lunedì 29 aprile 2013

Diaconato al femminile?


"In Occidente malgrado l'importanza rivestita fin dall'inizio dal ministero delle vedove e delle vergini non appare un diaconato al femminile1. In oriente al contrario, esistono testimonianze che sembrano attestarlo anche se con qualche limitazione e ambiguità2. La Didascalia syriaca (III sec. ca) ad es. segnala che solo le donne possono esercitare il servizio diaconale visitando le famiglie e aiutando le donne nel battesimo3. Le Costituzioni apostoliche (IV sec.) parlano implicitamente di un'ordinazione diaconale femminile riservata alle vedove e alle vergini per adempiere gli stessi servizi4. Ma a partire dal secolo VI non si hanno testimonianze della persistenza di tale ministero"5

La citazione è tratta da: D. Borobio, «Diaconato», in Liturgia, ed. D. Sartore – A.M. Triacca – C. Cibien, Edizioni san Paolo, Cinisello Balsamo 2001, 551-562 (in particolare 552-553).

Da questo breve frammento tratto dal dizionario di Liturgia si ha già chiara la risposta alla nostra domanda iniziale. Per quanto riguarda la Chiesa d'Occidente (latina romana e latina non romana) un testo autorevole e venerando come la Traditio Apostolica esclude qualsiasi imposizione delle mani (ordinazione) per le donne assimilabile ai servizi del diaconato. 


Per completezza di esposizione, citiamo il testo della Traditio secondo l'edizione ricostruita dal padre Bernard Botte O.S.B.:

Instituatur vidua per verbum tantum et se iungat cum reliquo. Non autem imponentur manus super eam, quia non offert oblationem neque habet liturgiam. Ordinatio autem fit cum clero propter liturgiam. Vidua autem instituitur propter orationem: haec autem est omnium6.

La vedova venga istituita con la sola parola e poi venga aggregata alle altre. Non si imporrano le mani [sopra di lei] perché non fa l'offerta e non presta alcun servizio liturgico. L'ordinazione è riservata al clero per il servizio liturgico, mentre la vedova è istituita perché preghi, che poi è dovere di tutti7.
A differenza dei documenti occidentali, l'esperienza orientale costituisce un precedente, del tutto in contraddizione con la tradizione latina occidentale, ma secondo un'esperienza che termina nel VI secolo d. C., e questo, a nostro avviso, è un dato decisivo per la discussione. Per quanto riguarda la tradizione liturgica delle Chiese orientali, si restringe il campo e si fa riferimento ai soli testi liturgici per l'ordinazione delle diaconesse contenute nel più antico eucologio greco conservato nella Biblioteca Apostolica Vaticana8.


1 Traditio apostolica 10.12; si proibisce espressamente l'imposizione delle mani (keirotonia) alle donne. Cfr. R. Grysson, Le ministère des femmes dans l'Église ancienne, Gemblous 1972; M. B. Strtzky, Der Dienst der Frau in der alten Kirche, in Liturgisches Jahrbuch 28 (1978) 136-154; A.G. Martimort, Les diaconesses. Essai historique, Roma 1982; M. Alcalà, La mujer y los ministerios en la Iglesia, Salamanca 1982;
2 Le interpretazioni sono varie, M. Alcalà, o.c., 167-190.
5 Cfr. C. Vagaggini, L'ordinazione delle diaconesse nella tradizione greca e bizantina, in Orientalia Christiana Periodica 40 (1974) 146-189.
6 Hippolyte de Rome, Tradition apostolique. Apres les ancienne versions, ed. B. Botte (Sorces chrétiennes 11bis), Cerf, Paris 1984, 66.
7 Pseudo-Ippolito, Tradizione Apostolica, ed. E. Peretto (Collana di testi patristici 133), Città Nuova, Roma 1996, 116.
8 L'eucologio Barberini gr. 336, ed. S. Parenti-E. Velkovska (Bibliotheca “Ephemerides Liturgicae” Subsidia 80), CLV-Edizioni Liturgiche, Roma 2000, 163-164

giovedì 25 aprile 2013

Festa di san Marco Evangelista e non solo...


La processione di san Marco


La giornata odierna ha un particolare interesse nei fasti della Liturgia per la celebre processione, detta di san Marco. L'appellativo, di per sé, non è esatto, perché la processione era già fissata al 25 Aprile prima dell'istituzione della festa del santo Evangelista, che, nel VI secolo, non ne aveva ancora una memoria fissa nella Chiesa romana. Il vero nome di questa Processione è di Litania Maggiore.
La parola Litania significa supplica, e si riferisce ad una processione religiosa durante la quale si eseguono alcuni canti che hanno per scopo di placare il cielo. Indica pure il grido che vi si ripete: "Signore, abbiate pietà!" che ha il medesimo significato delle due parole greche Kyrie, eleison. Più tardi fu applicato il nome di Litanie a tutto l'insieme d'invocazioni aggiunte al seguito delle due parole greche, in maniera da formare un corpo di preghiera liturgica che la Chiesa impiega in alcune circostanze importanti. 

Origini della festa 

 
La Litania maggiore è chiamata così per distinguerla dalle Litanie minori, o processioni delle Rogazioni, istituite nella Gallia nel V secolo. Da uno scritto di san Gregorio Magno, vediamo che l'uso della Chiesa Romana era di celebrare, ogni anno, una Litania maggiore alla quale prendevano parte tutto il clero e tutto il popolo; uso già molto antico. Il santo Pontefice non fece dunque che fissare questa processione al 25 Aprile, e indicare per luogo stazionale la Basilica di S. Pietro. 

Molti liturgisti hanno confuso, con la detta istituzione, le Processioni che ordinò varie volte san Gregorio durante le pubbliche calamità: sono ben distinte da quella di oggi, che era in uso già antecedentemente, ma senza data fissa. È dunque a questo giorno che è in relazione la sua determinazione fissa, e non alla solennità di san Marco, stabilita più tardi.

