domenica 29 settembre 2013

Liturgia regola della preghiera - Liturgia orationis norma


La domenica è giorno del Signore, giorno di riposo e di celebrazione. Nella sua sostanza e nella dimensione sacramentale la messa domenicale non si distingue dalle altre celebrazioni feriali, ma la presenza della comunità dei fedeli laici raccolti intorno ai propri pastori per la sinassi in giorno di domenica1 acquista una pregnanza ed uno spessore teologico in relazione all'evento centrale della nostra fede, la passione morte e risurrezione del Signore Gesù. La celebrazione domenicale rimane il luogo dell'annuncio del kerygma, della buona novella della salvezza operata dal Cristo nel sacrificio della sua croce (cfr. Péguy e la sua idea della liturgia come "teologia distesa"). 

La domenica è il giorno in cui si celebra l'evento della nostra salvezza, la passione, morte e resurrezione di Cristo. Ma il primo "giorno dopo il sabato" è anche il giorno della fractio panis, il giorno del riconoscimento di Gesù nello spezzare il pane e dell'assemblea radunata intorno agli apostoli per l'ascolto dei profeti e la cena del Signore (cfr. Lc 24,12 ss. e At 20,7 ss.)

La domenica è la nostra pasqua settimanale perché l'evento unico della morte e risurrezione di Cristo è unito in un unico giorno al sacrificio di comunione che si consuma sull'altare. L'evento entra nel tempo e ci conduce verso le realtà future, un tempo che non è lineare ma assume una curvatura per cui il ripetersi delle feste e delel celebrazioni non è rinchiuso in un circolo vizioso della festa che ritorna sempre su se stessa ma nella tensione verso un futuro, di solennità in solennità, di domenica in domenica fino e verso la Gerusalemme del cielo. 


La bellezza della domenica, al di là delle consuetudini e della preoccupazione di osservare il precetto domenicale, rimane uno dei baluardi della libertà scaturita dal Vangelo. Essere in chiesa, nella propria comunità per partecipare al sacrificio di comunione, consola, aiuta a crescere. Ma in molti vivono la domenica come un'obbligo e non come la scelta di trascorrere del tempo qualificato con il Signore. Per molti, soprattutto tra i cristiani, la messa ed in particolare la sua essenza liturgica, il rito in sé, sono un problema, a volte un'ostacolo.


Sorvolando sulle comunità cristiane che celebrano in modo non adeguato e senza dare valore ai dettagli che la messa richiede e che facendo questo scoraggiano i fedeli stessi a partecipare a qualcosa che sa di costruito, di non autentico e di estraneo, vorremmo puntare la nostra attenzione su due aspetti della prassi liturgica settimanale, condividendo un pensiero sulla liturgia domenicale.


L'espressione liturgia domenicale contiene il nocciolo del pensiero che vorrei stendere in queste righe.

LITURGIA


La liturgia, l'insieme dei riti e delle parole che compongono il dispiegarsi della celebrazione dei misteri della salvezza, nella nostra società persa dietro il pathos ed il sentimento fine a sé stesso, è spesso concepita in modo distorto e travisata nella sua essenza. Il semplice fedele si trova di fronte alle domande sul senso della teatralità che si svolge all'altare, degli inchini, delle cerimonie, delle ripetizioni ecc...
 
 Questi disagi portano a sentire la liturgia come qualcosa di estraneo e contrapposto ad una preghiera personale, intesa forse più pura e meno distratta, da preferire alle sovrastrutture ecclesiastiche. Si impone la questione circa il valore stesso della liturgia cattolica, della tradizione, del ciò che fa la Chiesa, opposto al dominio dell'individuale che accetta i riti sterili della società odierna e si rifugia in un mondo religioso personale, personalistico e rigorosamente soggettivo.

Sono dell'idea che la preghiera personale compiuta secondo il precetto evangelico nel segreto sia necessaria e rinvigorisce, ma che sia facilmente male interpretata.2 È senza dubbio vero che nell'intimo della propria casa si prega meglio, più serenamente e più in profondità. Solo che non si può ridurre la preghiera cristiana ad una semplice introspezione o ad un esclusivo colloquio interiore con Dio. La vita di fede ha bisogno di essere incarnata in un corpo che non è la campana di vetro che io posso costruire intorno alla mia reale vita di preghiera e di meditazione. La necessità del cristiano di pregare la liturgia della Chiesa consiste nell'oggettività di un culto che celebra autenticamente i misteri della salvezza, in cui si può in maniera oggettiva incontrare la Parola che salva ed i sacramenti che nutrono. E tutto questo deve avvenire tramite parole e gesti a tutti comprensibili e che siano in grado di interpellare il singolo e la comunità.
La liturgia, ed in particolare la tradizionale messa della domenica, è la norma della preghiera.

DOMENICALE 

Ecco perché la celebrazione dell'Eucaristia domenicale, con l'obbligo e la solennità che la contraddistinguono, ha il valore pasquale della messa celebrata “nel giorno in cui Cristo ha vinto la morte e ci ha resi partecipi della sua vita immortale”.3

Radunarsi come comunità intorno all'altare vuol dire percepire con chiarezza il luogo in cui si attua concretamente il mistero della Chiesa, che può distrarre, essere scomodo e non conforme totalmente alla propria sensibilità interiore, ma è pur sempre la realtà di fede nella quale siamo inseriti tutti noi credenti in Cristo e questa concretezza si sperimenta nell'essere radunati insieme per la fractio panis. 

