giovedì 31 ottobre 2013

La faccia nascosta di Halloween...alcune idee in merito.


La faccia nascosta di Halloween.
Come la festa della zucca ha sostituito Tutti i Santi
di Damien Le Guay
ElleDiCi 2004
pp. 128
€ 8,00
 

Il libro è sostanzialmente un pamphlet "giornalistico" e divulgativo. L'attenzione dell'autore è riservata al fenomeno "zucche vuote" nella laicissima Francia, che vieta i simboli religiosi ma non si preoccupa di gestire gli aspetti "religiosi" di halloween.
 

Le Guay presenta una buona analisi storica della "festa" celtica e degli aspetti che la allontanano inquivocabilmente dal cristianesimo. Possono sembrare esagerati i riferimenti ed i collegamenti tra halloween ed il satanismo, ma nel modo in cui li spiega l'autore si capisce in che proporzione i due fenomeni si intersecano e si alimentano a vicenda. 

Gli aspetti sociali, antropologici e di marketing che sono evidenziati nel corso del testo, anche se a volte sembrano affrontati con eccessiva attenzione o acribia, di fatto permetteno di riconoscere le problematiche ideologiche, di pensiero dominante e conformismo legate ad halloween e questo si nota soprattutto quando l'autore affronta il tema dei due livelli di comprensione della festa.

Questo libro è utile per scandagliare un fenomeno della nostra società e uno strumento per tutti i formatori, insegnanti, catechisti ed operatori pastorali che si trovano a contatto con le generazioni maggiormente interessate dal business halloween.

Non mancano gli accenti polemici verso altri giornalisti o verso singole firme di articoli di giornali francesi che inneggiano all'affaire halloween in Francia in chiave palesemente anti-religiosa ed anti-cattolica. Quindi il testo assume le note dell'apologetica per difendere razionalmente i valori cristiani originari della nostra società manifestati anche nella solennità liturgica di Tutti i Santi. In questo ambito il testo poteva essere migliorato in alcune parti e completato da aspetti inerenti l'esperienza religiosa cattolica della festa di Tutti i Santi. Di fatto, a mio avviso credo che manchi una critica sana ed oggettiva sul perché della "vittoria" di halloween.

Se questa festa celtica ha vinto anche in Italia c'è forse da chiedersi quanta incisività ha mostrato la Chiesa post-conciliare di fronte a fenomeni come questo. 

Inoltre se halloween si è affermato non si può non tenere in considerazione che non si è più trovato nelle chiese un vero giorno festivo: non è una novità che dalla fine del Concilio ad oggi, in questi cinquant'anni, gli aspetti festivi delle celebrazioni cristiane siano stati demandati quasi esclusivamente ai giorni scritti in rosso sul calendario, che offre ancora "ponti" e giorni di ferie in più. 


A nostro avviso è mancato da parte dei vescovi e dei sacerdoti una puntuale valorizzazione del tempo liturgico della Chiesa cattolica.

Negli ultimi anni non è però mancata una risposta al diffondersi di halloween e così in alcune diocesi, in particolare in quella di Roma in cui è in corso la Notte dei Santiparrocchie ed altre realtà è diventata consuetudine l'adorazione notturna tra il 31 ottobre ed il 1° novembre, l'organizzazzione di feste serali d'oratorio per impegnare i giovani cristiani nei loro ambienti e particolari caratterizzazioni del 1° novembre come festa della comunità parrocchiale. 



Questi tentativi seppure lodevoli e coraggiosi, ricordano che le comunità cattoliche si sono trovate con il fiato corto, immerse in un mondo, anche ecclesiale, che non valorizza la vita liturgica come prima fonte di educazione alla fede. 

Non si trova quindi nel testo di Damien Le Guay un doveroso senso critico verso tutto ciò che noi cristiani non siamo stati in grado di fare per difendere i valori della festa di Tutti i Santi di fronte all'avanzare economico e gagliardo di una realtà infima come quella delle zucche vuote. 

Al di là di qualsiasi demonizzazione di Halloween, credo che si debba tenere presente che i valori del cristianesimo, di natura comunque più elevata, sono stati mistificati ed abbassati al livello delle zucche vuote che risultano più divertenti ed affascinanti delle messe lette, comunque e sempre in ogni occasione, sciatte, senza cura per i gesti e le parole della liturgia e per le tradizioni proprie delle chiese, con l'aggravante sottovalutato di predicazioni stentate e mal fatte, che più che incuriosire, formare e spronare a seguire gli eroici modelli della fede che la solennità propone quali autentici testimoni di Cristo, risultano solitamente noiose, preconfezionate, indigeste e quindi allegramente sostituite con i cadaveri, gli zombie, le streghe e quant'altro. 


Alla fine considerando il volume La faccia nascosta di Halloween bisogna tener presente che si è di fronte ad un lavoro valido, ma verso il quale bisogna esercitare un senso critico per allargare le proprie vedute e nozioni secondo il concetto di approfondimento delle questioni senza fossilizzarsi o focalizzare troppo singoli dettagli della trattazione.  

