sabato 31 agosto 2013

sabato 24 agosto 2013

Alla sorgente!

Liturgia alla sorgente
di Jean Corbon
Edizioni Qiqajon

pp. 296
€ 15

Questo libro delle edizioni Qiqajon del Monastero di Bose mi affascinava da anni e ammiccava dal suo scaffale. Finalmente ho deciso di leggerlo. 

In esso ho trovato un fiume in piena: un rigagnolo iniziale di teologia sui Misteri di Cristo e sulla tipologia veterotestamentaria della sorgente/acqua, in un progressivo gonfiarsi dell'acume teologico atto a spiegare il valore sorgivo della Risurrezione per la liturgia della Chiesa.

Questo è il punto nevralgico, la chiave di volta che regge l'architettura del volume. Tutta l'azione liturgica della Chiesa ha un solo punto fisso: il Cristo crocifisso e risorto ed il sepolcro vuoto dal quale sgorga incessantemente una sorgente di grazia e di vita che lo Spirito diffonde e spande nelle vite dei credenti e della Chiesa. La liturgia è intesa quindi come luogo dal quale attingere direttamente alla fonte della fede.  
 
La prima parte, teologica e simbolica ha richiesto un certo impegno tra le file dell'argomentare complesso e profondo tipico della speculazione di matrice e lingua francese (Gallicanesimo sempre vivo e con le stesse caratteristiche da secoli). 

La lettura della seconda parte è stata un'avventura nel mondo della liturgia visto, per così dire, dal di dentro. Spesso capita che gli autori parlino e scrivono di liturgia o siano liturgisti per formazione e professione e che nelle loro analisi si fermino ai riti, alla storia ed al rapporto del culto cristiano con le scienze moderne. Tutto è ricondotto all'azione dello Spirito. Per ritus et preces (SC 48), le pagine del libro si dispiegano nell'introdurre il lettore al fascino non di un culto o rito eteriore ed estraneo, ma delle celebrazioni, dei momenti di grazia in cui lo Spirito accede al credente e ne realizza la trasformazione: è l'epiclesi, dei doni, sull'altare, della materia nei sacramenti, delle persone nell'assemblea radunata intorno a Cristo.

In particolare è stata illuminante la rilettura che l'autore compie del mistero dell'Ascensione e della Risurrezione come fonte da cui sgorga una sorgente di vita; un fiume di grazia che si dipana dalla tomba vuota. Applicare questi temi a tutta la liturgia ha visto il Nostro impegnato nello spolverare idee stantie e prassi errate nella comprensione di ciò che la Chiesa materialmente, anzi corporalmente, celebra sui suoi altari, nelle sue chiese e nel cuore dei fedeli.

Si presenta alla lettura un manuale capace di risintonizzare la percezione comune sulla liturgia, che nel vasto analfabetismo teologico e nelle moderne ricerche scientifiche di impianto positivista, è stata ridotta a pura esteriorità, ricercata o sciatta ma pur sempre sovrastruttura, inqualificabile o puro orpello.

In realtà la liturgia è ben altro, è effusione dello Spirito che trasfigura ciò che incontra, è adesione al Cristo risorto nel suo Corpo e nella sua reltà di Dio fatto uomo, è la fede resa viva ed efficace nel celebrare che si declina nel vissuto quotidiano. 

Liturgia alla sorgente non è un testo di teologia sistematica, anche se l'intero volume corrisponde ad una precisa impostazione che affronta la liturgia in ogni suo aspetto spirituale e temporale.

Alla fine di queste pagine, per certi versi proromenti, si riconosce di essere di fronte ad un'opera da rivalutare e rileggere con attenzione, non solo da parte degli esperti liturgisti, ma anche per quella porzione, sempre meno copiosa, di cattolici formati e preparati, per trovarvi un testo utile all'approfondimento delle singole tematiche, ampie e fruttuose che Corbon ha offerto alla Cristianità.