Si potrebbe domandare perché si scelse il 25 Aprile per indicare una Processione ed una Stazione, tutta improntata a compunzione e penitenza, in un tempo dell'anno in cui la Chiesa è immersa nelle gioie della Risurrezione del Signore.
Presso gli antichi Romani, il 25 Aprile si celebrava la festa dei Robigalia, festa che consisteva soprattutto in una processione molto popolare, che andava dalla via Flaminia al Tempio del dio Robigo. Qui si offrivano preghiere e sacrifici alla divinità affinché preservasse il grano dalla ruggine nell'epoca in cui si era, ossia quella dei geli tardivi della luna d'aprile. La Chiesa, una volta di più, sostituì l'uso pagano con una cerimonia cristiana.
Non si può fare a meno di costatare il contrasto evidente che esistette fin d'allora tra l'allegrezza dell'attuale periodo e i sentimenti di penitenza che dovevano accompagnare la Processione e la Stazione della Litania maggiore, istituite entrambe con lo scopo d'implorare la misericordia divina. Non ci lamentiamo, dunque, se, pur ricolmati da ogni specie di grazie elargiteci in questo sacro Tempo, inondati dalle gioie Pasquali, la Chiesa senta la necessità d'imporci di rientrare per qualche ora nei sentimenti di compunzione che convengono a peccatori, quali siamo.

Processione penitenziale

 


Questo giorno, consacrato alla riparazione della gloria divina, non poteva passare senza la salutare espiazione con la quale il cristiano deve accompagnare l'offerta del suo cuore pentito. Fino alla recente riforma del diritto ecclesiastico, che ne ha data dispensa, l'astinenza dalla carne era obbligatoria a Roma in questo giorno; e quando la Liturgia Romana fu adottata in Francia da Pipino e Carlo Magno, vi fu promulgato lo stesso precetto d'astinenza, mentre era già in uso la grande Litania del 25 Aprile. Il concilio di Aix-la-Chapelle nell'836 vi aggiunse l'obbligo della sospensione delle opere servili, disposizione che troviamo pure nei Capitolari di Carlo il Calvo. In quanto al digiuno propriamente detto, che il tempo pasquale non ammetteva, sembra non essere stato osservato, almeno in modo generale. Amalario, nel IX secolo, attesta che al tempo suo non veniva praticato neppure a Roma.
Durante il corso della Processione si cantano le Litanie dei Santi, seguite dai numerosi versetti ed orazioni che le completano. La Messa della Stazione viene celebrata secondo il rito quaresimale, senza Gloria in excelsis e adoperando il colore viola.
 
La presenza del popolo fedele alle Litanie forma una parte essenziale di questo rito riconciliatore; Dio non è tenuto a prendere in considerazione preghiere alle quali non si uniscono quelli che sono chiamati ad offrirle. E questo è uno dei molti punti sui quali una pretesa devozione privata ha gettato nell'illusione molte persone. San Carlo Borromeo, arrivando nella città di Milano, trovò che quel popolo lasciava compiere la Processione del 25 Aprile dal solo clero. Egli s'impose l'obbligo di assistervi in persona; vi andava camminando a piedi nudi; e il popolo, allora, non tardò a seguire le orme del suo pastore.

Prosper Guéranger OSB.

martedì 23 aprile 2013

lunedì 22 aprile 2013

Uomini e profeti

Accostare un libro per lo svolgimento dell'Irc è un compito gravoso. Il motivo di questo aggettivo risiede nella consapevolezza che ogni classe che viene assegnata all'insegnante è, religiosamente parlando, un universo non sempre in ascolto, non sempre pronto ad attendere e rispondere agli sforzi dell'insegnante.
In questo senso non credo possa esistere il libro adatto. Esistono però buoni strumenti che più si procede nel corso dell'anno scolastico più sono in grado di fornire validi mezzi per ottenere ciò che il Ministero, i programmi, la burocrazia, la scuola richiede al docente ed all'alunno.
Entrare in una classe e proporre una lezione da svolgere in un'ora, mettendo avanti la possibilità concreta di non esercitare il diritto al monologo ma facendo dialogare il più possibile gli avvalentesi presenti, è il frutto di un lavoro. Il mondo offre la possibilità dell'osservazione di diversi lavori manuali, più o meno delicati, utili o complementari. Il lavoro dell'Irc può essere paragonato ad un artigianato, e tra tutti si sceglie il confronto con l'arte orafa. L'orefice prende la materia preziosa e la forgia nel fuoco e nella maestria della sua esperienza.
In classe il lavoro si declina su un materiale prezioso che per il credente è proprio il Depositum Fidei da illustrare, trasmettere e non tradire. Un “materiale” da gestire, malleabile, pronto per creare opere meritorie. Il fuoco alle volte è il disinteresse dell'uditorio, il nugolo di preconcetti e di idee preconfezionate che ostacolano il lavoro e allontanano sempre più il godimento di fronte al risultato finale; ma è anche il dinamico porre in essere del pensiero che si allena dialogicamente nel continuo epurare la materia dalle sue impurità fino all'ottenimento del gioiello in un fuoco che parte dal basso del quotidiano fino alla tensione verso l'alto nelle questioni che si elaborano, nei discorsi che si raffinano personalmente, in una riflessione elevante. L'esperianza, rimanendo in metafora, sceglie la materia prima e per fare questo sembra opportuno ricorrere ad una fonte raffinata e valida per solidità e qualità.
Tra le molteplici fonti che oggi l'editoria offre si vuole fermare l'attenzione su un autore da anni impegnato nell'insegnamento della Religione cattolica. Si tratta di Antonello Famà e dell'ultima edizione del suo Uomini profeti per i tipi della Marietti Scuola.
Secondo le vigenti normative il testo già prevede la versione mista per cui l'opera è disponibile in cartaceo ma può essere interamente consultata su internet e gestita in classe con le tecnologie della LIM grazie al supporto elettronico che fornisce filmati, approfondimenti visivi e testuali utili per le nuove esperienze di didattica multimediale.
Il volume diviso in otto sezioni è veramente completo. Il taglio, prettamente storico affronta tutte le tappe della storia della Chiesa d'Oriente e d'Occidente. Ogni sezione prevede il corpo del testo, completo e puntuale, le note esplicative tipograficamente evidenziate in grassetto e colore per spiegare i termini specifici del linguaggio religioso, le schede di approfondimento su temi particolari e degli spunti di verifica alla fine di ogni gruppo di argomenti. Al docente sono consegnati inoltre tre piccoli fascicoli dedicati ai testimoni con schede dedicate ad alcuni personaggi cattolici (in prevalenza santi) e non (protestanti) che hanno vissuto concretamente le esigenze della fede; alle altre religioni in agili capitoletti che trasmettono in sintesi gli elementi essenziali delle grandi religioni del mondo; un fascicolo di bibliografia divisa secondo i capitoli che aiuta il docente ad accostarsi ai classici della teologia cristiana e schede singole per affrontare con mappe e schemi le lezioni fondamentali di ogni sezione.
L'opera è completa e preziosa anche se impegnativa. Non è adatto, come da frontespizio, a tutte le classi della secondaria di secondo grado e non è impiegabile in tutte le scuole superiori, considerato il continuo abbassamento del livello culturale degli adolescenti, soprattutto in ambito religioso. Si ritiene che il testo ed i sussidi siano un necessario strumento almeno del docente, per la preparazione delle lezioni ed il loro svolgimento. La composizione delle parti o dei capitoli richiede, quasi sempre, una spiegazione contestuale o un lavoro in più del singolo alunno.

