mercoledì 25 dicembre 2013

Le antifone del giorno di Natale


Dei possibili percorsi di commento alle celebrazioni del Natale ne illustro brevemente uno solo che riguarda le antifone di ingresso. Nella Messa vespertina della Vigilia l'antifona di ingresso riprende la “profezia” che abbiamo ripetuto più volte nell'antifona propria di questo 24 dicembre:



Oggi saprete che il Signore viene a salvarci:
domani vedrete la sua gloria.



Hódie sciétis, quia véniet Dóminus, et salvábit nos, et mane vidébitis glóriam eius.
 

A conclusione delle ferie privilegiate d'Avvento questo annuncio fa pregustare all'orante la grazia del presepio, di un Dio che non rimane altezzosamente nascosto nell'iperuranio delle elucubrazioni umane, nell'intangibilità “divina” ma che prende su di sé la nostra natura umana sconvolgendo radicalmente l'impianto delle religioni. L'Eterno che entra nel tempo si contempla a partire dall'oggi e dal domani!



La Messa della notte canta il Salmo 2,7 quando dice:


Il Signore mi ha detto:
«Tu sei mio Figlio, io oggi ti ho generato».

 

Dóminus dixit ad me: Fílius meus es tu, ego hódie génui te.



La liturgia introducendo i credenti al mistero del Verbo fatto carne propone il carme del Re-Messia di cui offre un'esegesi riferendo a Dio il compito di generare eternamente, come si professa nel Credo della messa della notte, solennizzato dalla genuflessione. 
L'oggi del Salmo, calato nel contesto liturgico della celebrazione eucaristica riporta al valore di memoriale di ciò che si ripresenta sui nostri altari e trasla la profezia nel presente della vita dei credenti in cui si genera il Verbo come afferma sant'Ambrogio.1


Superando la rappresentazione della Natività del 1224 voluta dal serafico Padre Francesco per la Messa di Natale e nonostante la mistica e la spiritualità del Presepio, l'antifona della Messa dell'aurora non si ferma sul sentimentalismo ma è il proclama di una liturgia regale, sontuosa e luminosa



Oggi su di noi splenderà la luce,
perché è nato per noi il Signore;
Dio onnipotente sarà il suo nome,
Principe della pace, Padre dell'eternità:
il suo regno non avrà fine
.



Lux fulgébit hódie super nos, quia natus est nobis Dóminus; et vocábitur admirábilis, Deus, Princeps pacis, Pater futúri sæculi: cuius regni non erit finis.
 

Le profezie hanno raggiunto la loro realizzazione: è nato il Salvatore. Questa è la gioia dei cristiani di cui parlano i Padri! Ritorna qui il simbolo della luce splendente, del Sole di giustizia che sorge, come ricordava l'antifona “O” del 21 dicembre.2 
Alla nascita del Signore sono applicate le profezie di Isaia (in particolare Is 9,5) che hanno segnato il tempo di Avvento appena trascorso, perché in lui trovano compimento la Legge e i Profeti. Una luce risplende perché Cristo è nato. Il cristiano risplende nella sua vita di fede perché Cristo assume la nostra natura mortale e sancisce la salvezza di cui la Messa è anamnesis.





La Messa del giorno si apre proprio con il canto di Is 9,5: 



E' nato per noi un bambino,
un figlio ci è stato donato:
egli avrà sulle spalle il dominio,
consigliere ammirabile sarà il suo nome.


Puer natus est nobis, et fílius datus est nobis, cuius impérium super húmerum eius, et vocábitur nomen eius magni consílii Angelus.



Il canto di ingresso introduce nell'umiltà del Signore che si fa neonato nelle braccia di sua Madre. Alla fragilità di un bambino appena nato si associano e si oppongono le due figure della profezia: il dominio, la forza, il diritto e la giustizia che Egli porta sulle spalle. Un dominio già eloquente perché Cristo porterà sulle spalle la pecora perduta da Buon Pastore ed il segno del suo dominio e del suo regno, la Croce preziosa e vivificante che da strumento di morte diventa gloriosa porta verso la risurrezione. Un bimbo che ancora non può parlare avrà come nome consigliere ammirabile. Un neonato che però è il Verbo incarnato, il Logos ordinatore dell'universo che, oggi, con la sua nascita, diviene il portatore di una parola che ammirevolmente consiglia. 