Se si riesce a percepire così la liturgia e l'aggettivo domenicale della nostra espressione di partenza allora la messa non è solo un obbligo, una “santa abitudine”, ma diviene il luogo della nostra preghiera più autentica. Diviene l'octava dies della Lettera di Barnaba, quel giorno oltre la settimana e oltre la dimensione umana del tempo. 

Giova ricordare ciò che il Concilio ha ribadito in merito al precetto domenicale: 

Secondo la tradizione apostolica, che ha origine dallo stesso giorno della risurrezione di Cristo, la Chiesa celebra il mistero pasquale ogni otto giorni, in quello che si chiama giustamente «giorno del Signore» o «domenica». In questo giorno infatti i fedeli devono riunirsi in assemblea per ascoltare la parola di Dio e partecipare alla eucaristia e così far memoria della passione, della risurrezione e della gloria del Signore Gesù e render grazie a Dio, che li « ha rigenerati nella speranza viva per mezzo della risurrezione di Gesù Cristo dai morti» (1 Pt 1,3). Per questo la domenica è la festa primordiale che deve essere proposta e inculcata alla pietà dei fedeli, in modo che risulti anche giorno di gioia e di riposo dal lavoro. Non le venga anteposta alcun'altra solennità che non sia di grandissima importanza, perché la domenica è il fondamento e il nucleo di tutto l'anno liturgico. (SC 106)


In fine, credo sia illuminante un brano di Pavel Evdokimov circa le distinzioni che abbiamo fornito: 

La liturgia filtra ogni tendenza troppo soggettiva, emozionale e momentanea; piena di un’emozione sana e di una vita emozionale potente, offre la sua forma completata, resa perfetta da lunghi secoli e generazioni che hanno pregato nello stesso modo. Sento la voce di Giovanni Crisostomo, di Basilio, di Simeone e di tanti altri; hanno lasciato traccia del loro spirito adorante e mi associo alla loro preghiera. Questa pone la misura e la regola, ma sollecita anche la preghiera spontanea, personale, dove il cuore canta e parla liberamente al suo Signore.4



Puntiamo su queste parole! Che la liturgia domenicale sia una regula fidei, in forma completa, meravigliosa e capace di sollecitare la preghiera non più intenta a cercare in cisterne screpolate ma pienamente protesa ad abbeverarsi alla Sorgente.

 
1Sacrosanctum Concilium 41: “La principale manifestazione della Chiesa si ha nella partecipazione piena e attiva di tutto il popolo santo di Dio alle medesime celebrazioni liturgiche, soprattutto alla medesima Eucaristia, alla medesima preghiera, al medesimo altare cui presiede il Vescovo circondato dal suo presbiterio e dai ministri”.
2Cfr. M. Festugiere, La liturgia cattolica (Caro salutis cardo. Studi), Edizioni Messaggero, Padova 2002.
3Proprio della domenica da proferire all'interno della preghiera eucaristica, cfr. Messale Romano 1983.
4La nouveauté de l’Esprit. Études de spiritualité, Bellefontaine, 1977.

domenica 22 settembre 2013

Cerchiamo con il desiderio di trovare, e troviamo con il desiderio di cercare ancora (Agostino)



La variabile Dio
di Riccardo Chiaberge
Longanesi  2008
€ 24,60
pp.194

 
Un saluto tutto speciale a voi, ricercatori della verità, a voi, uomini di pensiero e di scienza, esploratori dell’uomo, dell’universo e della storia, a voi tutti, pellegrini in marcia verso la luce, e anche a quelli che si sono fermati nel cammino, affaticati e delusi da una vana ricerca.



Anche per voi abbiamo dunque un messaggio, ed è questo: continuate a cercare, senza stancarvi, senza mai disperare della verità! Ricordate le parole di uno dei vostri grandi amici, sant’Agostino: “Cerchiamo con il desiderio di trovare, e troviamo con il desiderio di cercare ancora”. Felici coloro che, possedendo la verità, la continuano a cercare per rinnovarla, per approfondirla, per donarla agli altri. Felici coloro che, non avendola trovata, camminano verso essa con cuore sincero: che essi cerchino la luce del domani con la luce d’oggi, fino alla pienezza della luce!

Paolo VI, 8 dicembre 1965

La lunga citazione in esergo è tratta dal discorso che Paolo VI ha rivolto alla chiusura del Concilio agli uomini di pensiero e di scienza.

Queste poche frasi sono, secondo noi il filo rosso che lega le interviste a due scienziati, messe insieme da Riccardo Chiaberge nel volume La variabile Dio. In cosa credono gli scienziati? Un confronto tra George Coyne e Arno Penzias. Si tratta di un colloquio con Arno Allan Penzias, fisico, premio Nobel 1978, di origine ebraica e di George Vincent Coyne gesuita, astronomo, ricercatore presso l'osservatorio di Tucson in Arizona.