sabato 17 agosto 2013

La Madre di Cristo e della Chiesa è sempre con noi

Tiziano, Assunzione, Venezia, Santa Maria gloriosa dei Frari


Il brano dell’Apocalisse presenta la visione della lotta tra la donna e il drago. La figura della donna, che rappresenta la Chiesa, è da una parte gloriosa, trionfante, e dall’altra ancora in travaglio. Così in effetti è la Chiesa: se in Cielo è già associata alla gloria del suo Signore, nella storia vive continuamente le prove e le sfide che comporta il conflitto tra Dio e il maligno, il nemico di sempre. E in questa lotta che i discepoli di Gesù devono affrontare – noi tutti, noi, tutti i discepoli di Gesù dobbiamo affrontare questa lotta – Maria non li lascia soli; la Madre di Cristo e della Chiesa è sempre con noi. Sempre, cammina con noi, è con noi. Anche Maria, in un certo senso, condivide questa duplice condizione. Lei, naturalmente, è ormai una volta per sempre entrata nella gloria del Cielo. Ma questo non significa che sia lontana, che sia staccata da noi; anzi, Maria ci accompagna, lotta con noi, sostiene i cristiani nel combattimento contro le forze del male. La preghiera con Maria, in particolare il Rosario. Ecco, la preghiera con Maria, in particolare il Rosario ha anche questa dimensione “agonistica”, cioè di lotta, una preghiera che sostiene nella battaglia contro il maligno e i suoi complici. Anche il Rosario ci sostiene nella battaglia.
Papa Francesco, Castel Gandolfo, 15-08-2013

giovedì 15 agosto 2013

La solennità dell'assunzione nella liturgia occidentale

Una tradizione vuole che la Madre di Dio sia Ierosolimitissa (Panaghia Hierosolymitissa) ovvero la principale e più importante delle donne nate a Gerusalemme. Ed è proprio Gerusalemme il punto di partenza per conoscere qualcosa riguardo l'odierna solennità dell'Assunzione.

Icona della Panaghia Ierosolymitissa
A partire dalla costruzione e dedicazione di una chiesa sulla strada che unisce Gerusalemme a Betlemme, a Kathisma, si sviluppa durante l'episcopato del vescovo gerosolimitano Giovenale (422-458) una celebrazione della Madre di Dio il 15 agosto. Una celebrazione della sua maternità legata probabilmente alle definizioni del Concilio di Efeso dello stesso secolo (431).

Forse con la comparsa dello scritto apocrifo e devozionale De transitu s. Mariae si diffonde tra i fedeli e pellegrini il desiderio della commemorazione della Madre di Dio e la venerazione della sua tomba creduta conservata nella basilica fatta costruire da Aelia Eudocia (421-460) nella valle del Getsemani. 

Gerusalemme, Chiesa dell'Assunzione

La diffusione di questo particolare culto legato alla glorificazione della Theotokos, in Palestina e Siria e poi nel resto del mondo orientale, ha gradualmente sostituito l'originale festa del 15 agosto con l'odierna celebrazione della Dormizione.

Inoltre in oriente un editto dell'imperatore Maurizio (539-602) impose la celebrazione della Dormitio in tutte le chiese dell'impero e contribuì alla diffusione e cristallizzazione delle celebrazione della morte, dell'addormentarsi, della Vergine Maria e della sua successiva glorificazione.  Ancora oggi la Chiesa Ortodossa di Gerusalemme e la popolazione aghiopolita celebrano con particolare intensità e folclore la festa della più insigne delle sue cittadine.

La Chiesa di Roma conosceva una sola grande festa dedicata alla Maternità di Maria, quella inserita a conclusione dell'ottava del Natale, e che ancora oggi celebriamo nel primo giorno dell'anno. Gli antichi sacramentari come il Veronese non hanno nessuna indicazione per il 15 agosto mentre nel Gelasianum Vetus ne esiste menzione ma è un'interpolazione gelasiana posteriore. L'inserimento della festa a Roma è dovuto all'intervento di papa Sergio (687-701), di origine siriaca, che come per altre feste mariane istituì la celebrazione dell'Assunzione, il 15 agosto, cui aggiunse una letania ovvero una processione. 

Dormizione di Maria, Palermo - S. Maria dell'Ammiraglio detta della Martorana

Inserita nel calendario della Chiesa di Roma, la festa mariana divenne presto una tra le più importanti. Nell'VIII secolo era una delle feste che ancora manteneva l'antica struttura romana degli officia duplicia, cioè una duplice veglia notturna, quella quotidiana cui si aggiungeva una veglia particolare per la festa, presieduta dal papa e celebrata dopo la mezzanotte. In seguito la festa del 15 agosto venne dotata di un'ottava, in seguito soppressa dalla promulgazione del Calendarium Romanum del 1969 e di cui rimane un segno nella festa di Maria Regina al 22 agosto.