Da buoni cristiani credo che sia necessario anche su queste realtà esercitare un sano discernimento in cui la ragione e la fede si incontrano. Halloween con le sue apparenze banali, squallide e vuote come le zucche che lo rappresentano è, come dice l'autore, una festa "vuota" perché non ha un evento da ricordare; a Pasqua i cristiani celebrano la Risurrezione di Cristo, della Vita che distrugge la morte per sempre; a Natale ricordiamo la nascita di Cristo, il 25 aprile ricordiamo la "Liberazione" e ad Halloween? Non ricordiamo nessun evento, nessun momento che sia stato in grado di cambiare il corso della storia e che sia degno di memoria. 

Allora l'esercizio della mente critica, di un giudizio motivato, non può essere l'occasione per moderni oscurantismi, per moralismi stretti in categorie religiose e mentali alienanti, per redivive cacce alle streghe e resuscitati proclami di decostruzioni societarie e religiose. Da cristiani si affronta la realtà nella sua concretezza e, credo, si debba prendere spunto da essa per poter centrare nuovamente lo guardo su Gesù, colui che dà origine alla fede e la porta a compimento (Eb 12, 2). 

Al di là della pubblicazione penso sia dunque necessario puntare sulla celebrazione della nostra Speranza, senza abituarci a vivere tra ragnatele e ombre, senza abituarci all'orrido ed al deforme. rimane l'impegno a non ingannare noi stessi addolcendo il dramma della morte ricoprendolo di maschere da carnevale d'autunno, senza aumentare il mercato della crisi di pensiero e di senso - più gravi delle crisi dei mercati - che non passano solo per Halloween ma per tante altre realtà, meno contestate ma non meno evidenti e dissacranti. 

Se non si sa perché vivere e perché morire non si troverà neanche la strada giusta per una vita buona capace di evitare il male operando in modo giusto e riconoscendo gli errori, sotto qualsiasi forma ed in qualsivoglia contesto.

Solennità di tutti i santi - sant'Agostino, De sermone Christi in monte

Vidi una grande moltitudine, che nessuno poteva contare, d'ogni nazione, d'ogni tribù, d'ogni lingua e stavano davanti al trono vestiti di bianco, con la palma in mano e cantavano con voce potente: Gloria al nostro Dio  (Ap 7,9-10)



Il «Discorso della montagna»

       E, prendendo la parola, così li [i discepoli] ammaestrava (Mt 2,5).

       Se si vuole sapere il significato del monte, si comprende bene che esso vuol dire i precetti più importanti sulla giustizia, per il fatto che i più secondari erano già stati dati ai Giudei.

       Tuttavia, l’unico Dio, attraverso i santi profeti e i suoi servitori, distribuì, secondo i tempi, in modo ordinato, i comandamenti meno importanti al suo popolo che aveva bisogno ancora del timore per tenerselo unito, e per mezzo del suo Figlio dare al popolo quelli più grandi che era conveniente che fosse liberato dall’amore.

      

Poiché, d’altra parte, s’impartiscono ai piccoli i precetti di minore gravità, ed ai più grandi quelli di maggiore importanza, questi sono dati solo da Colui che ritiene conveniente per i propri tempi offrire un rimedio al genere umano. Né deve suscitare sorpresa il fatto che si diano precetti maggiori per il Regno dei cieli, e i minori siano dati per il regno temporale da quel medesimo unico Dio, che creò il cielo e la terra. Su questa giustizia, quindi, che è maggiore, è detto per mezzo del profeta: La tua giustizia è simile ai monti di Dio (Ps 35,7); e questo significa bene quello che viene insegnato sul monte dall’unico Maestro, solo capace di insegnarci così grandi verità. Ma mentre sta seduto, egli insegna, poiché ciò si addice alla dignità del maestro. E gli si avvicinano i suoi discepoli, affinché con l’ascoltare le sue parole, fossero più vicini, anche fisicamente, coloro che si disponevano con l’animo ad adempiere i precetti.

       Prendendo la parola, li ammaestrava, dicendo (Mt 2,5).

Questo modo di dire, chiamato: prendendo la parola (aprendo la sua bocca), forse nello stesso tempo fa valere che il suo discorso sarà piuttosto lungo, almeno che non si applichi ora poiché fu detto che aveva aperto la bocca Colui che soleva aprire nell’antica legge le bocche dei profeti. Che cosa, dunque, dice? Beati i poveri di spirito, perché ad essi appartiene il regno dei Cieli (Mt 2,5). Leggiamo che è stato scritto sul desiderio dei beni temporali: Tutte le cose sono vanità e presunzione dello spirito (Si 1,14); d’altra parte e a presunzione dello spirito sta ad indicare l’audacia e la superbia. Generalmente si dice che anche i superbi abbiano grandi menti, e questo, [è detto] rettamente, dal momento che anche il vento è chiamato spirito, per cui fu scritto: Fuoco, grandine, neve, ghiaccio, sono aria di burrasca (Ps 148,8). Ma chi potrebbe ignorare che i superbi arroganti sono chiamati come gonfiati dal vento? Di qui anche quel detto dell’Apostolo: La scienza si vanta, la carità edifica (1Co 8,1). Perciò, giustamente qui sono compresi per poveri di spirito, gli umili e i timorosi di Dio, cioè quelli che non hanno lo spirito vanitoso. Né d’altronde fu affatto conveniente iniziare con la beatitudine [il discorso] giacché essa farà giungere alla più alta sapienza.