In questi testi si compie il nostro percorso. Diremmo dalla profezia al mistero, dal prefigurato al compimento dell'oggi, da ciò che i profeti hanno annunziato a ciò che Cristo con la sua incarnazione ha realizzato e che ora celebriamo nella fede. 
La liturgia non offre delle parole e dei gesti che non abbiano aderenza con la  realtà di fede e di vita. In essa non si scorge lo sterile ricordo di tempi andati ma proclama un oggi che ha tutta la sua pregnanza nella voce eucologica che in continuazione fa risuonare l'hodie, che culmina in un'altra antifona, quella del vespro di Natale al Magnificat

Oggi Cristo è nato,
è apparso il Salvatore;
oggi sulla terra cantano gli angeli,
si allietano gli arcangeli;
oggi esultano i giusti, acclamando:
Gloria a Dio nell'alto dei cieli, alleluia.


Hódie Christus natus est; hódie Salvátor appáruit; hódie in terra canunt ángeli, lætántur archángeli; hódie exsúltant iusti, dicéntes: Glória in excélsis Deo, allelúia


Un percorso di luce in Luce, di simbolo in simbolo, per contemplare la concretezza di ciò che Dio ha compiuto in Cristo per l'umanità.





1 "Ogni anima che crede concepisce e genera il Verbo di Dio".


2 O Oriens, splendor lucis aeternae, et sol justitiae: veni, et illumina sedentes in tenebris, et umbra mortis. - O astro che sorgi, splendore di luce eterna, e sole di giustizia: vieni ed illumina coloro che siedono nelle tenebre, e nell'ombra della morte.

martedì 24 dicembre 2013

La Liturgia del Natale


Pensare alla liturgia del Natale è motivo di molteplici rievocazioni radicate nella passione e nello studio di come le liturgie natalizie si sono evolute e notevolmente mutate fino ai giorni nostri. La Liturgia oggi è codificata e non si ritiene mai opportuno andare oltre la littera stabilita nel Messale Romano.  A Natale permangono delle suggestioni che, anche se non più applicabili, forse permettono di percepire alcuni dettagli che normalmente non sono colti e valutati. 

Domenico Ghirlandaio, Natività, Pinacoteca Vaticana
Sappiamo dalle fonti liturgiche che le tre messe di Natale sono una tradizione romana, da principio riservata solo al Romano Pontefice,1 che in tre tempi e luoghi definiti celebrava il mistero dell'Incarnazione. La topografia romana diveniva nel Medioevo, anche a Natale, un mezzo chiaro con cui la liturgia parlava al popolo di Dio e riconduceva per mezzo di segni sensibili, come la diversa collocazione delle celebrazioni, alla partecipazione delle grazie che scaturiscono dall'altare. Suggestiva è in merito la descrizione che ne fanno gli Ordines Romani. La prima messa, quella in nocte, era celebrata dal Papa a santa Maria Maggiore nell'oratorio del Presepe subito dopo l'ufficiatura ordinaria notturna. Sulla strada del ritorno a san Pietro, nel VI secolo, secondo le tradizioni della Curia papale, la Chiesa di sant'Anastasia diveniva sede di stazione e luogo di celebrazione2; almeno fino al pontificato di Gregorio VII la terza messa, in die, era cantata dopo l'ufficiatura del mattino e sommava in sé tutta la solennità della celebrazione natalizia.3


All'indicazione del Gelasiano che riconduce la trina celebrazione al mistero della santissima Trinità4 cui fa eco un'omelia di san Gregorio Magno,5 accostiamo il ricordo del Micrologus che indicava al diacono di terminare la messa della notte dicendo Benedicamus Domino.6