Questa presentazione è necessaria perché nel testo di Chiaberge le vite dei due intervistati ed i loro interventi di intrecciano e si moltiplicano con l'unico scopo di attuare e di trasmettere da due punti di vista quasi opposti la massima agostiniana citata da Paolo VI: “Cerchiamo con il desiderio di trovare, e troviamo con il desiderio di cercare ancora”.

Il libro intervista in cui il lavoro dell'autore è stato veramente eccellente, perché è riuscito a raccontare il momento straordinario in cui un ebreo premio nobel conversa e dialoga con un gesuita astronomo e per anni direttore della Specola Vaticana, quel meraviglioso mondo scientifico uscito dal desiderio dei pontefici di indagare secondo il metodo delle scienze moderne ciò che è all'origine della fede cattolica, il Dio Creatore.

L'intervista è interessante perché contiene in sé il tentativo di mostrare come l'annoso dibattito sul tema fedee scienza sia possibile se il metodo di realizzazione è chiaro. Il padre Coyne è un religioso ma anche uno scienziato, e da gesuita il suo modo di affrontare le due questioni è sereno e guidato dalla stessa fede che professa. La fede in un Dio personale e Creatore, che continuamente agisce nella vita dell'uomo non è in opposizione alle regole della natura che lui stesso ha creato.

Il confronto con le tradizioni ebraiche di un uomo di scienza come Arno Penzias, che più volte nel libro afferma la sua ortodossia ebraica contro una difficoltà a credere nel Dio che ha stretto Alleanza con il suo popolo, permette anche di valutare come in ambito scientifico e religioso le risposte non sono solo dimostrabili. Di fronte ai numeri dell'universo ed ai misteri che ancora porta con sé emerge quanto la scienza abbia fatto passi enormi nella ricerca, ma anche quanto sia lontana da verità assolute, come la religione. La fede in Cristo si basa sulla sua esperienza di passione, morte e resurrezione. Il compimento del suo mistero pasquale e la rivelazione che ne mostra la missione di adesione alla volontà del Padre sono per il credente la Verità. Ridurre la fede alla religione, intesa come codice comportamentale, ed in base a questo farne l'unica realtà del mondo è una tentazione storicamente condivisa dalla scienza e dalla fede.

Ridurre il rapporto tra la fede e la scienza al dimostrabile, in una sterile affermazione di ciò che la scienza afferma e di ciò che la religione crede/racconta/inventa e non dimostra costituisce l'intento di spingere la capacità di ragionamento dell'uomo ad un livello infimo. Ne “La variabile Dio” si assiste ad altro. Le idee religiose vengono affrontate e con esse ci si riferisce anche ai limiti della scienza che sono poi i limiti dell'uomo.

Dalla lettura di questo testo, stimolante per tanti motivi sia dal punto di vista scientifico per tutte le nozioni ed i ragionamenti espressi dagli illustri intervistati, sia dal punto di vista teologico,1 è nata una serie di punti per una riflessione sul possibile utilizzo del libro e delle dinamiche che affronta.

Il volume di Chiaberge ha il pregio di mettere in evidenza che il mondo scientifico e quello religioso devono rimanere nel proprio ambito di azione senza creare infiltrazioni o confuse invasioni di campo.

Dare spazio al dialogo o alla riflessione sul rapporto tra la fede e la scienza è sicuramente il modo per evitare un appiattimento della ragione e della propria adesione religiosa su un livello di conformismo intellettuale ed etico.

A partire dalla fides quaerens intellectum di anselmiana memoria, si impone per il credente, e a nostro avviso anche per il non credente, la necessità di riconoscere che nella religione come dimensione antropologica e nella fede come dimensione personale o comunitaria, non può essere escluso l'aspetto razionale. Dove la religione o la fede sono state abbracciate nell'ignoranza e nella trascuratezza dell'aspetto razionale la religione è stata nel mondo antico come in quello moderno la copertura per il crimine, l'abominio, la discriminazione e altro. Nella nostra considerazione diventano drammaticamente vere le parole di Lucrezio quando nel De rerum natura accusa: Tantum religio potuit suadere malorum (cfr. I, 80-101). In questo contesto diventano essenziali le parole di Agostino secondo il quale bisogna credere per cercare di carpire quel frammento dell'ineffabile mistero di Dio, credo ut intellegam, e dopo aver compreso con il lume della ragione ciò che di Dio la Rivelazione ci ha lasciato, poter ancora credere, più ardentemente e più coscientemente, intellego ut credam.

L'ultima riflessione riguarda il giudizio oggettivo su alcuni aspetti del rapporto tra fede e scienza. In particolare il punto finale della riflessione è suscitato dal capitolo che l'autore ha dedicato al Caso Galilelo. Vi sono contenute nozioni e precisazioni utili per il discorso, ma ne emerge, soprattutto per bocca del p. Coyne che faceva parte della Commissione Pontificia istituita dal beato Giovanni Paolo II per affrontare il caso Galileo, la delusione e la critica costruttiva per un lavoro che non è stato completamente positivo. Il capitolo, a nostro avviso, è un monito ad evitare altri casi Galileo ed un invito a fare in modo che la libertà del pensiero scientifico sia favorita e successivamente accolta in una visione di fede ed in una teologia sempre più impegnata nella ricerca e nella comprensione del mondo.