Il timore del Signore, al contrario, è l’inizio della sapienza, e, per contrario, è scritto, l’inizio di ogni peccato è la superbia (Si 1,9).
I superbi, quindi, desiderino ed amino i regni della terra.

       Beati, invece, i poveri in spirito, poiché ad essi appartiene il regno dei Cieli (Mt 5,3).

       Beati i miti perché avranno la terra in eredità (Mt 5,4), quella terra, credo, di cui si dice nei salmi: Tu sei la mia speranza, la parte di eredità nella terra dei viventi (Ps 141,6). Ha anche, infatti, il significato di una certa saldezza e stabilità, dell’eterna eredità, dove l’anima a causa di un buon sentimento riposa come nella sua patria, come il corpo sulla terra, ed ivi si nutre del cibo, adatto per lei come il corpo sulla terra.

Essa stessa è il riposo e la vita dei santi. I miti, d’altra parte, sono coloro che cedono davanti alle iniquità e non sanno resistere al male, ma prevalgono sul male col bene. Siano, pure, rissosi e lottino i violenti per i beni terreni e temporali, ma: Beati sono i miti perché avranno in eredità la terra dalla quale non possono essere cacciati.

       Beati quelli che sono afflitti, perché saranno consolati (Mt 5,5)

       Il lutto è la tristezza per la scomparsa dei propri cari. Al contrario, indirizzati verso Dio perdono quelle cose che da loro venivano preferite come care in questo mondo; infatti, non si rallegrano di queste cose di cui prima gioivano, e finché in essi c’è l’attaccamento dei beni eterni, sono afflitti da non poca tristezza. Saranno consolati, quindi, dallo Spirito Santo, che, per eccellenza, è chiamato appunto il Paraclito, cioè il Consolatore, affinché, mentre perdono la gioia temporale, gioiscano del gaudio eterno.

       Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati (Mt 5,6).

       Già chiama questi affamati ed assetati, le vere ed autentiche persone probe. Essi saranno, dunque, saziati di quel cibo del quale lo stesso Signore dice: Il mio cibo consiste nel fare la volontà del mio Padre (Jn 4,34), poiché è la giustizia, e quella stessa acqua della quale chiunque berrà, come egli stesso dice, sorgerà in lui una fonte di acqua zampillante per la vita eterna (Jn 4,14).

       Beati i misericordiosi perché riceveranno misericordia (Mt 5,7).  

       Dice che sono beati quelli che soccorrono i bisognosi, poiché saranno talmente compensati, da essere liberati dalla loro necessità.

       Beati quelli che hanno il cuore puro, perché vedranno Dio (Mt 5,8).

       Quanto sono stolti, dunque, coloro che cercano Dio con questi occhi di carne, mentre vedono col cuore, come altrove è stato scritto: Con cuore semplice cercatelo! (Sg 1,1). Il cuore puro, infatti, è il cuore semplice. E allo stesso modo questa luce non si può vedere se non con occhi puri, così non si può vedere Dio, se non è limpido ciò col quale si può vedere.

       Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio (Mt 5,9).

       Nella pace è la perfezione, dove nessuna cosa ripugna; e, pertanto, i figli di Dio sono operatori di pace, poiché niente resiste a Dio, e, senza dubbio, debbono avere la rassomiglianza col Padre. Operatori di pace, d’altra parte, sono in se stessi, tutti quelli che equilibrano i movimenti del proprio animo e lo sottomettono alla ragione, vale a dire all’intelligenza ed all’anima, e sottomettendo e domando i cattivi desideri della carne, diventano il regno di Dio, nel quale sono talmente ordinate tutte le cose, che ciò che vi è nell’uomo di importante e nobile, venga sottomesso alle rimanenti cose opposte che sono in noi e ci accomunano agli animali, e ciò che è più nobile nell’uomo, cioè l’intelligenza e la ragione, siano sottomesse alla parte migliore, cioè alla stessa verità, l’unigenito Figlio di Dio. 


Né, infatti, si può comandare alle cose inferiori se non si sottomette, egli stesso, alle cose superiori. E questa è la pace che è concessa in terra agli uomini di buona volontà, questa è la vita del sapiente costante che ha raggiunto la perfezione. Da questo particolare regno, molto tranquillo ed ordinato, fu espulso il principe di questo mondo, che ha il dominio sugli uomini perversi e smodati. Internamente con questa pace costituita e salda, qualsiasi persecuzione scatenerà dal di fuori colui che ne fu espulso, aumenterà la gloria che è secondo Dio, non turbando alcunché in quell’edificio, ma con le sue arti, a quelli che ne son privi, quanta saldezza nell’interno sia stata edificata.

       Per questo segue: Beati quelli che soffrono persecuzioni a causa della giustizia, perché proprio ad essi, appartiene il Regno dei Cieli (Mt 5,10).

Esistono d’altronde queste otto beatitudini. Per la qual cosa a questo loro numero occorre fare attenzione.