In fine il volume costituisce un punto di riferimento per poter realizzare quella necessaria valutazione del contributo sempre attuale della tradizione cristiana e dello sviluppo della civiltà umana, anche in dialogo con altre tradizioni culturali e religiose e della dimensione religiosa della vita umana a partire dalla conoscenza della Bibbia e della persona di Gesù Cristo, riconoscendo il senso e il significato del linguaggio religioso cristiano.

Antonello Famà, Uomini e profeti. Corso di religione per la secondaria di secondo grado, Marietti Scuola – De Agostini scuola, Novara 2010.




domenica 21 aprile 2013

Chiesa e ricchezze

Questo blog è stato pensato e voluto anche come una piattaforma che potesse estendere a casa l'ora di IRC prevista a scuola. Il blog infatti vuole essere uno strumento per gli alunni interessati, un mezzo per poter confrontare nuovi orizzonti, conoscere aspetti particolari della fede e fonte per trovare approfondimenti ulteriori che non sono possibili in classe. Nei post si vogliono proporre non solo più informazioni ma anche materiali utilizzati in classe e consultabili con più calma su internet. In questo contesto viene proposta una presentazione utilizzata in classe per rispondere ad una delle tante domande che gli alunni rivolgono al professore di religione sulla Chiesa e le ricchezze. Non si propone un'unica risposta, ma un percorso di ragionamento in merito alla questione tenendo presente che la risposta ultima si fonda sull'adesione di fede che vede nella Chiesa non una multinazionale dalle miniere d'oro ma una realtà che va oltre tutto questo.