A conclusione vorrei far mie le parole dell'Enciclica Lumen fidei che credo possano essere la conclusione e mostrare il cammino da fare sull'argomento di queste mie righe:

Richiamare la connessione della fede con la verità è oggi più che mai necessario, proprio per la crisi di verità in cui viviamo. Nella cultura contemporanea si tende spesso ad accettare come verità solo quella della tecnologia: è vero ciò che l’uomo riesce a costruire e misurare con la sua scienza, vero perché funziona, e così rende più comoda e agevole la vita. Questa sembra oggi l’unica verità certa, l’unica condivisibile con altri, l’unica su cui si può discutere e impegnarsi insieme. Dall’altra parte vi sarebbero poi le verità del singolo, che consistono nell’essere autentici davanti a quello che ognuno sente nel suo interno, valide solo per l’individuo e che non possono essere proposte agli altri con la pretesa di servire il bene comune. La verità grande, la verità che spiega l’insieme della vita personale e sociale, è guardata con sospetto. Non è stata forse questa — ci si domanda — la verità pretesa dai grandi totalitarismi del secolo scorso, una verità che imponeva la propria concezione globale per schiacciare la storia concreta del singolo? Rimane allora solo un relativismo in cui la domanda sulla verità di tutto, che è in fondo anche la domanda su Dio, non interessa più. È logico, in questa prospettiva, che si voglia togliere la connessione della religione con la verità, perché questo nesso sarebbe alla radice del fanatismo, che vuole sopraffare chi non condivide la propria credenza. Possiamo parlare, a questo riguardo, di un grande oblio nel nostro mondo contemporaneo. La domanda sulla verità è, infatti, una questione di memoria, di memoria profonda, perché si rivolge a qualcosa che ci precede e, in questo modo, può riuscire a unirci oltre il nostro "io" piccolo e limitato. È una domanda sull’origine di tutto, alla cui luce si può vedere la meta e così anche il senso della strada comune. (LF 25).



1 Mi riferisco solo alla possibilità di approfondire tematiche riguardanti l'Intelligent Design, il multiverso, e la rielaborazione del giudizio o dei principi legati all'evoluzionismo/creazionismo alla polarità tra il concetto di sviluppo dell'universo e la teoria dello stato stazionario, al valore della ricerca sulle stringhe e sulla radiazione cosmica di fondo. L'approfondimento teologico riguarda principalmente la storia della teologia e come in essa sia stato affrontato il metodo scientifico e quali sono oggi le dimensioni epistemologiche della ricerca teologica.

lunedì 16 settembre 2013

L'inizio della scuola...

Per i miei studenti ripropongo una mia recensione a Frank McCourt, Ehi Prof!, Adelphi, Milano 2008.

Una lettura particolare. Solo chi ha sperimentato e continua a sperimentare l'esperienza lavorativa dell'insegnamento, ed in particolare dell'insegnamento rivolto agli adolescenti, è in grado di cogliere a fondo questo libro.
Frank McCourt, irlandese trapiantato in America, è un professore nelle scuole superiori di New York. In questo suo testo autobiografico il lettore fa un viaggio particolarissimo all'interno della mente dell'educatore, del formatore, del comunicatore, dell'insegnante che continuamente viene messo dinnanzi alla realtà delle sue classi. Fallimento e gioia, senso di inadeguatezza ed inquietudine di fronte ai ragazzi della scuola sono il leitmotiv di questo testo.

Trovate il resto della mia recensione sul sito Critica Letteraria.

giovedì 12 settembre 2013

Un caso di coscienza

Il 21 dicembre del 2009 Sua Santità Benedetto XVI ricevendo Cardinali, Arcivescovi, Vescovi e Direttori del Governatorato della Città del Vaticano per i consueti auguri natalizi si esprimeva, in riferimento all'importante discorso tenuto di fronte al mondo culturale della laica Ville Lumiere durante il suo viaggio apostolico, in questo modo:

Come primo passo dell’evangelizzazione dobbiamo cercare di tenere desta tale ricerca [di Dio]; dobbiamo preoccuparci che l’uomo non accantoni la questione su Dio come questione essenziale della sua esistenza. Preoccuparci perché egli accetti tale questione e la nostalgia che in essa si nasconde. Mi viene qui in mente la parola che Gesù cita dal profeta Isaia, che cioè il tempio dovrebbe essere una casa di preghiera per tutti i popoli (cfr Is 56, 7; Mc 11, 17). Egli pensava al cosiddetto cortile dei gentili, che sgomberò da affari esteriori perché ci fosse lo spazio libero per i gentili che lì volevano pregare l’unico Dio, anche se non potevano prendere parte al mistero, al cui servizio era riservato l’interno del tempio. Spazio di preghiera per tutti i popoli – si pensava con ciò a persone che conoscono Dio, per così dire, soltanto da lontano; che sono scontente con i loro dèi, riti, miti; che desiderano il Puro e il Grande, anche se Dio rimane per loro il “Dio ignoto” (cfr At 17, 23). Essi dovevano poter pregare il Dio ignoto e così tuttavia essere in relazione con il Dio vero, anche se in mezzo ad oscurità di vario genere. Io penso che la Chiesa dovrebbe anche oggi aprire una sorta di “cortile dei gentili” dove gli uomini possano in una qualche maniera agganciarsi a Dio, senza conoscerlo e prima che abbiano trovato l’accesso al suo mistero, al cui servizio sta la vita interna della Chiesa. Al dialogo con le religioni deve oggi aggiungersi soprattutto il dialogo con coloro per i quali la religione è una cosa estranea, ai quali Dio è sconosciuto e che, tuttavia, non vorrebbero rimanere semplicemente senza Dio, ma avvicinarlo almeno come Sconosciuto.