  1. Ha inizio, in effetti, la beatitudine dell’umiltà: Beati i poveri in spirito... (Mt 5,4), vale a dire i non superbi, mentre la loro anima si sottomette alla divina volontà, nel timore che dopo questa vita non si diriga verso le pene anche nel caso che in questa vita [l’anima] forse possa sembrare beata.
  2. Si giunge alla conoscenza delle divine Scritture, nella quale è necessario che essa si mostri mite per il suo sentimento religioso, affinché non osi biasimare ciò che agli inesperti sembra contraddittorio e si renda indocile con le ostinate discussioni.
  3. Già comincia a sapere con quali legami di questo secolo venga trattenuto attraverso l’abitudine dei sensi e i peccati. Pertanto, in questo terzo grado nel quale risiede la scienza, viene rimpianta la perdita del sommo bene, poiché è attaccato alle cose ultime.
  4. Nel quarto grado, poi, vi è la fatica, dove violentemente si cade, affinché l’animo si sradichi attaccato [com’è] da quelle cose con una deleteria dolcezza. Qui, dunque, ha fame e sete la giustizia, e la fortezza, estremamente necessaria, per il fatto che non si lascia senza dolore ciò che col piacere viene attratto.
  5. Con il quinto grado, inoltre, viene offerto a quelli che perseverano nella fatica, il consiglio di evadere, poiché se ognuno non viene aiutato dall’Essere superiore, in nessuna maniera può essere adatto a liberarsi da impedimenti così grandi dalle miserie. È, invero, un giusto consiglio, che colui che vuole essere aiutato da uno più forte, aiuti il più debole, col quale egli stesso è più potente. Perciò: Beati quelli che usano misericordia, poiché essi riceveranno la stessa misericordia (Mt 5,7).
  6. Con il sesto grado è richiesta la purezza di cuore, avvalendosi della retta coscienza delle buone opere, per contemplare quel sommo bene, il quale può essere visto col puro e sereno intelletto.
  7. Per ultimo c’è la stessa settima sapienza, cioè la contemplazione della verità rendendo operatore di pace l’intero uomo e ricevendo la somiglianza di Dio, che, così si esprime: Beati gli operatori di pace, poiché saranno chiamati figli di Dio (Mt 5,9).
  8. L’ottava beatitudine, per così dire, ritorna alla prima, perché mostra il bene perfetto e raffinato e lo approva. Per questo nella prima e nell’ottava è nominato il Regno dei Cieli: Beati i poveri in spirito, perché ad essi appartiene il Regno dei Cieli e: Beati quelli che soffrono persecuzione a causa della giustizia, poiché di essi è il Regno dei Cieli ( Mt 5,10). Quando già si dice: Chi ci separerà dall’amor di Cristo? forse la sofferenza, oppure l’angoscia, o la persecuzione, o la fame o la nudità, o il pericolo o la spada? (Rm 8,35).
Sette sono, dunque, quelle che rendono perfetti; l’ottava, in effetti, rende esplicito e rivela ciò che è perfetto.



 Agostino, De sermone Christi in monte, 1, 2-10

domenica 27 ottobre 2013

Tutti i santi...e non solo


La solennità di Tutti i Santi è una festa della Chiesa cattolica che ricorda ai cristiani la possibilità per tutti di essere “santi” ovvero che il cristianesimo è una realtà che se vissuta in verità e coerenza rende il semplice cristiano un modello per tutti. Una festa di una Chiesa che non celebra se stessa ma la grazie che proprio perché alla sequela di Cristo ci identifica come cristiani (cioè a lui conformi in tutto); festa di una santità basata sulle parole di san Paolo:  

«Siano rese grazie a Dio, il quale ci fa partecipare al suo trionfo in Cristo e diffonde per mezzo nostro il profumo della sua conoscenza nel mondo intero! Noi siamo infatti dinanzi a Dio il profumo di Cristo fra quelli che si salvano e fra quelli che si perdono; per gli uni odore di morte per la morte e per gli altri odore di vita per la vita». (2Cor 2, 14-16)

Parole che pongono ancora davanti agli occhi del credente quel motto scomodo e che poco piace ai laici e spesso anche al clero che ormai ha con buona pace sostituito il profumo di Cristo (di una fede e di una vita che hanno in lui il principio e il compimento) con l'olezzo "delle pecore" (di una "fede" che vede il suo orizzonte nel solo impegno sociale e favore dell'uomo e in cui, come stiamo osservando, Dio e la fede diventano un lontano ricordo anche da rimuore o nascondere).