21 aprile, memoria liturgica di sant'Anselmo di Canterbury

Chi è questo personaggio al quale tre località, lontane tra loro e collocate in tre Nazioni diverse – Italia, Francia, Inghilterra –, si sentono particolarmente legate? Monaco di intensa vita spirituale, eccellente educatore di giovani, teologo con una straordinaria capacità speculativa, saggio uomo di governo ed intransigente difensore della libertas Ecclesiae, Anselmo é una delle personalità eminenti del Medioevo, che seppe armonizzare tutte queste qualità grazie a una profonda esperienza mistica, che sempre ebbe a guidarne il pensiero e l’azione.
Sant’Anselmo nacque nel 1033 (o all’inizio del 1034) ad Aosta, primogenito di una famiglia nobile. Il padre era uomo rude, dedito ai piaceri della vita e dissipatore dei suoi beni; la madre, invece, era donna di elevati costumi e di profonda religiosità (cfr Eadmero, Vita s. Anselmi, PL 159, col 49). Fu lei a prendersi cura della prima formazione umana e religiosa del figlio, che affidò, poi, ai Benedettini di un priorato di Aosta. Anselmo, che da bambino – come narra il suo biografo - immaginava l’abitazione del buon Dio tra le alte e innevate vette delle Alpi, sognò una notte di essere invitato in questa reggia splendida da Dio stesso, che si intrattenne a lungo ed affabilmente con lui e alla fine gli offrì da mangiare “un pane candidissimo” (ibid., col 51). Questo sogno gli lasciò la convinzione di essere chiamato a compiere un’alta missione. All’età di quindici anni, chiese di essere ammesso nell’Ordine benedettino, ma il padre si oppose con tutta la sua autorità e non cedette neppure quando il figlio gravemente malato, sentendosi vicino alla morte, implorò l'abito religioso come supremo conforto. Dopo la guarigione e la scomparsa prematura della madre, Anselmo attraversò un periodo di dissipazione morale: trascurò gli studi e, sopraffatto dalle passioni terrene, diventò sordo al richiamo di Dio. Se ne andò da casa e cominciò a girare per la Francia in cerca di nuove esperienze. Dopo tre anni, giunto in Normandia, si recò nell’Abbazia benedettina di Bec, attirato dalla fama di Lanfranco da Pavia, priore del monastero. Fu per lui un incontro provvidenziale e decisivo per il resto della sua vita. Sotto la guida di Lanfranco, Anselmo riprese infatti con vigore gli studi e, in breve tempo, diventò non solo l’allievo prediletto, ma anche il confidente del maestro. La sua vocazione monastica si riaccese e, dopo attenta valutazione, all’età di 27 anni, entrò nell’Ordine monastico e venne ordinato sacerdote. L’ascesi e lo studio gli aprirono nuovi orizzonti, facendogli ritrovare, in grado ben più alto, quella familiarità con Dio che aveva avuto da bambino.
Quando, nel 1063, Lanfranco diventò abate di Caen, Anselmo, dopo appena tre anni di vita monastica, fu nominato priore del monastero di Bec e maestro della scuola claustrale, rivelando doti di raffinato educatore. Non amava i metodi autoritari; paragonava i giovani a piccole piante che si sviluppano meglio se non sono chiuse in serra e concedeva loro una “sana” libertà. Era molto esigente con se stesso e con gli altri nell’osservanza monastica, ma anziché imporre la disciplina si impegnava a farla seguire con la persuasione. Alla morte dell’abate Erluino, fondatore dell’abbazia di Bec, Anselmo venne eletto unanimemente a succedergli: era il febbraio 1079. Intanto numerosi monaci erano stati chiamati a Canterbury per portare ai fratelli d’oltre Manica il rinnovamento in atto nel Continente. La loro opera fu ben accetta, al punto che Lanfranco da Pavia, abate di Caen, divenne il nuovo Arcivescovo di Canterbury e chiese ad Anselmo di trascorrere un certo tempo con lui per istruire i monaci e aiutarlo nella difficile situazione in cui si trovava la sua comunità ecclesiale dopo l’invasione dei Normanni. La permanenza di Anselmo si rivelò molto fruttuosa; egli guadagnò simpatia e stima, tanto che, alla morte di Lanfranco, fu scelto a succedergli nella sede arcivescovile di Canterbury. Ricevette la solenne consacrazione episcopale nel dicembre del 1093.
Anselmo si impegnò immediatamente in un’energica lotta per la libertà della Chiesa, sostenendo con coraggio l’indipendenza del potere spirituale da quello temporale. Difese la Chiesa dalle indebite ingerenze delle autorità politiche, soprattutto dei re Guglielmo il Rosso ed Enrico I, trovando incoraggiamento e appoggio nel Romano Pontefice, al quale Anselmo dimostrò sempre una coraggiosa e cordiale adesione. Questa fedeltà gli costò, nel 1103, anche l’amarezza dell’esilio dalla sua sede di Canterbury. E soltanto quando, nel 1106, il re Enrico I rinunciò alla pretesa di conferire le investiture ecclesiastiche, come pure alla riscossione delle tasse e alla confisca dei beni della Chiesa, Anselmo poté far ritorno in Inghilterra, accolto festosamente dal clero e dal popolo. Si era così felicemente conclusa la lunga lotta da lui combattuta con le armi della perseveranza, della fierezza e della bontà. Questo santo Arcivescovo che tanta ammirazione suscitava intorno a sé, dovunque si recasse, dedicò gli ultimi anni della sua vita soprattutto alla formazione morale del clero e alla ricerca intellettuale su argomenti teologici. Morì il 21 aprile 1109, accompagnato dalle parole del Vangelo proclamato nella Santa Messa di quel giorno: “Voi siete quelli che avete perseverato con me nelle mie prove; e io preparo per voi un regno, come il Padre l'ha preparato per me, perché possiate mangiare e bere alla mia mensa nel mio regno…” 
Il sogno di quel misterioso banchetto, che da piccolo aveva avuto proprio all’inizio del suo cammino spirituale, trovava così la sua realizzazione. Gesù, che lo aveva invitato a sedersi alla sua mensa, accolse sant’Anselmo, alla sua morte, nel regno eterno del Padre.
“Dio, ti prego, voglio conoscerti, voglio amarti e poterti godere. E se in questa vita non sono capace di ciò in misura piena, possa almeno ogni giorno progredire fino a quando giunga alla pienezza” (Proslogion, cap.14). Questa preghiera lascia comprendere l’anima mistica di questo grande Santo dell’epoca medievale, fondatore della teologia scolastica, al quale la tradizione cristiana ha dato il titolo di “Dottore Magnifico” perché coltivò un intenso desiderio di approfondire i Misteri divini, nella piena consapevolezza, però, che il cammino di ricerca di Dio non è mai concluso, almeno su questa terra. La chiarezza e il rigore logico del suo pensiero hanno avuto sempre come fine di “innalzare la mente alla contemplazione di Dio” (Ivi, Proemium). Egli afferma chiaramente che chi intende fare teologia non può contare solo sulla sua intelligenza, ma deve coltivare al tempo stesso una profonda esperienza di fede. L’attività del teologo, secondo sant’Anselmo, si sviluppa così in tre stadi: la fede, dono gratuito di Dio da accogliere con umiltà; l’esperienza, che consiste nell’incarnare la parola di Dio nella propria esistenza quotidiana; e quindi la vera conoscenza, che non è mai frutto di asettici ragionamenti, bensì di un’intuizione contemplativa. Restano, in proposito, quanto mai utili anche oggi, per una sana ricerca teologica e per chiunque voglia approfondire le verità della fede, le sue celebri parole: “Non tento, Signore, di penetrare la tua profondità, perché non posso neppure da lontano mettere a confronto con essa il mio intelletto; ma desidero intendere, almeno fino ad un certo punto, la tua verità, che il mio cuore crede e ama. Non cerco infatti di capire per credere, ma credo per capire” (Ivi, 1).

Cari fratelli e sorelle, l’amore per la verità e la costante sete di Dio, che hanno segnato l’intera esistenza di sant’Anselmo, siano uno stimolo per ogni cristiano a ricercare senza mai stancarsi una unione sempre più intima con Cristo, Via, Verità e Vita. Inoltre, lo zelo pieno di coraggio che ha contraddistinto la sua azione pastorale, e che gli ha procurato talora incomprensioni, amarezze e perfino l’esilio, sia un incoraggiamento per i Pastori, per le persone consacrate e per tutti i fedeli ad amare la Chiesa di Cristo, a pregare, a lavorare e soffrire per essa, senza mai abbandonarla o tradirla. Ci ottenga questa grazia la Vergine Madre di Dio, verso la quale sant’Anselmo nutrì tenera e filiale devozione. “Maria, te il mio cuore vuole amare – scrive san’Anselmo – te la lingua mia desidera ardentemente lodare”



Benedetto XVI, Udienza generale, 23 settembre 2009.


lunedì 15 aprile 2013

Auguri Santità!