Natività, Mosaico dell'abside di santa Maria in Trastevere
Il primo dettaglio è sulle tre messe, ovvero sulla loro armonia. Tre voci concertanti che cercano di esprimere a parole umane, nel caso dei testi natalizi ricercate con particolare raffinatezza, la grandezza dei principia salutis humanae. Il dettaglio del Micrologus che intima al diacono di dimettere il popolo di Dio radunato con il Benedicamus Domino, fa pensare a quanto, nel giorno di Natale, una messa rincorra l'altra in una staffetta temporale, spaziale, policroma e poli-liturgica. Non ite missa est perché la contemplazione del Verbo incarnato non è finita ma deve seguire il suo climax ascendente, che attraverso la lettura dei Vangeli della nascita arriva fino alla proclamazione del prologo di Giovanni: E il verbo si fece carne e vene ad abitare in mezzo a noi” (Gv 1,14).7


Il secondo dettaglio riguarda una nostalgia. Ogni messa natalizia era preceduta o seguita dall'Ufficiatura. In molti luoghi la messa della notte, suggestiva e solenne, è ancora preceduta da una vigilia, ovvero un'ufficiatura come indicato a suo luogo nel primo volume della Liturgia delle Ore.8

 Solitamente questa ufficiatura o è del tutto assente o snaturata in altre “composizioni creative” che non hanno nulla a che vedere con la liturgia ma che vengono ritenute “pastoralmente più adatte”. Eppure, educare il popolo di Dio, a vegliare nella notte con la liturgia oraria significherebbe anche far crescere il desiderio di dedicare tempo al Signore, con la preghiera che da secoli anima le nostre chiese e che soavemente mette la Sposa in colloquio con lo Sposo. Se nelle Chiese di rito occidentale con difficoltà si riesce a partecipare ad una ufficiatura notturna, ancora più rara è quella diurna. Le grandi cattedrali che hanno conservato Lodi e Vespri natalizi rimangono delle lodevoli eccezioni, ma pur sempre eccezioni.
Natività, Abside di santa Maria Maggiore
Spesso nelle nostre parrocchie, per gli impegni, le ferie, e tutto ciò che distrae la società moderna, mancano tempi di preghiera salmica e pubblica, a volte scartata a priori perché richiede una partecipazione “in più” mentre il precetto riguarda solo la Messa e non le ufficiatura ancora concepite come privilegio ed obbligo del clero. Il
terzo dettaglio riguarda la messa del giorno. La prassi spesso mi ha fatto scontrare con alcune deviazioni di significato. Ribadendo che tutte le tre messe sono armonicamente disposte in una triplice celebrazione, che di momento in momento conduce fino al culmine del Mistero dell'Incarnazione, ciò che si osserva è il desiderio di curare più la messa della notte che quella del giorno.
La messa della notte è sicuramente più suggestiva ma tutta la solennità dovrebbe essere dedicata alla messa del giorno. In questo anche le consuetudini pontificie lasciano aperti alcuni interrogativi perché da anni il calendario delle celebrazioni pontificie annota la presenza del papa alla messa della notte e non a quella del giorno, che cede il passo alla ben più nota, ma forse sacramentalmente meno rivelante benedizione Urbi et Orbi. 
Di anno in anno, alla gioia di ascoltare le letture delle messe, che dal Lezionario di Würzburg e Murbach fino a quello del Vaticano II permettono di ascoltare gli esordi della nostra Redenzione, si associa il piacere nel rileggere la seconda lettura dell'Ufficio delle Letture, tratta dai Discorsi di san Leone Magno, che in poche battute ricorda che la gioia del Natale sta nella nascita del Salvatore e non nelle armonie e nelle atmosfere artificiali di palline colorate e luci ornamentali, disposte dovunque per invogliare a comprare. 

A conclusione della nostra riflessione natalizia prendo in prestito una frase di san Leone che coglie la mia attenzione:



Il Figlio di Dio infatti, giunta la pienezza dei tempi che l'impenetrabile disegno divino aveva disposto, volendo riconciliare con il suo Creatore la natura umana, l'assunse lui stesso in modo che il diavolo apportatore della morte, fosse vinto dalla stessa natura che prima lui aveva reso schiava. Così alla nascita del Signore gli angeli cantano esultanti: “Gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace in terra agli uomini che egli ama” (Lc 2,14).