  • La Chiesa cattolica crede nei santi, che sono testimoni della fede in Cristo e non altri dèi. Sono oggetto di culto di venerazione e non di adorazione come si addice al solo Signore. Il Catechismo della Chiesa Cattolica ricorda:

    «Dopo aver confessato "la santa Chiesa cattolica", il Simbolo degli Apostoli aggiunge "la comunione dei santi". Questo articolo è, per certi aspetti, una esplicitazione del precedente: "Che cosa è la Chiesa se non l'assemblea di tutti i santi?". La comunione dei santi è precisamente la Chiesa […] "Non veneriamo la memoria dei santi solo a titolo d'esempio, ma più ancora perché l'unione di tutta la Chiesa nello Spirito sia consolidata dall'esercizio della fraterna carità. Poiché come la cristiana comunione tra coloro che sono in cammino ci porta più vicino a Cristo, così la comunione con i santi ci unisce a Cristo, dal quale, come dalla fonte e dal capo, promana tutta la grazia e tutta la vita dello stesso popolo di Dio " - "Noi adoriamo Cristo quale Figlio di Dio, mentre ai martiri siamo giustamente devoti in quanto discepoli e imitatori del Signore e per la loro suprema fedeltà verso il loro Re e Maestro; e sia dato anche a noi di farci loro compagni e condiscepoli"» (CCC 946).

  • Nella Chiesa d’oriente questa festa si celebra la domenica dopo la Pentecoste. Il dono dello Spirito vivicante, buono e amico degli uomini porta come sfrutto quello di renderci partecipi della Chiesa celeste, ovvero di coloro che animati dallo Spirito hanno seguito il Cristo seriamente e con verità. La festa nasce e si sviluppa ad Antiochia in Siria nel III-IV secolo d. C.
  • Nella Chiesa cattolica  la festa di Tutti i Santi è tradizionalmente legata alla dedicazione della basilica colleggiata di santa Maria ad Martyres, il più noto Pantheon, il magnifico edificio di Roma  concesso dall'imperatore Foca alla Chiesa cattolica su richiesta di papa Bonifacio IV (608). Questo legame tra la dedica della Basilica di santa Maria ad martyres e la festa di tutti i santi merita e aspetta ancora oggi, dopo decenni di scientia liturgica di essere studiato in maniera seria e sceintifica. 
  • La magnifica e sontuosa struttura imperiale venne consacrata, su permesso dell’imperatore, da papa Bonifacio IV a Maria Vergine e a tutti i santi Martiri, il 13 maggio del 609 (608). Da quel momento, in un contesto liturgico in cui il calendario ancora riporta nella memoria dei santi solo i fedeli insigniti del titolo di martiri, la dedicazione del Pantheon è legata alla sostituzione/celebrazione di tutti i santi (all'epoca solo martiri) ad ogni divinità pagana. Inoltre per comprendere meglio la natura e la storia della festa di tutti i santi bisognerebbe approfondire, cosa che ad oggi non mi consta che sia stato fatto, la storia della festa di Pentecoste a Roma. Non si può negare un legame stetto tra la festa orientale dei santi, la domenica dopo Pentecoste, e la sovrapposizione/sostituzione della dedica al 13 maggio di un nuovo centro sontuosissimo di culto alla Madre di Dio e a tutti i santi martiri e la festa di Pentecoste.
  • Nel flusso politico (problemi con l'esarcato e limpero bizantino) e religioso/dogmatico (eresia applicata a tutto l'oriente) dell'iconoclastia, il Liber Pontificalis testimonia per l'VIII secolo il diffondersi delle icone nel culto di Roma e nell'occidente latino. Tra le notizie legate al problema dell'iconoclastia si pone la dedica nel 731 di un'oratorio nella basilica di san Pietro in onore di tutti i santi ad opera di san Gregorio III proprio in opposizione agli iconoclasti. Così l'edificazione di questo oratorio nella basilica vaticana per volere e su mandato di un papa ci pone dinnanzi alla considerazione che tale scelta venne presa proprio in opposizione alla scelta iconoclasta dell'Oriente e come risposta dell'occidente a un'Oriente ormai eretico. L'altare di fondazione papale aveva immagini e reliquie che con il tempo cominciarono ad essere esposte (737).
    Facendo seguito alla promulgazione di Gregorio IV dell'834 della festa di tutti i santi al 1° di novembre, nell’835 l’imperatore Ludovico il Pio con un decreto valido per tutti i regni del suo impero stabilì il trasferimento della festa di tutti i Santi. Con questo provvedimento imperiale la festa da Roma
    si diffuse in tutto il mondo cristiano occidentale.
  • Il motivo della nuova data è forse di ordine pratico. I pellegrinaggi a Roma avvenivano soprattutto in tempi primaverili o estivi. L’ammassarsi a Roma dei pellegrini per le feste pasquali e la loro permanenza fino alla festa del 13 maggio era un problema per i vettovagliamenti assicurati dalla Chiesa. Spostare la festa al 1° novembre è stato il tentativo di avvicinare la festa dei Santi al tempo del raccolto per facilitare l’assistenza ai pellegrini. 
  • Come si è visto brevemente, la presunta dipendenza o influenza di feste pagane sulla festa dei Santi NON HA SENSO A LIVELLO STORICO E RELIGIOSO perché la festa dei Santi nasce e si sviluppa nella Siria del III-IV secolo e prende in occidente una via completamente differente da quelle pagane.



La commemorazione dei fedeli defunti al 2 novembre ebbe origine nel X sec. nel monastero benedettino di Cluny.  La liturgia che la chiesa celebra per i defunti il giorno dopo la festa di Tutti i Santi non ha quindi nulla da spartire con cadaveri e maschere ma è il segno per cui alla luce della Risurrezione di Cristo i fedeli defunti sono ancora nella Chiesa, vivono ecclesialmente e la nostra preghiera ci unisce a loro.