Questi elementi hanno visto il fiorire, per opera del Card. Gianfranco Ravasi, una serie di eventi che hanno voluto mettere in atto le aspirazioni del Papa. Il risultato è stato il Cortile dei Gentili: un terreno neutro di dialogo con il mondo dei non credenti per evitare che si spenga anche il minimo desiderio di quella ricerca di Dio che ha creato la nostra società europea. 

Il nostro papa Francesco si inserisce, ad altri livelli, in questo cammino di dialogo e di accoglienza del non credente dando il primo input al dialogo con il Direttore de La Repubblica.

 

Si tratta di una lunga lettera che, come tutti sanno, è una risposta alle obiezioni di Eugenio Scalfari all'Enciclica Lumen Fidei pubblicate su La Repubblica nell'editoriale del 7 luglio e poi riprese dopo un mese, il 7 agosto. Noi cattolici sappiamo perfettamente, o dovremmo sapere, che nell'intento del papa non si riscontra il desiderio di scendere a compromessi, di mettere da parte la verità del Vangelo di fronte di appiattirla o annacquarla con le idee di altri, di chi non considera vitale il discorso di fede e può pensare a come e quando parlarne, per poi ritornare nella propria stasi deista, teista, o atea. Nel papa si riscontra invece l'atteggiamento sacerdotale di andare incontro a chi lo interroga, a chi si pone dinnanzi a lui per capire e comprendere. 

Non mi inserisco nella querelle tipicamente italiana (e intendo l'aggettivo in senso prevalentemente dispregiativo) in cui con mezzi di infimo valore emerge lo squilibrio di questo Paese che al pluralismo religioso unisce un analfabetismo teologico vergognoso ed imbarazzante, che al laicismo becero, arrogante ed intransigente affianca le ingerenze di una politica continuamente frammista al vissuto religioso del popolo italiano con l'unico fine di carpirne il voto, fino all'ultimo cattolico indeciso, di una Nazione che vuole eliminare la propria identità cristiana e cattolica in favore di un'indistinta e piatta laicità, con il contraltare di direttori di giornale che interpellano il papa sui loro cipigli pseudo religiosi (con ampie speranze di maggiori vendite quotidiane).

L'unico aspetto che mi interessa della lettera è una frase del papa che ha suscitato qualche interrogativo.

Nella sua risposta il Romano Pontefice, riferendosi alla principale domanda di Scalfari circa l'atteggiamento di Dio nei confronti dei non credenti, afferma: 

Dio non ha limiti se ci si rivolge a lui con cuore sincero e contrito, la questione per chi non crede in Dio sta nell’obbedire alla propria coscienza. Il peccato, anche per chi non ha la fede, c’è quando si va contro la coscienza. Ascoltare e obbedire ad essa significa, infatti, decidersi di fronte a ciò che viene percepito come bene o come male. E su questa decisione si gioca la bontà o la malvagità del nostro agire.

Dunque il papa afferma secondo la dottrina cattolica che chi non crede in Dio non è sollevato dall'obbligo di seguire la propria coscienza. Seguire la propria coscienza, ascoltarla ed obbedirle è l'impegno di ciascuno, e secondo il cristianesimo, significa anche prestare l'ossequio della propria ragione e delle proprie azioni alla legge che Dio ha inscritto nell'uomo al momento della creazione.

Il seguire la propria coscienza è però un tema che suscita inquietudine. Mi pare infatti che con questo argomento il soggetto si trovi di fronte ad una serie di problematiche. 

La prima problematica riguarda che cosa per l'uomo di oggi sia bene o male, e di conseguenza il modo in cui ciò che viene percepito come tale possa dirigere l'agire morale verso l'elevazione del bene o il declino nel male. 


La questione, secondo il mio modo di vedere le cose, è che l'uomo naturalmente si distacca da una serie di mali in senso pieno come l'omicidio, il suicidio, l'incesto, ecc., ma allo stesso tempo, seguire le cronache nazionali ed internazionali mette drammaticamente di fronte ad una società che nei suoi atti dimostra sempre di più di aver perso la minima percezione di quel “giudizio della ragione mediante il quale la persona umana riconosce la qualità morale di un atto concreto che sta per porre, sta compiendo o ha compiuto. In tutto quello che dice e fa, l'uomo ha il dovere di seguire fedelmente ciò che sa essere giusto e retto. E' attraverso il giudizio della propria coscienza che l'uomo percepisce e riconosce i precetti della legge divina” (CCC 1778).