Parafrasando il brano del grande Padre della Chiesa, penso che celebrare e riconoscere la venuta del Signore voglia dire far cadere la paura, paura che Egli sia alla porta e che stia bussando per venire a distogliere dalle occupazioni quotidiane; la "tentazione" di trovare in Dio solo una soluzione o un talismano contro le angustie della vita; per disturbare le menti razionali e pensanti e sottrarre le conquiste che l'uomo è stato in grado di possedere. Cristo Gesù nella sua nascita non disturba ma salva, non viene a dar fastidio ma a riempire la vita che si apre alla sua azione. 
Riconoscere che la mia natura umana è buona ma che tende ad essere schiava di tutto ciò che si sostituisce a Dio, fare un atto di umiltà, di fronte all'umiltà del Signore, credo che questi possano essere i propositi per vivere bene il Natale, lasciando che la nascita di Cristo divenga un “guadagno” e non una perdita, potendo sperimentare che quando Cristo entra nella vita tutto cambia, ogni cosa riprende la sua giusta collocazione, che Egli non porta via nulla, non disturba, non distoglie ma accoglie, risana e vivifica. 

Buon Natale!

Antoniazzo Romano, Natività



1Poi concessa ai vescovi ed infine ai sacerdoti con la possibilità di dire tutte e tre le messe.
2Si ricorda la doppia tradizione di una messa celebrata nel titulus s. Anastasiae nel giorno commemorativo della decapitazione della santa martire (25.12) e della possibile coincidenza della celebrazione papale, a partire da papa Giovanni III, per ossequio alla corte imperiale.
3Terza messa che gli Ordines dicono celebrata inizialmente a san Pietro e successivamente di nuovo a santa Maria Maggiore (sec. XI-XII).
4Laeti, Domine, frequentamus salutis humanae principia, quia trina celebratio beatae competit mysterium Trinitatis Pieni di gioia, Signore, celebriamo gli esordi dell'umana salvezza, che corrisponde al mistero della beata Trinità (GeV 9)
5Largiente Domino, missarum sollemnia ter hodie celebraturi sumus – Secondo la generosità del Signore, oggi celebreremo tre messe solenni (Homiliae in Evangelium PL 76, 1103).
6Bernoldus Constantiensis, Micrologus de ecclesiasticis observationibus, c. 4
7“La celebrazione non riguarda puramente il momento della nascita, ma si festeggia colui che una volta è nato ed è ora il Signore. Per questo non c'è da meravigliarsi che i testi dell'antica messa romana di Natale, la nostra messa in die, facciano solo pochi riferimenti alla nascita esteriore a Betlemme ma pongano al centro il fatto che il Logos eterno del Padre abbia assunto la nostra carne. Analogamente al centro della liturgia bizantina di natale c'è la prskynese dei magi dinnanzi al Dio incarnato, mentre l'evento stesso della nascita costituisce il tema della vigilia”, M. Kunzler, La liturgia della Chiesa (AMATECA 10, Di fronte e attraverso 640), Jaca Book, Milano 2003, 562.
8“Quando si vuol prolungare la celebrazione vigilare a questo punto [dopo il secondo responsorio dell'Ufficio delle letture del Natale del Signore] si aggiungono i cantici riportati in Appendice e il Vangelo della Messa della Vigilia. Dopo il Vangelo, o se l'Ufficio delle letture non viene prolungato con i cantici ed il vangelo, dopo il responsorio si esegue l'inno Te Deum. […] Se dopo la celebrazione pubblica dell'Ufficio delle letture segue la Messa, invece dell'inno Te Deum si dice il Gloria a Dio nell'alto dei cieli. Seguono subito l'orazione e le letture della Messa della notte. I riti di introduzione si omettono”, Liturgia delle Ore, I, 399.

domenica 22 dicembre 2013

Quarta Domenica di Avvento


San Luca presenta la Vergine Maria come "sposa di un uomo della casa di Davide, chiamato Giuseppe" (Lc 1, 27).



È però l'evangelista Matteo a dare maggior risalto al padre putativo di Gesù, sottolineando che, per suo tramite, il Bambino risultava legalmente inserito nella discendenza davidica e realizzava così le Scritture, nelle quali il Messia era profetizzato come "figlio di Davide".