Il culto per i defunti deriva dal mistero pasquale di Cristo che "morendo ha vinto la morte". La cura che la Chiesa manifesta nei confronti dei fedeli defunti, con le esequie e le preghiere di intercessione sono in funzione dell'unico evento salvifico, la resurrezione di Cristo! 


In margine alla "grande bellezza" della festa della santità vorrei esprimere alcune mie riserve sulla così detta "festa" di Halloween. "In margine" semplicemente perché non riconoscendo nessun valore a un qualcosa che evidentemente parla da sé quando il simbolo principale di questa accozzaglia di marketing e di aria fritta è una zucca vuota, come del resto sembrano sempre di più i conformisti a oltranza che di queste hanno fatto il loro vessillo festivo, senza considerare lo spreco di un ortaggio così buono che invece di essere usato per magnificare i nostri piatti in tavola è svuotato e posto a cartina tornasole di un asocietà italiana che non ha più una bussola. 

Cosa significa Halloween? Il nome deriva da All Hallow Eve ovvero “vigilia di tutti i santi” ed indica nei paesi anglosassoni l’ultima sera di ottobre come festa in preparazione alla celebrazione dei Santi.
  1. È una festa per i bambini. 
  2. Secondo la credenza popolare, l’ultima notte di ottobre era il momento in cui, dalla sera e per tutta la notte, le anime dei morti tornavano sulla terra, accompagnandosi a streghe, demoni e fantasmi. Testimonianza di quest’ultimo aspetto della ricorrenza si riscontra ancora nei travestimenti di cui si servono i bambini per girare di casa in casa chiedendo dolci e monetine.

Significato della festa

Durante la notte tra il 31 Ottobre ed il 1° Novembre i Celti svolgevano le loro cerimonie più importanti, poiché credevano che in questa notte i morti dell'anno precedente sarebbero tornati sulla terra in cerca di corpi da possedere. Questa era la notte di Samhain (il capodanno celtico). In questa occasione i contadini spegnevano il focolare per allontanare gli spiriti dei morti alla ricerca di un corpo e i Druidi facevano cerimonie offrendo sacrifici per spaventare questi spiriti.
  • Durante queste cerimonie veniva acceso un fuoco che sarebbe stato portato la mattina seguente presso le famiglie affinché tutti potessero accendere il "fuoco nuovo" in cambio di qualche offerta da offrire al loro dio. 
  • Chi si rifiutava di fare l'offerta veniva maledetto con l'espressione "offerta o maledizione" (da cui l'espressione "dolcetto o scherzetto?"). Il fuoco nuovo veniva trasportato e fatto ardere all'interno di lanterne costituite da zucche.

Halloween

Per i cristiani Halloween non ha NESSUN SIGNIFICATO e non è conciliabile in nessun modo con la fede professata nell’unico Dio. Dietro la festa di Halloween ci sono idee pagane che non sono conciliabili con il Cristianesimo. La festa di Halloween non è una tradizione del popolo italiano. A causa dei mass media e dei piani commerciali in vigore nella nostra società la “festa” riservata ai bambini, è diventata un’occasione in più per spendere secondo le regole del conformismo. Ai costumi per bambini si sono però affiancati costumi per adolescenti e adulti che si rivestono come cadaveri, zombie, streghe, vampiri ed altro ancora. Dalla festicciola per bambini ai festini per adulti ad oggi Halloween ha assunto caratteristiche tutt'altro che innoque anche se ignorate o sottovalutate da antropologi e psicologi ed educatori.

La festa per i bambini è stata trasformata in:
  • Un “affare redditizio” per tutti i commercianti 
  • Il segno di una società che non ha più una sua identità e che non sa difendere le proprie tradizioni 
  • Si tratta di una festa che è stata facilmente strumentalizzata non solo dal marketing ma anche dal pensiero dominante, dalle ideologie e da tutta una serie di realtà esoteriche e occultiste e che tramite istituzioni scolastiche e sempre di più anche parrocchie ha avuto una diffusione massiccia, a mio giudizio incomprensibile visto qual è di solito l'atteggiamento italiano di fronte alla morte (caratterizzata da scongiuri, scaramanzia e superstizione). Se solo si pensa a cosa i nostri nonni pensavano della morte, dei cadaveri e di tutto ciò che li riguarda, si percepisce che oggi se ci siamo liberati per un giorno dalla scaramanzia della morte; si vedono mamme premurose e felici di vestire i propri figli da morti viventi, da streghe e da sceletri mortiferi, ma in realtà nella mente e nella prassi degli italiani permane un certo scompenso evidente e una determinata dicotomia tra ciò che realmente si vive dell'evento morte e cosa si pensa dell'oltretomba e ciò che si fa ad Halloween.
  • Che senso ha oggi questa festa per noi italiani? Che messaggio trasmette? È il triste sintomo di un popolo che non sa riconoscere le insidie nascoste dietro una festa. Halloween non è una festa qualsiasi e le analisi degli specialisti in merito dimostrano quanto i propugnatori del satanismo, dell'occultismo e dell'esoterismo siano soddisfatti, perché fin da piccoli i bambini vengono introdotti su valori e personaggi che non hanno niente a che spartire con il cattolicesimo o con la "cultura italiana".
  • Inoltre se il cattolicesimo è un valore, per il credente halloween è un anti-valore
  • Se il momento della morte fa paura e impressione, la schizofrenia moderna si manifesta palesemente visto che ricopre bambini e adulti dei segni mortuari e della dissoluzione.

lunedì 21 ottobre 2013

Che diavolo sei?