La seconda problematica si presenta allorquando chiunque, interrogando la propria coscienza, sceglie in base al bene o al male percepiti in quanto tali. In un contesto in cui i valori e le virtù umane e sociali sono stati completamente ribaltati mi pare di scorgere il rischio che a ciò che universalmente era inteso come male o come bene sia subentrato un ribaltamento di giudizi. È quello che penso quando fermo l'attenzione sulle notizie di adolescenti che rinunciano alla vita per motivi oggettivamente futili, ma che per loro costituiscono un peso così insostenibile da indurli al gesto estremo del congedo dal mondo o che per lo sballo chiudono i loro rapporti con la vita; è ciò che mi rende perplesso quando leggo o ascolto notizie di persone uccise per il possesso di beni materiali: l'uomo che elimina a cazzotti il proprio simile per ottenere un posto per la propria utilitaria in un parcheggio affollato del centro commerciale, la donna che getta nell'immondizia il frutto delle sue viscere, e molto altro ancora. E non risolviamo la questione tacciando di pazzia questi individui. Sarebbe troppo semplice. Qui credo si possa riscontrare la mancanza di giudizio o un totale sovvertimento del concetto di Bene e di Male a favore del “mio bene, qui ed ora” ed “il mio male qui ed ora” (cfr. Joseph Ratzinger - Benedetto XVI, L'elogio della coscienza. La Verità interroga il cuore, Cantagalli, Siena 2009, pagine 175, euro 13,50).

Adamo ed Eva tentati dal maligno in una miniatura medievale

La terza problematica è suscitata dal precetto “segui la tua coscienza”. E quando la coscienza è erronea? Quando la coscienza non è formata, illuminata e razionalmente matura?

Il pensatore di Rodin, Parigi.

Nel Catechismo della Chiesa Cattolica trovo un itinerario che credo possa essere vincolante per il cattolico, ma pienamente valido anche per il non credente.

Il primo movimento di questo itinerario sta nel riconoscere il valore della coscienza:

La coscienza è una legge del nostro spirito, ma che lo supera, che ci dà degli ordini, che indica responsabilità e dovere, timore e speranza. . . la messaggera di Colui che, nel mondo della natura come in quello della grazia, ci parla velatamente, ci istruisce e ci guida. La coscienza è il primo di tutti i vicari di Cristo (John Henry Newman, Lettera al Duca di Norfolk, 5). (CCC 1779)

Il secondo movimento mi sembra fondamentale perché invita ad interrogare la coscienza. Percepisco questa interrogazione come un modo per tenerla viva. Fare domande al mio prossimo, all'altro che mi sta a fianco è un modo per entrare in relazione. Domandare, interagire con la coscienza è il modo per evitare che si appiattisca, che perda le sue peculiarità, che si assopisca sul pensiero comune, sull'ideologia dominante, sulla "coscienza morale" che altri vogliono per me. Ecco perché:

L'importante per ciascuno è di essere sufficientemente presente a se stesso al fine di sentire e seguire la voce della propria coscienza. Tale ricerca di interiorità è quanto mai necessaria per il fatto che la vita spesso ci mette in condizione di sottrarci ad ogni riflessione, esame o introspezione: Ritorna alla tua coscienza, interrogala. . . Fratelli, rientrate in voi stessi e in tutto ciò che fate, fissate lo sguardo sul Testimone, Dio [Sant'Agostino, In epistulam Johannis ad Parthos tractatus, 8, 9]. (CCC 1779).

Agire in questo modo è per l'uomo l'opportunità di creare responsabilità. Essere responsabile delle proprie azioni è la caratteristica principale delle nostre scelte. Conoscere le conseguenze della azioni compiute è il modo per riconoscere il valore autentico di ciò che si è deciso di intraprendere.

La coscienza permette di assumere la responsabilità degli atti compiuti. Se l'uomo commette il male, il retto giudizio della coscienza può rimanere in lui il testimone della verità universale del bene e, al tempo stesso, della malizia della sua scelta particolare. La sentenza del giudizio di coscienza resta un pegno di speranza e di misericordia. Attestando la colpa commessa, richiama al perdono da chiedere, al bene da praticare ancora e alla virtù da coltivare incessantemente con la grazia di Dio: Davanti a lui rassicureremo il nostro cuore qualunque cosa esso ci rimproveri. Dio è più grande del nostro cuore e conosce ogni cosa (1 Gv 3, 19-20). (CCC 1781)

Il mio discorso si conclude con il terzo movimento che riguarda l'imperativo personale per cui la coscienza deve essere formata. E la sapienza dei padri della fede insegna che questa formazione dura tutta la vita. Per quanto sia imprenscindibile l'azione morale dall'essere della persona tanto si percepisce l'urgenza di formatori, di individui che non si affidano al sentimento dell'istante o all'imperativo del soggettivo ma che aprono gli orizzonti del proprio essere all'agire e ad una realtà certamente intima ma che è capace di imporre giudizi circa il vero, il buono, il giusto.

