domenica 15 giugno 2014

Festa della santa ed individua Trinità

La grazia del Signore nostro Gesù Cristo,
l'amore di Dio Padre
e la comunione dello Spirito Santo sia con tutti voi.

La citazione in esergo è una delle formule principali di saluto della liturgia latina, Romana ed Ambrosiana. Celebrando la solennità della santa ed individua Trinità mi sembra questo il saluto più adatto per cominciare la celebrazione eucaristica e per riflettere sull’odierna festività. L’Ordinamento Generale del Messale Romano ricorda che:

“Il sacerdote con il saluto annunzia alla comunità radunata la presenza del Signore. Il saluto sacerdotale e la risposta del popolo manifestano il mistero della Chiesa radunata”
(n. 50)

In questo duplice movimento, se ben spiegato e recepito, si può comprendere quanto la scelta della formula liturgica del saluto non sia qualcosa da biascicare all’inizio o alla fine della messa e non ha niente a che vedere con i convenevoli previsti tra persone civili che si salutano quando si incontrano.

In quest’ottica il saluto liturgico è invocazione della perenne presenza del Signore che sta al fianco dei fedeli radunati secondo quanto ricordato dal Primo Testamento 

“Ma il Signore è al mio fianco come un prode valoroso” (Ger 20,11)

e dal Signore secondo le parole dell’Evangelista Matteo:
“Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt 28,20).
Ravenna, lunetta di Abramo

Il Signore è al nostro fianco, ci è vicino, è vicino ad ogni uomo che invoca il suo nome e che permette a questa presenza di essere viva ed illuminante per la vita. Nella festa di oggi il saluto è paolino e deriva da una citazione di 2Cor 13,13. In essa ben si esprime il mistero di amore che anima la Trinità santa è rappresenta perfettamente le dinamiche che ricolmano di grazia l’Eucaristia. In essa Gesù, il Signore, che ha compiuto la volontà del Padre, che ha manifestato ed annunciato agli uomini il suo amore e la sua essenza, è presente nella forza dello Spirito che discende sui santi doni per invocazione e preghiera del sacerdote e della Chiesa. Inoltre in questa formula impiegata nella messa si riscontra la verità di quanto afferma sant’Atanasio nelle sue lettere:
Quelle cose infatti infatti che lo Spirito distribuisce ai singoli sono andate dal Padre per mezzo del Verbo. In verità tutte le cose che sono del Padre sono pure del Figlio. Onde quelle cose che sono concesse dal Figlio nello Spirito sono veri doni del Padre. Parimenti quando lo Spirito è in noi, è anche in noi il Verbo dal quale lo riceviamo e nel Verbo vi è anche il Padre e così si realizza quanto è detto: “Verremo (io e il Padre) e prenderemo dimora presso di lui” (Gv 14,23). Dove infatti è la luce, vi è anche lo splendore; e dove lo splendore, ivi c'è parimenti la sua efficacia e la sua splendida grazia. Questa stessa cosa insegna Paolo nella seconda lettera ai Corinzi, con queste parole: “la grazia del Signore Gesù Cristo, l'amore di Dio e la comunione dello spirito Santo sia con tutti voi” (2Cor 13,13). Infatti la grazia è il dono che viene dato nella Trinità, è  concesso dal Padre, per mezzo del Figlio nello Spirito santo. Come dal Padre per mezzo del Figlio viene data la grazia, così in noi può avvenire la partecipazione del dono nello Spirito santo. E allora, resi partecipi di esso, noi abbiamo l'amore del Padre, la grazia del Figlio e la comunione dello stesso Spirito”. (Lett. 1 a Serapione, 28-30).

Meditare e mettere in pratica queste parole di Atanasio il Grande, anche da parte dei fedeli che partecipano all’eucaristia, permette di entrare con consapevolezza in quella auspicata e forse quasi sempre difficilmente raggiunta partecipazione attiva perché, è ancora l’Ordinamento generale a dirlo:
“Le acclamazioni e le risposte dei fedeli al saluto del sacerdote e alle orazioni, costituiscono quel grado di partecipazione attiva che i fedeli riuniti devono porre in atto in ogni forma di Messa, per esprimere e ravvivare l’azione di tutta la comunità” (n. 35; cfr. SC 30).
Celebrare e vivere la liturgia in quest’ottica significherebbe in molti contesti, ritornare al senso originario del dettato conciliare liberandolo di tutte quelle strategie e “creatività” che fino ad oggi, in materia di partecipazione attiva, hanno visto ogni forma dis-graziata per fare in modo che essa si realizzi. Ciò che l’Ordinamento Generale afferma è la chiave di volta per comprendere e fondare la propria partecipazione ai divini misteri in modo consapevole e pieno di fede nel Signore Gesù che si rende presente e manifesto con la sua vicinanza. Inoltre tutto questo mette i fedeli di fronte alla natura stessa della liturgia: essa è azione comunitaria e l’ecclesialità del culto cristiano si manifesta palesemente in un’esperienza pratica semplicissima: un saluto, una risposta. Questa è la grandezza della liturgia che di giorno in giorno accompagna delicatamente noi cristiani a percepire tutte le dimensioni del credo che professiamo.  Il sacerdote non dice la messa per se stesso, ma per il popolo che gli è stato affidato il giorno dell’Ordinazione. Il popolo non risponde con parole qualsiasi e non risponde in un momento qualsiasi. Ogni singolo fedele che risponde al saluto sacerdotale è un battezzato inserito in una comunità di credenti, che vive della grazia. Per questo sant’Atanasio diceva: “Come dal Padre per mezzo del Figlio viene data la grazia, così in noi può avvenire la partecipazione del dono nello Spirito santo”. Partecipi di questo dono “abbiamo l'amore del Padre, la grazia del Figlio e la comunione dello stesso Spirito” e non è un qualcosa che il singolo può ritenere come dono esclusivo per sé e non per gli altri. La dimensione comunitaria ed ecclesiale del saluto iniziale è immagine e somiglianza della comunione che il sacerdote annuncia con le parole di Paolo. Siamo Chiesa, siamo comunità di redenti, tutti partecipi dello stesso dono di grazia tutti in grado di poter gridare nel proprio intimo:
Questa è la nostra fede.
Questa è la fede della Chiesa.
E noi ci gloriamo di professarla,
in Cristo Gesù nostro Signore.

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