Metto qui a disposizione la mia intervista con don Gianni Sini, parroco di Olbia ed esosrcista diocesano. L'intervista riguarda i fenomeni legati alla possessione diabolica in merito all'ultimo libro di don Gianni, Che diavolo sei?


domenica 20 ottobre 2013

Introduzione alla Teologia cattolica

La teologia cattolica
di Jean-Pierre Torrell
Jaca Book
pp. 128
€ 12.39


All'inizio del mio percorso accademico presso la Pontificia Università Lateranense, nella Facoltà di Teologia nel 2003, mi sono imbattutto in una serie di problemi che riconduco a due principali problematiche. 

1. Nonostante abbia avuto ottimi insegnanti e aver compiuto degli studi teologici che hanno riempito le mie giornate di nuovi mondi da scoprire e che mi hanno introdotto alla bellezza del pensiero che arriva alle altezze della speculazione su Dio, mi sono reso conto che nella mia facoltà, romana e pontificia, sussisteva un continuo frammentarsi del sapere teologico in categorie e sottocategorie che a volte assumevano le caratteristiche di saperi indipendenti e gerarchizzati: in vetta si trovava la teologia fondamentale, quella dogmatica, trinitaria, biblico-esegetica, patristica, morale, sacramentale, spirituale ed infine pastorale e liturgica. 

Tra le pagine di Jean-Pierre Torrell si percepisce il disagio per questo moltiplicarsi degli ambiti di ricerca per cui i teologi non sanno la Teologia, ma la sola parte di sapere teologico che li riguarda ed in cui si sono specializzati; considera questo un vizio moderno che inficia il sapere teologico. Moderno perché la teologia di riferimento dell'autore, quella scolastica, intendeva la sacra pagina come uno studio unitario in cui le varie sfaccettature erano solo il modo per illuminare meglio la grande scienza su Dio. 

2. Nella mia università c'era anche la propensione a mettere san Tommaso e tutta la sua chiarissima e limpida architettura gotica di pensiero su Dio nel dimenticatoio. In molti tra i teologi professori hanno spinto ed ingannato noi alunni trasmettendo l'idea di un sapere teologico più moderno che conosce sì san Tommaso ed il suo pensiero ma che lo relativizza di fronte ai moderni teologi del dopo Concilio Vaticano II.  E qui io ho trovato le maggiori difficoltà. 

La mia mente non era adatta a capire Rahner, Bultmann e Cullmann e tanti altri, ma era predisposta per Ambrogio, Agostino, Leone Magno, Gregorio Magno, Crisostomo, Atanasio e gli altri Padri. 

In particolare ho visto negli anni che le Quaestiones de Veritate e le Summae del dottore Angelico mi davano sicurezza e rigore scientifico e razionale. E mi innamorai di san Tommaso e del suo argomentare chiaro e veloce come un dardo che attraversa l'aria fino a raggiungere il centro, il bersaglio. 

Leggendo La teologia cattolica ho avuto nostalgia, come sempre, degli anni impegnati nello studium teologico, nostalgia e delusione perché nessuno mi suggerì un libro come questo capace di condensare per accenni le tendenze e le caratteristiche della teologia che dai primi secoli si è sviluppata fino al Concilio Vaticano II. Nessuno mi aveva suggerito di leggere questa introduzione capace di condurre per mano nelle grandi sale del pensiero teologico con l'intento di farmi capire di essere in un grande edificio, solido e ampio, ma unico. 
 

Un disappunto che viene dalla lettura del testo di Torrell riguarda la Liturgia; essa non è intesa e nemmemo inquadrata nel sapere teologico ma approcciata come scienza ausiliaria alla stregua delle immagini sacre e dell'archeologia cristiana. Dissento perché ritengo che la fede celebrata e vissuta sia una delle forme del sapere teologico e la scorsa approfondita dei testi della tradizione liturgica occidentale ed orientale permette di capire che sull'altare, nell'assemblea radunata, nella celebrazione della Chiesa, si trasmette tutto il sapere teologico perché la fede si concretizza e si incarna in dinamiche performative non trascurabili. 

Di fatto questo libro, anche se da intendere come un'introduzione al sapere teologico, è una guida che si ascolta con piacere ed anche il mezzo utile per riodinare e riorientare le proprie conoscenze teologiche grazie alla sapienza ed alla dottrina di un maestro come Torrell.


sabato 12 ottobre 2013

La scuola ed il digitale...

La settimana scorsa su Criticaletteraria.it è uscita una mia recensione all'ultimo saggio di Giovanni Reale. L'insigne filosofo ha dedicato la sua riflessione al rapporto ed al legame che oggi esiste tra la scuola e il mondo digitale. 