Ma il ruolo di Giuseppe non può certo ridursi a questo aspetto legale. Egli è modello dell'uomo "giusto" (Mt 1, 19), che in perfetta sintonia con la sua sposa accoglie il Figlio di Dio fatto uomo e veglia sulla sua crescita umana. Per questo, nei giorni che precedono il Natale, è quanto mai opportuno stabilire una sorta di colloquio spirituale con San Giuseppe, perché egli ci aiuti a vivere in pienezza questo grande mistero della fede...

Il silenzio di San Giuseppe non manifesta un vuoto interiore, ma, al contrario, la pienezza di fede che egli porta nel cuore, e che guida ogni suo pensiero ed ogni sua azione. Un silenzio grazie al quale Giuseppe, all'unisono con Maria, custodisce la Parola di Dio, conosciuta attraverso le Sacre Scritture, confrontandola continuamente con gli avvenimenti della vita di Gesù; un silenzio intessuto di preghiera costante, preghiera di benedizione del Signore, di adorazione della sua santa volontà e di affidamento senza riserve alla sua provvidenza. Non si esagera se si pensa che proprio dal "padre" Giuseppe Gesù abbia appreso - sul piano umano - quella robusta interiorità che è presupposto dell'autentica giustizia, la "giustizia superiore", che Egli un giorno insegnerà ai suoi discepoli (cfr Mt 5, 20). 

Natività, Sagrada Familia, Barcelona
 

Lasciamoci "contagiare" dal silenzio di San Giuseppe! Ne abbiamo tanto bisogno, in un mondo spesso troppo rumoroso, che non favorisce il raccoglimento e l'ascolto della voce di Dio. In questo tempo di preparazione al Natale coltiviamo il raccoglimento interiore, per accogliere e custodire Gesù nella nostra vita.

Benedetto XVI, 18 dicembre 2005


martedì 10 dicembre 2013

L'uomo in preghiera

L'uomo in preghiera 
di Benedetto XVI
LEV 2011
pp. 72
€ 9,00 


Sto leggendo L'uomo in preghiera un libretto che raccolgie le catechesi del 2011 di Benedetto XVI dedicate alla preghiera. Un libro che oserei definire meraviglioso per la capacità che Benedetto XVI ha di parlare semplicemente senza cedere o scadere nel banale, mantenendo così uno stile ed un argomentare profondo e teologicamente motivante. 
Tra le pagine di questo piccolo manuale di preghiera ho trovato un brano che spiega, nell'ambito della descrizione della preghiera nell'Antico Testamento, la mistica esperienza di Giacobbe che lotta con una figura oscura, nella notte, mentre egli cercava di andare, ancora una volta, contro suo fratello Esaù. La figura sconosciuta ed irriconoscibile si rivelerà come l'angelo del Signore. Giacobbe ha lottato con Dio stesso e ne ha chiesto la benedizione che non aveva ricevuto a suo tempo. Nella sua catechesi il papa fece un percorso che dal mondo classico conduce all'osservazione e spiegazione dei vari tipi di preghiera nella Sacra Scrittura e nella tradizione della Chiesa. Ad Abramo, Mosè ed Elia è associato anche Giobbe che materialmente non prega nell'episodio citato dal Papa. Eppure il significato della lotta con l'angelo acquista delle tonalità vive ed interessanti proprio se applicate alla preghiera del cristiano.


In merito il papa afferma: 

"La notte di Giacobbe al guado dello Yabboq diventa così per il credente un punto di riferimento per capire la relazione con Dio che nella preghiera trova la sua massima espressione. La preghiera richiede fiducia, vicinanza, quasi in un corpo a corpo simbolico non con un Dio nemico, avversario, ma con un Signore benedicente che rimane sempre misterioso, che appare irraggiungibile. Per questo l’autore sacro utilizza il simbolo della lotta, che implica forza d’animo, perseveranza, tenacia nel raggiungere ciò che si desidera. E se l’oggetto del desiderio è il rapporto con Dio, la sua benedizione e il suo amore, allora la lotta non potrà che culminare nel dono di se stessi a Dio, nel riconoscere la propria debolezza, che vince proprio quando giunge a consegnarsi nelle mani misericordiose di Dio.