"Ebbene, sì. Vale la pena di pregare per un Vescovo, e tanto più se questo Vescovo è il Papa, che ha raggiunto il traguardo di tale età [...] perché la durata della nostra vita costituisce, tutto sommato, una grande responsabilità, tale è il senso del tempo concesso alla nostra esistenza terrena; esso non è che una somma di doveri e di grazie della quale dobbiamo rendere conto".

Paolo VI in occasione del suo compleanno, omelia della messa, 16 ottobre 1977

domenica 14 aprile 2013

Arte e Liturgia

"Nell'arte sacra non c'è spazio per l'arbitrarietà pura. Le forme artistiche che negano la presenza del Logos nella realtà e fissano l'attenzione sull'uomo, sull'apparenza sensibile, non sono conciliabili con il senso dell'immagine della Chiesa. Dalla soggettività isolata non può venire alcuna arte sacra. Essa suppone piuttosto il soggetto interiormente formato dalla Chiesa e aperto verso il noi. Solo così l'arte rende visibile la fede comune e torna a parlare ai cuori dei credenti"

J. Ratzinger, Introduzione allo spirito della liturgia, San Paolo, Cinisello Balsamo 2001, 130.



mercoledì 10 aprile 2013

Guardini e la freschezza della teologia


Benedetto XVI durante un incontro con la comunità Luterana
Uno dei sentimenti di riconoscenza per Benedetto XVI e per il suo magistero sono dovuti alla sua stima per Guardini. Spesso il Papa ha avuto occasione di citarlo, anche in uno dei suoi ultimi brevi discorsi ufficiali. Il mio approccio a Guardini è iniziato proprio grazie a Ratzinger quando egli, da cardinale, aveva improntato un nuovo libro intitolato Introduzione allo spirito della Liturgia, Edizioni San Paolo 2001. Mi ricordo di aver letto con avidità uno dei miei primi libri dedicati esclusivamente alla liturgia. Ma più andavo avanti nella lettura di quelle pagine del cardinale tedesco più sentivo la necessità di andare alla fonte, citata ed elogiata, che era il saggio di teologia liturgica del teologo italo-tedesco Romano Guardini Lo spirito della liturgia e I santi segni. Fu una corsa. Finire Ratzinger e cominciare Guardini. Cominciai quindi a conoscere e a gustare le opere di Guardini. 

Prima edizione del testo di Ratzinger
Fino ad allora di teologi avevo sempre sentito parlare ma ancora non avevo avuto l'ardire di affrontare le loro opere per evitare la certezza di non capire il loro linguaggio. Con Guardini invece è stato diverso. Il suo linguaggio mi ha attirato. Semplice, immediato e con un argomentare che va delle constatazioni più semplici fino all'altezza dei misteri di Dio spiegati con puntualità e chiarezza.
Da questa esperienza in poi, con una certa sequenzialità, ogni anno mi abbandono alla lettura delle opere del teologo. Sono una continua boccata d'aria fresca, pagine e pagine di intuizioni, di spiegazioni e di pathos teologico che aprono la mente ed il cuore e concedono al lettore la possibilità concreta di ampliare gli orizzonti della fede.

Romano Guardini
In questa prima parte del 2013 il volume che ho scelto è Virtù. Temi e prospettive della vita morale edito come tutte le opere dell'Autore dalla Morcelliana di Brescia. L'orginale stampato in tedesco è del 1987 ed è una raccolta di meditazioni sull'agire morale dell'uomo. La sorpresa di questo testo è che non vi ho trovato una sistematica esposizione delle classiche virtù studiate sui banchi della facoltà di teologia. Mi sono imbattuto in una serie di approfondimenti di virtù “quotidiane”. Di alcune, dopo aver letto il titolo, non avevo mai compiuto l'associazione con il termine classico di virtù, eppure l'autore ha avuto pienamente ragione, ha vinto la mia resistenza iniziale, seppur minima, e mi ha condotto alla scoperta di nuovi orizzonti della vita morale, fatta di sentimenti e di impegno quotidiano, semplice, ordinario. Diciotto capitoli affrontano così delle virtù umane o di cui l'uomo manifesta sempre più il bisogno. Si procede dall'osservazione del mondo concreto, temporale e quasi si non si parla subito della sfera religiosa. Infatti ogni meditazione è un procedere dalla scoperta della bontà delle azioni della vita dell'uomo per poi giungere a riconoscere e valutare le stesse azioni dal punto di vista di Dio, per così dire, e di come l'uomo si pone di fronte a Lui con la scelta libera dei suoi atti. 
Tra tutti i capitoli la mia attenzione è stata maggiormente sollecitata da quello dedicato alla virtù del rispetto, parola nota e variamente impiegata ma senza approfondimenti sulla sua vera essenza e sulle sue distinzioni. Allo stesso modo gli ultimi capitoli propongono delle riflessioni orginali sul valore virtuoso del disinteresse, del raccoglimento e del silenzio.

Un'edizione del testo di Guardini
Nuovamente dopo la lettura del Nostro ho percepito la grandezza del teologo e la fine intelligenza dell'uomo di fede. Materialmente questa lettura ha creato un frattura tra un prima e un dopo, tra il tempo in cui si sottovalutano le nostre qualità ed il dopo della riflessione su quanto il libero arbitrio che si applica nelle situazioni di tutti i giorni possa realmente essere orientato verso il bene, il vero ed il giusto nelle grandi situazioni della vita quanto nei semplici rapporti interpersonali senza escludere la presenza di Dio che ispira, guida e accompagna il credente che agisce.




domenica 7 aprile 2013

La cattedra del Vescovo di Roma


La cattedra




La cattedra è un oggetto che parla a noi dall'antichità. 
Ancora oggi chi siede in cattedra dovrebbe avere autorità nei suoi discorsi e nei contenuti; e così tutta la comunità dei docenti, nelle scuole di ogni ordine e grado, prende posto sulla cattedra, agli occhi dei più semplicemente una sedia come le altre ma distinta per la presenza dei braccioli. I docenti siedono in un luogo privilegiato per educare, formare e insegnare; siedono in cattedra per esporre,  istruire, comunicare.
 