In merito il Catechismo insegna: 
La coscienza deve essere educata e il giudizio morale illuminato. Una coscienza ben formata è retta e veritiera. Essa formula i suoi giudizi seguendo la ragione, in conformità al vero bene voluto dalla sapienza del Creatore. L'educazione della coscienza è indispensabile per esseri umani esposti a influenze negative e tentati dal peccato a preferire il loro proprio giudizio e a rifiutare gli insegnamenti certi.

L'educazione della coscienza è un compito di tutta la vita. Fin dai primi anni dischiude al bambino la conoscenza e la pratica della legge interiore, riconosciuta dalla coscienza morale. Un'educazione prudente insegna la virtù; preserva o guarisce dalla paura, dall'egoismo e dall'orgoglio, dai risentimenti della colpevolezza e dai moti di compiacenza, che nascono dalla debolezza e dagli sbagli umani. L'educazione della coscienza garantisce la libertà e genera la pace del cuore. Nella formazione della coscienza la Parola di Dio è la luce sul nostro cammino; la dobbiamo assimilare nella fede e nella preghiera e mettere in pratica. Dobbiamo anche esaminare la nostra coscienza rapportandoci alla Croce del Signore. Siamo sorretti dai doni dello Spirito Santo, aiutati della testimonianza o dai consigli altrui, e guidati dall'insegnamento certo della Chiesa [Cf ibid., 14]. (CCC 1783-1785).

sabato 7 settembre 2013

Ama l'opera di Dio e odia l'opera dell'uomo

Noi invece, nella vita presente, a mala pena conosciamo noi stessi: con quanta maggior ragione dobbiamo quindi astenerci da giudizi affrettati sul conto degli altri? Anche se oggi ci risultasse che uno è cattivo, non sappiamo come sarà domani; e quel tale verso il quale siamo animati da odio feroce potrebbe anche essere, a nostra insaputa, un nostro fratello. Avremo pertanto la tranquillità di coscienza solo se nei cattivi odieremo la cattiveria e ameremo la persona, solo cioè se in essi ameremo l'opera di Dio odiando quanto ha compiuto l'uomo. Opera di Dio è l'uomo, la persona. Opera dell'uomo è il peccato. Ama l'opera di Dio e odia l'opera dell'uomo. In questo modo tu perseguitando l'opera dell'uomo, libererai l'opera di Dio.

Nos autem in hac vita difficile est ut nos ipsos noverimus; quanto minus debemus de quoquam praeproperam ferre sententiam? Quia si hodie malum novimus, cras qualis futurus sit ignoramus; et forte quem vehementer odimus, frater noster est, et nescimus. Securi ergo odimus in malis malitiam, et diligimus creaturam; ut quod ibi fecit Deus amemus, quod ibi fecit ipse homo, oderimus. Fecit enim Deus ipsum hominem; fecit autem homo peccatum. Dilige quod fecit Deus, oderis quod fecit homo: sic enim persequeris quod fecit homo, ut liberetur quod fecit Deus.


Sant'Agostino, Esposizione sui Salmi, 139,2.

domenica 1 settembre 2013

A Cristo, Principe della Pace


  Nel capitolo IV della Regola di san Benedetto si legge: ieiunium amare ovvero amare il digiuno (RB 4,13). Prima dell'evo moderno il digiuno era caratteristica dei monasteri benedettini e le disposizioni ecclesiastiche raccomdavano il digiuno in alcuni giorni dell'anno oltre al tempo penitenziale per eccellenza, la Quaresima, che per i penitenti o i catecumeni anticamente costituiva un digiuno lungo quaranta giorni. 

Abbazia di Monte Oliveto Maggiore, Luca Signorelli: San Benedetto rimprovera il fratello del monaco Valeriano per aver violato il digiuno

Oggi, nella grave situazione internazionale il Santo Padre Francesco ha invitato la Crisitanità a digiunare per il prossimo 7 settembre. Un'esortazione tradizionale che si rifà a vecchie consuetudini, hanno detto alcuni, un'impegno ed un segno forte, a detta di altri. 

Rimane il fatto che l'uomo contemporaneo, completamente immerso in un rapporto sregolato con il cibo, prova un'allergia interiore alla parola digiuno. Perché non mangiare, saltare un pasto o due, in riferimento ad una guerra?





Il disagio probabilmente nasce da questa realtà:



Per esperienza, credo di poter affermare che la nostra allergia moderna al digiuno non è questione di forze diminuite, ma di giudizio e di volontà deboli. La causa non è di ordine fisico, ma spirituale”1.



La prima cosa che mi preme ribadire è che i digiuni non sono tutti della stessa natura. I musulmani digiunano (Ramadhan), i seguaci delle sette religiose digiunano ma la loro astinenza non è assimilabile a quella cristiana.



Innanzitutto il primo esempio di astinenza dal cibo è Gesù. La Quaresima secondo il Rito Romano si apre con il Mercoledì delle ceneri, uno dei due giorni di digiuno previsti nella Chiesa cattolica; nella celebrazione eucaristica viene proclamato il Vangelo in cui Gesù ricorda la necessità della preghiera dell'elemosina e del digiuno per ristabilire l'equilibrio nel rapporto con Dio, nel dialogo con lui, nel confronto con il prossimo e nella relazione con il cibo (Mt 6, 1-6. 16-18). Inoltre la prima domenica di Quaresima mette i cristiani di fronte al digiuno di Gesù nel deserto per quaranta giorni (Anno C Lc 4, 1-13).