La “nuova” festa con processione trova eco nel Sacramentarium Gregorianum Hadrianeum che nel formulario 148 riporta una colletta per la processione (661) e altri tre testi per l'adsumptio s. Mariae. Notiamo che nel formulario si riscontrano le vestigia dell'antica caratterizzazione della memoria del 15 agosto. Infatti tutto il formulario si riferisce a Maria in relazione al Cristo. È la Madre di Dio che viene celebrata e così viene invocata in tutti i testi del formulario.1

A Roma, la celebrazione del 15 agosto usciva dalle chiese e percorreva le strade della città in una solenne processione che la caratterizzava. Il sontuoso rito viene raccontato nell'Ordo di Benedetto Canonico di san Pietro (1148) e prevedeva l'ostensione e la processione per la città2 della preziosa icona Acheropita (non dipinta da mani d'uomo) del ss. Salvatore custodita ancora oggi nel Sancta Sanctorum, comunemente noto come santuario della Scala Santa, luogo delle liturgie del papa e della sua corte, dal XVI secolo inglobato nella struttura di san Lorenzo in palatio presso la Basilica Cattedrale di San Giovanni in Laterano per i rifacimenti di Domenico Fontana e per volere di Sisto V Peretti. 

Nelle due stationes della processione il papa compiva il rito simbolico del lavaggio dei piedi dell'icona con il basilicum un'acqua aromatica con la quale venivano anche aspersi i presenti. La processione per gli ovvi motivi legati alla sua esecuzione notturna in una città malsana e infestata dai briganti venne abolita da san Pio V nel 1566.


Immagine acheropita del ss. Salvatore. Roma, Scala Santa

La suggestione della processione, oltre alla presenza del papa e delle moltitudine è data dall'incontro di due immagini peculiari della Città Apostolica. In primo luogo si sottolinea che una delle grandi feste mariane del calendario romano antico non prevede una processione con l'immagine della Madonna ma con l'immagine del Figlio di Dio. In secondo luogo la centralità cristologica di questa processione non cede il passo, ma apre alla venerazione della Madre di Dio nel primo tempio a lei dedicato nella Cristianità occidentale, ovvero la Basilica ad praesepe, Santa Maria Maggiore. È su queste dinamiche che si deve leggere, a nostro avviso, la liturgia odierna. 

Icona della Salus Populi Romani. Roma, Basilica di santa Maria Maggiore
 
Un ultima riflessione è dedicata ad un particolare della moderna e riformata liturgia del Vaticano II per la festa dell'Assunzione, rivista e riconcepita alla luce della definizione dogmatica dell'Assunzione da parte di Pio XII, il 1° novembre del 1950 con la bolla Munificentissimus Deus.
Nelle Norme generali per l'ordinamento dell'anno liturgico e del calendario al n. 11 si legge:

Le solennità rientrano fra i giorni principali la cui celebrazione inizia con i primi vespri, il giorno precedente. Alcune solennità hanno anche la messa propria della vigilia, da usarsi alla sera del giorno precedente, qualora si celebrasse la messa nelle ore serali.

Oltre la Veglia pasquale il calendario prevede altre cinque celebrazioni proprie e vespertine vigilari, così come indicato nel testo citato sopra. Si tratta della solennità di Pentecoste che chiude la cinquantina pasquale con una veglia fatta di letture-salmi-orazioni, che a guisa della Veglia Pasquale, ricalcando l'antica struttura dell'ufficiatura notturna della liturgia romana, prepara alla celebrazione dell'effusione dello Spirito Santo; la solennità del Natale del Signore con una messa serale oltre le tre tradizionali in nocte, in aurora, in die, della Nascita di san Giovanni Battista, dei ss. Apostoli Pietro e Paolo e dell'Assunzione. 