Abside della Basilica di san Giovanni in Laterano
La cattedra, come seggio di onore, appartiene originariamente al mondo antico, quale seduta per il filosofo o il retore, e soprattutto al mondo romano in cui diviene un elemento tipico per i senatori disposti su seggi di legno e decorati per presiedere ed assistere alle sedute del governo dell'impero.



La cattedra lignea come segno di prestigio ma sopratutto come seggio dal quale si istruisce il popolo, con la pace Costantiniana e il successivo accrescimento del'autocomprensione e prestigio degli episcopi della nuova religione di stato, è divenuto non solo il seggio del magistrato o del funzionario imperiale, luogo di retorica e di insegnamento didattico, ma sella esclusiva del vescovo che insieme ai presbiteri ed ai diaconi, nelle celebrazioni presiede nella carità, è il segno visibile dell'unità della Chiesa, segno del Cristo Maestro che forma i popoli, conduce e governa la plebs Dei in nome del Pastor magnus ovium (cfr. Eb 13,20).



L'uso cristiano della cattedra è attestato in forme artistiche varie. Le cattedre più antiche, giunte fino a noi, sono quelle ricavate nei cimiteri, nelle catacombe e che servivano per “accogliere” il defunto durante i refrigeria. Affreschi, sarcofagi, mosaici e bassorilievi trasmettono all'osservatore attento l'immagine di un mondo che concepiva la cattedra come luogo esclusivo, occupata da Cristo stesso come nei mosaici absidali o nella forma dell'etimasia, del trono vuoto sormontato dalla croce e dai simboli della passione. 
La cattedra del Vescovo di Roma

Nel culto cristiano la cattedra è il seggio esclusivo del vescovo dalla quale egli presiede le celebrazioni per il popolo di Dio radunato in assemblea, lo istruisce nella formazione e lo guida al posto di Dio così come insegna sant'Ignazio di Antiochia: Occorre dunque onorare il vescovo come il Signore stesso (Ad Eph., VI). L'architettura delle chiese cristiane antiche porta a sottolineare il valore della posizione della cattedra, disposta nell'abside, alle volte nella forma di sinthronos, ovvero con a fianco i seggi per i presbiteri ed i diaconi, liturgicamente e teologicamente messa in dialogo con la rappresentazione del Cristo nel catino absidale che sovrasta il vescovo celebrante.La cattedra quindi come simbolo della diocesi, del suo vescovo ma anche immagine escatologica del popolo che fissa gli occhi sul successore degli apostoli ed allo stesso tempo contempla il Cristo nella sua gloria. 


La storia




Cattedra papale di Assisi
Tra le cattedre più illustri e venerande per tradizione e significati teologici e rituali emerge la cathedra romana o lateranensis. È la cattedra della Chiesa di Roma, il seggio esclusivo del Vescovo della città bagnata dal sangue della testimonianza dei Corifei Pietro e Paolo. È la sede del Pastore universale, del dominus papa, così come era definito negli Ordines Romani e nei Pontificali rinascimentali.

Dell'antica cattedra romana non abbiamo nessuna testimonianza. Nel XIII secolo il papa francescano Niccolò IV Masci (1288-1292), in seguito ad alcuni interventi già operati da Innocenzo III a san Pietro, restaurò ed ampliò la cattedra della basilica del ss. Salvatore al Laterano di poco successiva alla cattedra che lo stesso papa dispose nella basilica superiore di Assisi. Clemente VIII Aldobrandini (1592-1605), a causa del decadimento strutturale dell'area dell'abside lateranense fece smembrare la cattedra e sembra verosimile che i due leoni stanti ed incedenti che formavano i braccioli della cathedra romana siano stati reimpiegati dal cardinale Cesare Baronio per la cattedra della sua chiesa titolare dei ss. Nereo et Achilleo.

Cattedra della basilica dei ss. Nereo e Achilleo
Papa Leone XIII Pecci (1878-1903), visto il penoso stato di abbandono della cattedrale di Roma e il pericolo legato alla struttura dell'abside costantiniana decretò di risistemare l'intera area. Egli assegnò l'incarico all'architetto Francesco Vespignani al quale si deve il prolungamento della navata, dove trova posto il coro ligneo dei canonici lateranensi sotto le grandi cantorie per gli organi, la ricomposizione del mosaico absidale e la costruzione della nuova cattedra che si può ammirare oggi. 

Dell'antica cattedra di Niccolò IV gli studiosi riconosco con certezza il suppedaneo. Una scritta coeva è stata ricomposta sui gradini che conducono al seggio e che ne costituiscono una precisa esegesi. Il papa che nelle celebrazioni ascende i gradini della sua sede vi trova scritto:



Hic est papalis sedes et pontificalis
presidet et Christi de iure vicarius isti
et quia iure datur sedes romana vocatur
nec debet vere nisi solus papa sedere
et quia sublimis alii subdubtur in imis



Il simbolismo




Il suppedaneo originale del XIII secolo è caratterizzato da una precisa simbologia. Sotto i piedi del papa si trova un bassorilievo che raffigura quattro animali disposti di spalle e di profilo in due coppie distinte alternativamente collocate. Gli animali hanno l'effigie rivolta uno verso sinistra, all'esterno, ed uno verso destra, all'interno. Delle didascalie latine indicano l'identità degli animali simbolici rappresentati. Si tratta dell'aspide, del leone, del drago e del basilisco. Due coppie di animali reali e fantastici.