Per il cristiano quindi il digiuno non è un pio esercizio di astinenza ma ha il suo fondamento nella vita stessa di Cristo. Digiunare è anche conformarsi a Cristo. E non si tratta di un digiuno esteriore fatto per assecondare delle astruse leggi umane. Come Cristo stesso avverte ed insegna a orientare la proprio vita non in un'osservanza esteriore ed asettica, improduttiva, ma a compiere la volontà di Dio nel cibarsi della sua Parola, nel gustare il sapore dei ciò che lui ha trasmesso.



Ma il digiuno non è solo cristiano perché tutta la tradizione ebraica e l'Antico Testamento si riferiscono puntualmente all'astinenza dal cibo, a partire dal digiuno dal frutto della conoscenza del bene e del male (Gn 2, 16-17). Non devi mangiare questa è la legge stabilita in Paradiso ad Adamo. 
Esdra invita il popolo a digiunare per “umiliarci davanti al Signore nostro Dio”. 
L'esempio più drammatico è dato da Giona e dal digiuno dei Niniviti, come testimonianza della loro sincera conversione al Signore.



Il digiuno, tzom in ebraico, è legato principalmente alla città di Gerusalemme ed al lutto per la sua distruzione e a tutti i lutti della Shoà. Si ricorda inoltre il digiuno di Purim e quello dei primogeniti all'inizio della Pasqua (14 Nisan).



Il digiuno diventa poi pratica cristiana, prettamente monastica ma estesa anche a tutti i fedeli; si tratta di un digiuno della Chiesa perché il cristiano vive incarnato nella sua Chiesa locale e con essa intera digiuna soprattuto nei tempi comandati e prima di grandi avvenimenti sacramentali (battesimo, ordinazioni).



Benedetto XVI nel suo Messaggio per la Quaresima 2009 ricordava:



Troviamo la pratica del digiuno molto presente nella prima comunità cristiana (cfr At 13,3; 14,22; 27,21; 2 Cor 6,5). Anche i Padri della Chiesa parlano della forza del digiuno, capace di tenere a freno il peccato, reprimere le bramosie del "vecchio Adamo", ed aprire nel cuore del credente la strada a Dio. Il digiuno è inoltre una pratica ricorrente e raccomandata dai santi di ogni epoca. Scrive san Pietro Crisologo: "Il digiuno è l'anima della preghiera e la misericordia la vita del digiuno, perciò chi prega digiuni. Chi digiuna abbia misericordia. Chi nel domandare desidera di essere esaudito, esaudisca chi gli rivolge domanda. Chi vuol trovare aperto verso di sé il cuore di Dio non chiuda il suo a chi lo supplica" (Sermo 43: PL 52, 320. 332).



Di fronte all'invito di Papa Francesco, riemerge il valore tradizionale del digiuno che, al di fuori della Quaresima, è un mezzo sicuro di ascesi personale ma è anche la stadera capace di riequilibrare il nostro senso di percezione del mondo. Privarci di qualcosa, in particolare del cibo, significa dedicare tempo al prossimo ed essere più comprensivi per le difficoltà e le sofferenze dei fratelli afflitti dalla fame, dalla miseria, dalla guerra.



Digiunare per la tragica situazione della Siria e dei fragili equilibri internazionali non è solo disporsi a valutare il nostro rapporto con il cibo ma è il modo tradizionale per impetrare da Dio un dono, in questo caso la pace e la non belligeranza. Già il beato Giovanni Paolo II, nel 2003 aveva invitato tutti i cattolici a digiunare per il Medio Oriente. Ora la storia della Chiesa si ripete con viva intensità. E in quel grido scandito da tre mai, ripetuti anche oggi da papa Francesco, il beato intendeva coinvolgere i cattolici:



in una fervorosa preghiera a Cristo, Principe della Pace. La pace, infatti, è un dono di Dio da invocare con umile ed insistente fiducia. Senza arrendersi dinanzi alle difficoltà, occorre poi ricercare e percorrere ogni strada possibile per evitare la guerra, che sempre porta con sé lutti e gravi conseguenze per tutti”.



Per sabato prossimo ci attende un digiuno. Ci attende una professione di fede nella sua potenza che da cristiani non è possibile svilire. Ma il digiuno non vuole, si spera, presentare il conto a Dio, dicendogli che cosa Egli debba fare. 

Che sia una supplica anche allo Spirito perché i cuori dei potenti si pieghino dinnanzi alla sicura strage che porterebbe un intervento armato e che le diplomazie si applichino affinché una guerra non abbia luogo.



Vogliamo un mondo di pace, vogliamo essere uomini e donne di pace, vogliamo che in questa nostra società, dilaniata da divisioni e da conflitti, scoppi la pace; mai più la guerra! Mai più la guerra! La pace è un dono troppo prezioso, che deve essere promosso e tutelato”2.









1Adalbert de Vogüe, La comunità. Ordinamento e spiritualità, Bresseo di Teolo, Edizioni Scritti Monastici, 1991, 346-350.


2Papa Francesco, Angelus domenica 1 settembre 2013.

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