Pietro Cavallini, Dormizione. Roma, Basilica di s. Maria in Trastevere

Nel Messale Romano le feste sono precedute da un formulario intitolato Messa vespertina nella vigilia. Si nota qui che i formulari hanno una nomenclatura propria, esclusiva per le feste elencate e questo ne sancisce l'esclusività eucologica e celebrativa. Una comparazione con la liturgia Tridentina aiuta a disambiguare la natura di queste vigiliae.

Il Codex Juris Canonici del 1917 prescriveva un tempo di digiuno e di astinenza dalle carni prima delle grandi solennità dell'anno. In particolare il can. 1252 § 2 prescriveva astinenza e digiuno nelle vigilie di Pentecoste, Assunzione, Tutti i Santi e Natale.3 La comparazione con il rito tridentino permette di evidenziare che i giorni festivi dotati di vigilia serale prevedevano, secondo il Codice del 1917 e le rubriche del Messale, una celebrazione dall'evidente carattere penitenziale.4

Da questo confronto si può percepire il senso delle vigilie conservate nel Missale Romanum del Concilio Vaticano II.


Roma, Basilica di santa Maria Maggiore, Abside, particolare della Dormitio

Secondo le normative dell'attuale Codice di Diritto Canonico del 1983, per i fedeli si parla di assoluzione del precetto di partecipare alle messe domenicali e festive anche la sera precedente la solennità.5 Questa prassi instaurata con le riforme del Concilio ci ha abituati ad una messa vespertina del sabato sera. Essa per contenuto e modalità è la medesima del giorno di festa. L'attenzione sta nel ribadire che le messe del sabato sera o della sera precedente le altre solennità non hanno caratteristiche proprie o un nome specifico. Il titolo spsecifico è solo per le feste indicate sopra.

Anche se con la riforma del Vaticano II le messe vespertine della vigilia non hanno conservato l'indole penitenziale della liturgia tridentina, che le distingueva liturgicamente e con un digiuno dalla festa del giorno successivo, come stabilito ancora nella liturgia bizantina che prevede l'inizio del giorno liturgico con i vespri della sera prima della festa, emerge con chiarezza che si tratta ancora di formulari di messe con eucologia e lezionario proprio non assimilabili a nessuna messa prefestiva del resto dell'anno liturgico. Questo dovrebbe indurre i pastori e i responsabili dell'animazione e formazione liturgica a rivalutare e comprendere queste messe quali tempi e luoghi che preparano alla festa e non dovrebbero essere equiparate ed appiattite sulla consuetudine della soddisfazione del precetto la sera prima della domenica o della solennità iscritta nel calendario generale.

Se chi partecipa alle vigilie che abbiamo menzionato, previste dal Messale Romano, assolva al precetto rimane un dubbio. Non un dubbio giuridico, evidentemente, ma liturgico.

Se consideriamo infatti il valore delle vigilie per i giorni di precetto e la differenza sostanziale dei singoli formulari della notte e del giorno di Pasqua, della sera e delle tre messe di Natale, della Pentecoste, della solennità dei ss. Pietro e Paolo (di precetto nella Diocesi di Roma) e dell'Assunzione, è manifesto che si tratta di celebrazioni complementari. Non sembra logico quindi che la successione vigilia-solennità, speculare al ritmo preparazione-celebrazione, debba o possa essere snaturata ed alterata dalla prassi scadente di questi cinquant'anni che ci separano dal Concilio di assolvere al precetto partecipando alla messa della sera.
Dunque il problema non è il precetto ma la natura delle messe vespertine della vigilia. Crediamo che esse, nella pastorale ordinaria se possibile, vadano spiegate, valutate e riconosciute nelle loro peculiarità testuali che le distinguono da qualsiasi messa del sabato sera o della sera precedente le altre feste iscritte nel Calendario Romano Generale e particolare. Questo potrebbe concretizzarsi in celebrazioni veramente solenni che si distinguano anche per l'orario, quindi celebrate fuori dal consueto orario delle messe feriali, occasione di congregazione generale dei gruppi esistenti in parrocchia, e luogo, magari di una predicazione formativa. 

