniente secondo il giudizio della sola ragione umana perché se ne comprometterebbe la trascendenza e dall’altra di impegnarsi in un tentativo di liberare l’annuncio da appesantimenti che lo intralciano e lo rendono opaco. Il vangelo di suo promuove una cultura nuova, basata sull’esperienza della fede, che riconduce tutto al centro dato dal mistero pasquale di Cristo e spinge ad una cultura “nuova” suscitata dalla energia della grazia. Cultura è quindi non solo un insieme di idee astratte ma è chiarificazione, spiegazione, è fornire gli strumenti adatti alla comprensione, è educazione affettiva e costruzione  o riconoscimento di un umanesimo, o di umanità cristiana come traduzione e inveramento del Vangelo annunciato. Mettere in dialogo la cultura ed il Vangelo, creare inculturazione è un viaggio che conduce dall’ànthropos della cultura al fidelis che specificamente nella liturgia vive e realizza una cultura fondata sulla triplice lex, orandi, credendi e vivendi.


Arte e tradizione: due espressioni di un unico linguaggio religioso

Dalle dinamiche del rapporto tra fede e cultura sopra esposte si vuole osservare un particolare terreno su cui si svolge l’incontro tra le due realtà esposte e che da il metro del discorso.
Scegliamo di gestire la nostra argomentazione su due punti distinti per necessità espositiva. La riflessione parte dalla considerazione dell’arte. In ambito scolastico lo studio della storia dell’arte, che lo ricordiamo, è uno studio che ha per oggetto esclusivamente l’arte occidentale ed in particolare europea, viene spesso sottovalutato ed impoverito. La ricerca del bello, la sua comprensione e trasmissione è però quel segno distintivo che contraddistingue la mente umana. Entrando nel discorso delle manifestazioni artistiche dell’uomo, manifestazioni di quella chiarificazione intellettuale, dell’universo dei valori e della sensibilità plastica, visionaria, e policroma, come tale essa appartiene a pieno titolo al sistema culturale dell’uomo di ogni tempo e nazione. Calando il discorso artistico nel dialogo necessario tra la fede evangelica e la cultura, ritornando a quel viaggio dall’uomo al fedele, sembra essere utile la descrizione di questo incontro data da un pittore come Marc Chagall
«Mi è sempre sembrato e mi sembra tuttora che la Bibbia sia la principale fonte di poesia di tutti i tempi. Da allora, ho sempre cercato questo riflesso nella vita e nell'arte. Per me, come per tutti i pittori dell'Occidente, essa è stata l'alfabeto colorato in cui ho intinto i miei pennelli».
L’arte, nella sua accezione ed ispirazione religiosa, nel nostro mondo occidentale prende le forme di un’opera prevalentemente “sacra”, con riferimenti e soggetti ispirati alla Storia della salvezza. Questa componente spinge al pensiero che un’approfondimento tecnico dell’opera d’arte non è sufficiente per coglierne il valore ed il significato che si declina interamente solo alla luce del rapporto con il cristianesimo che la ispira. Innumerevoli potrebbero essere gli esempi di questo dialogo prolifico. Scegliamo di riferirci solo a due per la loro propensione e facilità a dare adito ad ulteriori collegamenti.