Cari fratelli e sorelle, tutta la nostra vita è come questa lunga notte di lotta e di preghiera, da consumare nel desiderio e nella richiesta di una benedizione di Dio che non può essere strappata o vinta contando sulle nostre forze, ma deve essere ricevuta con umiltà da Lui, come dono gratuito che permette, infine, di riconoscere il volto del Signore. E quando questo avviene, tutta la nostra realtà cambia, riceviamo un nome nuovo e la benedizione di Dio. E ancora di più: Giacobbe, che riceve un nome nuovo, diventa Israele, dà un nome nuovo anche al luogo in cui ha lottato con Dio, lo ha pregato; lo rinomina Penuel, che significa “Volto di Dio”. 

Con questo nome riconosce quel luogo colmo della presenza del Signore, rende sacra quella terra imprimendovi quasi la memoria di quel misterioso incontro con Dio. Colui che si lascia benedire da Dio, si abbandona a Lui, si lascia trasformare da Lui, rende benedetto il mondo. Che il Signore ci aiuti a combattere la buona battaglia della fede (cfr 1Tm 6,12; 2Tm 4,7) e a chiedere, nella nostra preghiera, la sua benedizione, perché ci rinnovi nell’attesa di vedere il suo Volto".

Benedetto XVI, Udienza generale, 25 maggio 2011, Piazza San Pietro.


giovedì 5 dicembre 2013

A servizio della Liturgia

Soddisfazioni personali e anche un po' di ricordi. 

Quando nel 2007 uscì la Summorum Pontificum molti furuno i moti d'animo, positivi e negativi, in un contensto in cui ritornare alla liturgia riformata da Giovanni XXIII suscitava indignazione o plausi. 

In quell'anno in molti abbiamo lavorato, al di là dell'ideologia o delle personali predisposizioni, affinché si conoscesse il patrimonio liturgico che la Chiesa aveva stabilito di riconsegnare ai fedeli ed al clero. Invece di parlare e fare polemiche in tanti ci siamo dati da fare collaborando fattivamente alla conoscenza del rito che veniva liberalizzato. Non siamo stati sulla scia delle polemiche ma nelle trincee del lavoro silenzioso cercando, almeno per parte mia di mantenere un rigore espositivo necessario per raggiungere la chiarezza dei pregi e dei limiti/difetti della liturgia "antica" o del Vetus Ordo, secondo un'espressione impropria, allora come oggi in uso anche in contesti autorevoli.

Pur non essendo dalla parte dei tradizionalisti, e sopratutto non volendo per nessun motivo essere annoverato tra le schiere dei sedicenti tali, mi venne chiesto di mettere a servizio del sito Maranathà le mie conoscenze liturgiche. Accettai conscio della fatica che mi aspettava. Fu un anno di duro lavoro. Appunti, paginate di scritti di spiegazioni, correzioni, revisioni, e ancora scrittura e rilettura per poi vedere finalmente in rete un lavoro motivato dal desiderio di conoscere, trasmettere e difendere la scientia liturgica da tanti, tradizionalisti e non, vilmente offesa e deturpata con private interpretazioni, distorsioni e mancata fedeltà alle norme.

Alla fine il nostro è stato un servizio mediaticamente offerto dai fratelli Lambruschini, un impegno spinto dalla passione e dalla fede, per poter dire e ancora ripetere zelus domus tuae comedit me!

GRAZIE alle pagine di don Camillo quel lavoro a più mani torna sul web, dopo anni di quiescenza, sperando che ancora possa essere utile, quanto meno ad amare sempre più la Liturgia, che ci ha spinto a lavorare insieme.

Dal blog sopra citato riporto il testo del documento con cui la Pontificia Commissione Ecclesia Dei nel 2009 prendeva atto del lavoro svolto per il sito Maranathà e manifestava il pubblico ringraziamento, anche al sottoscritto. 



La vocazione di san Matteo

Non sono uno storico dell'arte e non sono un'esperto. Quindi da non addetto ai lavori mi accosto a un dipinto complesso e sudiatiss...