La liturgia per sua natura è incarnata nel presente, ed il nostro è fatto non di solennità dell'Assunzione, ma di "ferragosto" ovvero di città vuote e di chiese cittadine, in generale, pressocché deserte. E questi sono aspetti che non si possono tralasciare. Purtroppo.  
Tornare in possesso del valore di una messa propria che prepara ad una celebrazione del Signore, della Madre di Dio o dei santi, riflesso della dimensione escatologica del celebrare cristiano e con al suo culmine la Veglia di Pasqua,  preludio al risplendere della luce della Risurrezione, sarebbe il segno della natura dell'anno liturgico, del Mistero che sposa i ritmi del nostro tempo, capace di incarnarsi ancora più profondamente nel vissuto del cristiano e delle comunità ecclesiali oltre ad essere un incentivo affinché l'odierna società cristiana in crisi gradualmente rientri in possesso di quel tempo di grazia che il mondo secolarizzato e scristianizzato ha cercato di sopprimere svalutando il dì di festa e la sua natura sacra ed antropologicamente essenziale.

Roma, Basilica di santa Maria Maggiore, Abside musiva

Bibliografia di riferimento

B. BOTTE, «Le lectionnaire arménien et la fête de la Theotokos à Jérusalem au Ve siècle», in Sacris erudiri 2 (1949) 111-122.
B. CAPELLE, «La fête de la Vierge à Jérusalem au Ve siècle», in Le Museon 56 (1943) 1-33.
C. MAGGIONI, Benedetto il frutto del tuo grembo. Due millenni di pietà mariana, Portalupi, Casale Monferrato 2000, 86-91.

C. MAGGIONI, «Intemerata virginitas edidit Salvatorem. La verginità di Maria nel Missale Romanum», in Marianum 55 (1993), 99-181.

M. NIN,  «Tomba e morte non l'hanno trattenuta», in L'Osservatore romano 14 agosto 2013.

M. RIGHETTI, Storia liturgica 2: L'anno liturgico nella storia, nella messa, nell'ufficio, Ancora, Milano 22005. 



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1Nella colletta per la processione si ricorda il mistero dell'incarnazione mentre nelle altre composizioni si trova sempre il riferimento alla Madre di Dio che viene celebrata non come individualità eccellente, ma perché grazie al suo fiat ha permesso la nascita del Salvatore del mondo: Genitricis Filii tui (662); Dei Genitricis oratio (663); festa Dei Genitricis (664).
2Dal Patriarchio Lateranense fino alla Basilica Liberiana passando per il Foro Romano con due soste presso l'attuale Basilica di santa Francesca Romana, santa Maria Nova, e presso la tradizionale basilica di Sant'Andriano. Al termine della Processione che impegnava tutta la notte per il gran concorso di popolo il papa celebrava la Messa a santa Maria Maggiore.
3Can. 1252 § 2. Lex abstinentiae simul et ieiunii servanda est feria quarta Cinerum, feriis sextis et sabbatis Quadragesimae et feriis Quatuor Temporum, pervigiliis Pentecostes, Deiparae in caelum assumptae, Omnium Sanctorum et Nativitatis Domini.
4Consideriamo solo quelle dell'edizione del Missale Romanum 1962; in particolare, Rubricae generales, V. De vigiliis. Il Messale, dopo la definizione di vigilia quale celebrazione che precede e prepara alla festa, indica tre distinte classi di vigilie. La festa dell'Assunzione ha una vigilia II classis. Nel paragrafo XVIII De colore paramentorum si stabilisce che le vigilie di II e III classe si celebrano con le vesti liturgiche violacee. Al viola si associa l'omissione del Gloria ed il carattere penitenziale suggellato dalle prescrizioni del Codice.
5Can. 1248 §1. Soddisfa il precetto di partecipare alla Messa chi vi assiste dovunque venga celebrata nel rito cattolico, o nello stesso giorno di festa, o nel vespro del giorno precedente.