Cathedra romana



La lettura simbolica procede dal Salmo 91(90),13 che recita:



Super aspidem et basiliscum ambulabis et conculcabis leonem et draconem


Nella raffigurazione del bassorilievo l'ordine del salmo è modificato e alternato.

L'aspide secondo la riflessione cristiana alla luce della Sacra Scrittura è il tentatore di Gen 3, 1-4 ed il serpente antico di Ap 12,9; è quindi l'immagine del maligno che insidia l'uomo per allontarlo da Dio. Nell'immaginario medievale questa simbologia trae ragione dalla natura per cui l'aspide è un animale che colpisce all'improvviso e scava la sua tana nella terra, segno e simbolo della porta degli inferi. Facilmente l'aspide, per la sua lingua biforcuta, è divenuto anche il segno dell'eresia che divide la Chiesa. Trovare l'aspide sotto i piedi del Romano Pontefice rimanda al suo munus docendi ed alla fedeltà al Vangelo di Cristo per formare un unico popolo e vincere la separazione secondo l'eco biblica nel Salmo 110(109), 1: “Siedi alla mia destra finché io ponga i tuoi nemici a sgabello dei tuoi piedi".

Il leone ha nella tradizione simbolica antica, pagana prima e poi cristiana, una doppia valenza, positiva e negativa. Per il contesto, il gradino raffigurando il leone non si riferisce al segno positivo dell'animale, inteso come divinità solare e come simbolo, per la sua potenza, del Cristo risorto che vince le tenebre del peccato e della morte, simbolo di regalità e variamente impiegato all'interno delle Sacre Scritture;1 non è un Aslan/Cristo risorto che accompagna vigoroso e che si sacrifica, come raccontato nelle Cronache di Narnia di Lewis. Qui è invece segno delle forze del male come suggestivamente ricorda la 1Pt 5,8: “Il vostro nemico, il diavolo, come leone ruggente va in giro cercando chi divorare”, versetto contenente la citazione del Salmo 22,14 “un leone che sbrana e ruggisce”.

Il drago, primo degli animali fantastici, ha una reminiscenza biblica nell'Apocalisse di Giovanni (Ap 12-13). La simbologia del drago è ricchissima di riferimenti, non ultimo l'estremo oriente che lo raffigura ancora. Nei Bestiari medievali il drago è solo il simbolo del demonio, significato derivato dalla bestia apocalittica. In questo senso raffigurare il drago sotto i piedi del Vescovo di Roma è il segno ancora una volta della vittoria di Cristo sul male.

Il basilisco. Plinio nella sua Storia naturale2 ricorda che si tratta del più terribile dei rettili che viene vinto dalla piccola donnola che lo addenta al collo o al ventre e si fa uccidere piuttosto che mollare la presa. Il basilisco, anticamente inteso come capo dei serpenti, è ancora oggi uno dei simboli dei satanisti e la donnola che lo attacca, piccola ed indifesa rispetto agli artigli del basilisco, è il simbolo del Cristo che sconfigge le forze del male e toglie l'uomo dal dominio dell'accusatore.

Il salmista probabilmente non aveva in mente tutti i dettagli che abbiamo cercato di esporre, ma sicuramente ha voluto rappresentare, con la citazione di questi animali, tutta la paura che l'uomo prova nella vita e che raccoglie idealmente nelle caratteristiche degli esseri citati
L'artista, verosimilmente, componendo l'iconografia del gradino non ha fatto altro che consegnare ai posteri il ministero del Vescovo di Roma che in quanto successore di Pietro e Vicario di Cristo, come si desume dalla citazione precedente disposta sugli altri gradini, conferma i fratelli nella fede gettando sotto i suoi piedi ciò che attenta all'unità della Chiesa e della sua dottrina, alle forze del male che cercano di sconvolgere il popolo redento. La cattedra è oggi, per noi, un simbolo Pasquale, un simbolo del Cristo che risorge vittorioso, e del Papa che non è innalzato in quanto uomo, ma che svolge la sua missione di pastore a servizio del popolo che gli viene affidato (Gv 21,15-19).



La preghiera




Con la pubblicazione da parte dell'Ufficio delle Celebrazioni del Sommo Pontefice del nuovo rituale per l'inizio del ministero petrino del Vescovo di Roma si è provveduto alla sistemazione dei riti per l'insediamento del Romano Pontefice sulla sua cattedra. 
Il rito intotolato Sessio in cathedra romana, che avviene dopo il canto del Kyrie eleison, consiste in una monizione del Cardinale Vicario, nell'invocazione ad multos annos che il popolo di Roma rivolge al suo vescovo e nel rito dell'"obbedienza" di una rappresentanza dei fedeli della Chiesa di Roma al canto dell'inno Divina vox desunto dal Vespro della festa della Cattedra di san Pietro.



Il testo pronunciato dal cardinale Vicario afferma:



Beatissimo Padre, la Chiesa che vive in Roma partecipa con letizia alla presa di possesso della tua Cattedra, che è la Cattedra di Pietro, sopra il quale è fondata la Chiesa. Come il vignaiolo che sorveglia dall'alto la vigna sei posto in posizione elevata per prestare sollecita attenzione al popolo che ti è affidato. Ricorda che occupi la cattedra pastorale per provvedere al gregge di Cristo. Il tuo onore è l'onore di tutta la Chiesa ed è per i tuoi fratelli valido e sicuro sostegno; sarai veramente onorato quando a ciascuno è riconosciuto l'onore che gli spetta. E tu sei il Servo dei Servi di Dio.

Il testo previsto nella nuova versione dei riti di insediamento afferma: 


Beatissimo Padre, la Santa Chiesa che è in Roma oggi esulta di gioia nel Signore nell’accogliere il suo vescovo, il successore dell’Apostolo Pietro, che prende possesso della sua Cattedra. Questo è il luogo eletto e benedetto, dal quale, fedelmente nello scorrere dei secoli, la roccia sulla quale è fondata la Chiesa conferma nella verità della fede tutti i fratelli, presiede nella carità tutte le Chiese e con ferma dolcezza tutti guida sulle vie della santità. Alla Trinità beata s’innalza il nostro inno di lode e di gratitudine e la nostra supplice intercessione perché da un confine all’altro della terra si formi un solo gregge sotto un solo Pastore. Beatissimo Padre, con devozione filiale, ci professiamo obbedienti e docili al suo magistero e alla sua guida.