 Di fronte ad un partito ideologico di sociologi, pedagogisti e professori modernisti che preferiscono rinunciare al loro ruolo educativo per sostituirlo con la mediazione digitale si stagliano alcune osservazioni: perché si ripudia la cultura scritta, il libro come strumento di studio, ed il professore che fa lezione tradizionalmente alla cattedra cercando di trasmettere non solo nozioni ed informazioni, ma anche una passione per la materia oltre che un senso umanizzante della conoscenza e del processo di apprendimento? Veramente gli anni di studio e di esperienza in classe possono essere, non solo adiuvati, ma sostituiti e liofilizzati in giochini carini sul tablet, mappe interattive e linee del tempo che divertono tanto i ragazzi ma annientano la percezione di cosa sia l'impegno per comprendere e ritenere i contenuti offerti in multimediale e digitale?

Mi stupisco sempre di più nel percepire che oggi i problemi nella scuola sono quelli legati all'assenza della tecnologia in classe quando poi sui giornali si leggono notizie allarmanti sull'analfabetismo di ritorno e sulla vergognosa ignoranza di candidati alle facoltà a numero chiuso che dopo anni di scuola dell'obbligo non sanno mettere a segno un banale test di ingresso o di ammissione. La soluzione ai problemi della scuola è nei computer?


Ad acuire le mie perplessità è intervenuto un articolo del prof. Nicola Cotugno pubblicato sul sito educazioneduepuntozero.it.

Non si può non riflettere sull'argomento. Mi pare però che la categoria di nativo digitale sia innalzata ad un livello troppo nobile rispetto ad una deriva generazionale che utilizza internet per fini molto più degradanti dal punto di vista intellettuale.


Che l'analisi del problema generazionale tra docenti e discenti nativi digitali sia inesistente è palesemente falso visto che proprio qui sulla rete se ne parla, se ne parla a scuola, tra docenti e studenti stessi, e se ne discute presso il Ministero che già ha legiferato in merito, con l'obbligo del progressivo passaggio al libro multimediale. Altre esperienze come le cl@ssi2.0, l'inserimento e l'uso delle LIM sono comunque il segno di un cambiamento che di fatto nella scuola sta avvenendo. 


Quando nell'articolo si legge: 

La scuola italiana, difatti, appare ancora fortemente strutturata (e arroccata) sulla didattica tradizionale prevalentemente librocentrica e monolinguaggio: in una recente indagine INDIRE, realizzata su un campione di scuole di ogni ordine e grado la lezione frontale risulta di gran lunga il metodo didattico più usato (76,2 %) rispetto ad altre forme di lezione (lavori di gruppo, peer education, percorsi individualizzati, didattica laboratoriale) 
sembra di leggere un giudizio forte su una scuola considerata retrograda perché ancora si picca di insegnare con un libro ed un professore che parla. Dalla questione sulle varietà dei linguaggi si passa all'ideologia tecnologica. Tutto deve passare al digitale perché questa è la modernità, mentre la lezione frontale è solo il retaggio di una scuola vecchia e in frantumi. Diamo per vero tutto questo. 

Gradualmente lo stato potrebbe fare a meno benissimo a meno dei docenti, delle classi e delle scuole. Tutto potrebbe facilmente essere gestito da casa. 

Rimane la perplessità legata al valore della scuola in quanto istituzione e struttura, e circa la professionalità del docente che viene innalzata (o banalizzata) nella capacità di saper gestire le nuove tecnologie. 


Così si evince dall'articolo: 

E’ evidente che ciò comporta un profondo aggiornamento culturale e professionale dei docenti, che dovranno abdicare al ruolo cattedratico per diventare orientatori negli ambienti di apprendimento costruiti col gruppo classe, in cui lo studente è protagonista attivo e consapevole della lezione e di ciò che sta imparando: un simile coinvolgimento consentirà finalmente di sviluppare negli alunni abilità e competenze direttamente derivanti dai contenuti curricolari, tanto menzionate nella legislazione ministeriale e comunitaria, quanto inesistenti in una scuola basata ancora su metodologie didattiche tradizionali.



Il professore rinuncia al "cattedratico" per diventare orientatore e lasciare anche la sua cruciale funzione di formatore
Una domanda riguarda la definizione di "alunno protagonista attivo". Per alunno protagonista attivo a cosa realmente ci si riferisce? All'alunno che sa gestire un programma di apprendimento, che è consapevole della lezione e di ciò che impara perché sa fare qualcosa con il computer si contrappone l'alunno silenzioso e attento? Solo se l'alunno fa qualcosa (imparare facendo) nella classe allora è un protagonista attivo e consapevole? Se è così, il silenzio attento del migliore tra gli alunni e l'attività silenzionsa, statica e sublime del symballein, del mettere insieme e conservare nella mente non ha un futuro nelle nostre classi e rende improduttivo e inconsapevole l'alunno che non fa digitalmente. 





La discussione rimane aperta al di là di ogni irrigidimento sulle diverse idee espresse e al di là di ogni ideologia che abbia al centro una visione dello studente piuttosto che lo studente in quanto tale. 



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