domenica 11 agosto 2013

Il raccoglimento


Non appena, nella vita religiosa, emerge la parola tacere, se ne associa abitualmente un'altra: raccoglimento. Il tacere è superamento del chiasso e della verbosità; il raccoglimento è vittoria sulla dissipazione e sull'irrequietezza. Il tacere denota il silenzio nell'uomo che è atto a parlare. Il raccoglimento è l'unità vitale in un'esistenza piena di forze, protesa all'azione, contesa da ogni parte dalle cose del mondo e tirata dentro nella rete degli avvenimenti. Il raccoglimento non è meno importante del tacere, - anzi uno sguardo attento riconosce che l'uno non può fare a meno dell'altro.
Che cosa significa dunque il raccoglimento? Abitualmente l'attenzione umana dell'uomo divaga tra le cose e gli uomini che gli stanno intorno, come cacciata fuori dall'uomo e tirata in mille direzioni diverse dalla molteplicità dei fenomeni. Il suo animo non ha pace. Il suo sentimento si aggrappa ad oggetti effimeri. La sua avidità è incalzata da una cosa all'altra. La sua volontà ha continuamente intenzioni che la spingono innanzi, sovente parecchie nello stesso tempo. E' aizzato, distratto e in contraddizione con se stesso.
A tutto questo contrasta il raccoglimento. Esso leva via l'attenzione dalle sue mille inezie e riduce lo spirito, in se stesso, a unità. Libera il sentimento dalla molteplicità delle cose che lo allettano, e lo porta a orientarsi semplicemente verso ciò che conta. Richiama l'anima, che scorrazza coi suoi pensieri, corre coi suoi desideri da un oggetto all'altro, getta a non finire intenzioni e piani, la richiama in sé, e la guida in profondità. 

Tutto coopera a rendere inquieto l'uomo. I fenomeni naturali sono stupendi e desiderabili: lo attraggono e lo avvincono. Ma sono per l'appunto naturali ed hanno per ciò stesso anche qualche cosa che concilia la pace e il raccoglimento. Così dicasi ancora di ciò che intesse la vita umana: incontri e destino, lavoro e gioia, malattie e disgrazie, vita e morte. Tutto questo impegna l'uomo, lo sazia e lo opprime; può conferirgli però anche serietà e prestigio.

Ciò che è realmente fatale sono il disordine e il formalismo della vita contemporanea. A questa scuola l'uomo è incessantemente aggredito da impressioni violente e sregolate, forti e superficiali a un tempo, tali da logorarsi in fretta per essere tosto risospinte da altre, senza alcuna misura e senza vera coesione. L'una intralcia l'altra, la turba, la contraddice. Dappertutto l'uomo è colpito da impressioni che, mentre lo ingannano, lo convincono.
Tutto è réclame e tenta di indurlo a cose che egli, in fondo, non vuole affatto e delle quali, a ogni modo, non ha effettivamente bisogno. Il suo sentimento è costantemente distolto da ciò che è importante e profondo per rivolgersi a ciò che è interessante, a ciò che eccita e scuote. Né questo stato di cose domina solo intorno all'uomo, ma è anche in lui stesso. L'uomo non ha ormai più né profondità né equilibrio; vive di ciò che è appariscente e casuale. Non trova nulla di sostanziale in se stesso; così va in cerca di allettamenti e di sensazioni, ne gode, ne viene a nausea, si sente nuovamente vuoto e ha bisogno di novità. Ciò che gli si offre incessantemente dai mezzi sempre più vasti del notiziario, dei servizí di comunicazione e d'informazione, dei rapporti sociali - prende al volo, ma in realtà non elabora. In breve, sa di tutto, ha per tutto il suo " slogan " e passa ad altro. E' interiormente vuoto e lo va coprendo mediante un'attività perennemente inquieta. Non si sente bene che nel trambusto, nel chiasso, in realizzazioni e successi effimeri; non appena intorno a lui le cose accennano a placarsi, non vede l'ora di riprender da capo.
 
Concelebranti distratti durante le celebrazioni pontificie...
Questo stato di cose si fa sentire dappertutto, anche sul terreno religioso, nel servizio divino, nella santa messa. Si nota allora un nervosismo costante. Si guarda in giro; senza un vero e proprio motivo, ora ci si inginocchia, ora ci si mette a sedere, ora ci si alza; adesso con un pretesto, poi con un altro; chi tosse, chi cincischia, chi si rassetta gli abiti. E quand'anche il contegno esterno rimane corretto, si sente l'irrequietezza interiore dal modo di cantare e di parlare, di leggere e di ascoltare, da tutto il comportamento. Gli uomini non sono veramente lì, non sono realmente impegnati nell'azione che compiono, non occupano in modo vitale tempo e spazio: non sono raccolti.