Auguriamo al nuovo papa, in attesa di vedere il suo insediamento e di ascoltare queste parole, di essere il vignaiolo solerte e sollecito verso i cristiani del mondo, ma sopratutto verso di noi, romani, figli della Chiesa che il Signore gli ha affidato.





Bibliografia



Ufficio delle celebrazioni liturgiche del Sommo Pontefice, Inizio del ministero petrino del Vescovo di Roma Benedetto XVI, Libreria editrice vaticana, Città del Vaticano 2006.


________, Ordo rituum pro ministerii petrini initio Romae episcopi, e Civitate Vaticana 2005


Jounel, P. , «Luoghi della celebrazione», in Liturgia, ed. D. Sartore – A.M. Triacca – C. Cibien, San Paolo, Cinisello Balsamo 2001, 1110-1125.


Mazzilli Savini, M.T., «Leone», in Iconografia e Arte cristiana, ed.R. Cassanelli – E. Guerriero, II, San Paolo, Cinisello Balsamo 2004, 816-817.


Ravasi, G., Il libro dei Salmi, II, Edizioni Dehoniane, Bologna 1999, 913-916.




1Gen 49, 9-13; Eccl. 47; Gdc 14, 6-9; 1Sam 17, 32-37...

2XXIX, 14.

sabato 6 aprile 2013

La forza di tener alta la testa quando sembra che tutto fallisca

Dietrich Bonhoeffer
L'essenza dell'ottimismo non è guardare al di là della situazione presente, ma è una forza vitale, la forza di sperare quando altri si rassegnano, la forza di tener alta la testa quando sembra che tutto fallisca, la forza di sopportare gli insuccessi, una forza che non lascia mai il futuro agli avversari, ma lo rivendica per sé. Esiste certamente anche un ottimismo stupido, vile, che deve essere bandito. Ma nessuno deve disprezzare l'ottimismo inteso come volontà di futuro, anche quando dovesse condurre cento volte all'errore; perché esso è la salute della vita, che non deve essere compromessa da chi è malato. Ci sono uomini che ritengono poco serio, e cristiani che ritengono poco pio, sperare in un futuro terreno migliore e prepararsi ad esso. Essi credono che il senso dei presenti accadimenti sia il caos, il disordine, la catastrofe, e si sottraggono nella rassegnazione o in una pia fuga dal mondo alla responsabilità per la continuazione della vita, per la ricostruzione, per le generazioni future. Può darsi che domani spunti l'alba dell'ultimo giorno: allora, non prima, noi interromperemo volentieri il lavoro per un futuro migliore.

Dietrich Bonhoeffer, Resistenza e resa 

venerdì 5 aprile 2013

Tema e saggio breve




Cliccare sull'immagine per trovare il pdf

Propongo uno schema per gli alunni che non sanno dove mettere le mani quando devono comporre un tema...

E questo è il link al sito della Zanichelli per leggere un pdf dedicato al saggio breve, seconda prova dell'Esame di Stato:

Zanichelli 

 

giovedì 4 aprile 2013

La liturgia è Opus Dei

La liturgia è Opus Dei. Lavoro di Dio. Lavoro di Dio con noi, lavoro di Dio in noi: ecco che cos'è la Liturgia. Un mestiere che confina con il mistero. Un mestiere di tessere…Tessere ogni bellezza insieme in modo da farne una veste per il Signore, con cui rivestire noi stessi interiormente e, nei limiti del possibile, per rivestirne anche il mondo che nella sua indigenza, oscuramente attende di ricevere da noi questa veste.

Cassingena-Trévedy, F., La liturgia, arte e mestiere, Qiqajon, Magnano 2011, 17.

lunedì 1 aprile 2013

Credo!

La Quaresima 2013 è stata caratterizzata dall'incertezza. Il cammino Quaresimale e le feste pasquali che stiamo vivendo sono la conferma che la nostra fede si fonda su una persona, su un evento che trasmette sicurezza, e non il conforto di un vago senso religioso che si rifugia in un mondo trascendente, solo extra mondano. 

La celebrazione del Triduo Pasquale, con il quale la Chiesa liturgicamente manifesta tutta la forza della sua fede, è stato il contesto di lettura di un piccolo volume della Lipa. Il libro è di Alexander Schmemann e si intitola Credo...il simbolo della fede.  

L'opera nonostante le proprzioni è di contenuto corposo, immediato e di ampio valore formativo. Si tratta di conversazioni radiofoniche che l'autore ha poi messo per iscritto. In esse si percepisce un senso vivo della fede ed anche un desiderio razionale della fede che si confronta con la ragione senza complessi di inferiorità e senza perdere il suo posto. La fede viene spiegata, messa di fronte agli interrogativi più scomodi e ricondotta alla rivelazione ed alla persona di Gesù Cristo. 
In questo libretto i curatori hanno creato quasi un cammino di spiegazione proponendo le catechesi del protopresbitero Schmemann che dalle fondamenta della fede della Chiesa arriva fino alla spiegazione dei dodici articoli del Credo Niceno-Costantinopolitano. 

La bellezza del testo emerge con forza perché oggi è raro leggere o ascoltare catechesi così toccanti e di spessore teologico. Sono una boccata d'aria fresca in un anno come quello che stiamo vivendo dedicato alla Fede e che hanno la forza di spingere a meditare e ad impostare il proprio vissuto quotidiano tenendo fisso lo sguardo su Gesù, colui che dà origine alla fede e la porta a compimento (Eb 12,2)

Astitit Regina! La regalità di Maria e la Chiesa regina eterna

Santa Maria antiqua al Foro romano, la Theotokos in trono Dopo la riapertura del meraviglioso sito d...