Raccoglimento denota quindi di più del semplice evitare qualche cosa o del serbarsi libero dell'uomo da impressioni ed occupazioni distraenti; il raccoglimento è qualche cosa in se stesso. E' la vita nella sua profondità e forza. Naturalmente la vita si applicherà sempre a una molteplicità di cose e di eventi, ma questo dev'essere compensato da una corrente opposta. Pensiamo al moto del respiro. 

Adorazione eucaristica nel Duomo di Milano
 
Ha due direzioni: verso l'esterno e verso l'interno. Vita si attua in questo come in quello. Ognuno è vita, nessuno è la vita. Se il vivente dovesse respirare unicamente dall'interno verso l'esterno ne soffocherebbe, né più né meno di quanto avverrebbe se dovesse unicamente in-spirare. Ecco: il raccoglimento è l'in-spirazione dell'uomo spirituale. Così egli si toglie dalla distrazione, verso l'interno, verso il profondo, verso il centro.

Romano Guardini, Il testamento di Gesù, Vita e Pensiero, Milano 1993.


domenica 4 agosto 2013

Caso letterario? Non credo proprio...

La verità sul caso Harry Quebert
di Joël Dicker

Bompiani
pp. 779
€ 19,50


Il libro dell'anno, capolavoro, caso letterario in Francia come in Italia. Per me è solo il segno di un popolo che legge qualsiasi cosa, che fa l'occhiolino alla leggi di mercato e che, a mio giudizio è la cosa più grave, si è così assuefatto ai libri spazzatura da riconoscere in questo romanzo il migliore tra tanti pessimi. Vi spiego perché riconosco di aver buttato € 19,50. 

1. Non amo per nessun motivo leggere romanzi che presentano bestemmie. Ed in base alle leggi di questo Paese (art. 724 del CP) se avessi soldi e tempo e non fossi sicuro di essere deriso e fatto passare per un semplice bigotto che non sono, avrei denunciato la Bompiani, i traduttori e l'autore per la continua blasfemia esplicita nelle 780 pagine di Dicker. Mi domando: bestemmiare fa vendere di più? Elargisce un “tono” alle arrabbiature dei personaggi? Siamo veramente di fronte a qualcosa che qualifica il romanzo come un “caso letterario” e di cui proprio non se ne poteva fare a meno? Cattolici, protestanti, ebrei o altro che leggono queste pagine hanno sperimentato “un vero giubilo nello scoprire questo prodigioso romanzo”? 

2. Patetico tentativo di vendita in cui l'autore non fa altro che raccontare quello che poi è successo, ovvero il caso legato alla pubblicazione del suo sesto romanzo. Capisco l'intreccio banale da scuola di scrittura creativa, ma è pietosa la continua insistenza su quanto sia bravo, bello, con il bel fisico e di successo “Marcus Goldman”, uomo d'oro appunto... 

Joël Dicker


 3. Melenso in quei dialoghi tra i protagonisti ripetuti più volte, sempre le stesse parole, lo stesso tenore da insulina, lo stesso piattume. 

 4. Rallentare-accelerare. Questa è l'impressione. Il romanzo parte a rilento, poi accelera sul ritrovamento di Nola e poi, rallenta ancora inesorabilmente su Nola, N-O-L-A fino all'esaurimento che ti spinge a lasciare tutto e buttare il volume nel cassonetto del riciclo perché tutta questa carta è andata sprecata. Poi continui per principio, per arrivare fino alla fine di questo racconto, ancora a rallentatore, poi qualche sferzata e finalmente dopo seicento pagine si arriva alla fine. 

5. Continue ripetizioni di concetti, espressioni, di interi brani (uno tra tutti a p. 11 e a p. 631). 

Io non sono uno scrittore e non intendo diventarlo se questo è il risultato. Mi dispiace ma volevo leggere un bel romanzo e sono stato fregato. Veramente un testo deludente rispetto ai grandi del genere che danno ben altre soddisfazioni letterarie in molte meno pagine (vedi Simenon e Christie).

La vocazione di san Matteo

Non sono uno storico dell'arte e non sono un'esperto. Quindi da non addetto ai lavori mi accosto a un dipinto complesso e sudiatiss...