domenica 27 luglio 2014

Il regno dei cieli è simile a un mercante che va in cerca di perle preziose (Mt 13,45)

In questa XVII Domenica per annum, a mio parere, le letture sono di una particolare bellezza. Da internet trovo alcuni passi dei padri della chiesa che le commentano, in particolare il vangelo le condivido anche su questo blog.

Origene: 

 Le splendide perle conducono all'unica perla preziosa


Si può applicare a chi cerca le perle preziose quella parola: «Cercate e troverete... Chi cerca trova» (Lc 11,9. 10). Ma che cosa cercare? O meglio, che significa: chi cerca trova? Indubbiamente per quella perla s'intende ciò che un giorno possederà chi ora dona tutti i suoi beni e li disprezza; per questo Paolo dice: «Tutte queste cose le considero come spazzatura, al fine di guadagnare Cristo» (Fil 3,8) che è l'unica perla preziosa. …
Per ogni cosa c'è il tempo opportuno e ogni realtà che vive sotto il cielo ha la sua occasione favorevole; c'è dunque un tempo per raccogliere splendide perle e, dopo averle raccolte, c'è un altro tempo per trovare l'unica perla preziosa, quando conviene andare a vendere tutto ciò che si possiede per comprarla.

Da un altro sito trovo questi frammenti:

Andiamo a vedere come i Padri della Chiesa ci aiutano a celebrare e vivere queste parabole.


S. Gerolamo:

«Questo tesoro, nel quale sono nascosti tutti i tesori della sapienza e della scienza (cf. Col 2,2s), è il Verbo di Dio, che si rivela nascosto nel corpo di Cristo o le Sante Scritture. Le belle perle sono la Legge e i Profeti, e la conoscenza del Vecchio Testamento. Ma una sola è la perla di grande valore, cioè la conoscenza del Salvatore, il sacramento della sua passione, il mistero della sua risurrezione. Il mercante che ha scoperto, a somiglianza dell'apostolo Paolo, tutti i misteri della Legge e dei Profeti e le antiche osservanze, nel rispetto delle quali ha sinora vissuto, tutte alla fine le disprezza come spazzatura e banalità, per guadagnarsi Cristo (cf. Fil 3,8)».

S. Giovanni Crisostomo:

«Le parabole del tesoro e della perla si assomigliano: sia l`una che l`altra fanno intendere che dobbiamo preferire e stimare il Vangelo al di sopra di tutto. Le parabole del lievito e del chicco di senape si riferiscono alla forza del Vangelo. Le due ultime parabole, invece, pongono in risalto il suo valore e il suo prezzo. Con queste due ultime parabole noi apprendiamo non solo che è necessario spogliarci di tutti gli altri beni per abbracciare il Vangelo, ma che dobbiamo fare questo atto con gioia. Chi rinunzia a quanto possiede, deve essere persuaso che questo è un affare, non una perdita. E come chi possiede la perla sa di essere ricco, ma spesso la sua ricchezza sfugge agli occhi degli altri, perché egli la tiene nella mano, la stessa cosa accade del Vangelo: coloro che lo posseggono sanno di essere ricchi, mentre chi non crede, non conoscendo questo tesoro, ignora anche la nostra ricchezza».

S. Agostino:

«Solo l'amore distingue i figli di Dio dai figli del diavolo. Se tutti si segnassero con la croce, se rispondessero amen e cantassero tutti l`Alleluja; se tutti ricevessero il Battesimo ed entrassero nelle chiese, se facessero costruire i muri delle basiliche, resta il fatto che soltanto la carità fa distinguere i figli di Dio dai figli del diavolo. Quelli che hanno la carità sono nati da Dio, quelli che non l`hanno non sono nati da Dio. E` questo il grande criterio di discernimento: "Chi infatti ama il prossimo" - dice l'Apostolo - "ha adempiuto la Legge; e, il compimento della Legge è la carità" (Rm 13,8.10). La carità è, a mio parere, la pietra preziosa, scoperta e comperata da quel mercante del Vangelo, il quale per far questo, vendette tutto ciò che aveva».

venerdì 25 luglio 2014

Dal culto dei martiri e dei santi alla venerazione delle reliquie

Il culto dei martiri


La comprensione del culto delle reliquie nella Chiesa cattolica è legata alla grande importanza rivestita dal culto dei santi, ed in particolare dei martiri nella Chiesa dei primi secoli.
La commemorazione dei santi ha avuto inizio nella Chiesa con la memoria dei martiri, i testimoni della fede, che hanno professato la loro fede fino all'effusione del sangue anche di fronte alle minacce ed alla morte. Le commemorazioni dei martiri sono legate però in modo particolare al ricordo dei defunti. Da sempre nella storia umana è chiaro il rispetto quasi sacro che circonda le spoglie mortali. Gli onori dovuti per pietas ai defunti erano di duplice natura: il refrigerium che per la fede nella sopravvivenza, anche materiale, dell'anima dopo la morte, prevedeva un banchetto o la consumazione di cibo presso il luogo di sepoltura, e la più importante, ed ancora oggi in uso, commemorazione del dies natalis, ovvero del giorno della morte, inteso dai cristiani come il giorno della nascita al cielo del fedele che aveva professato la propria adesione al Cristo Signore.1 Nel corso dei secoli la pratica del refrigerium, sotto il vigile controllo dei vescovi per evitare che degenerasse, fu alternativamente tollerata e osteggiata fino alla sua totale eliminazione nel mondo occidentale.2
Quando un fedele cristiano aveva suggellato la sua fede con la professione nel sangue la Chiesa lo onorava attribuendogli l'appellativo di martyr (dal greco, testimone).3 Questo appellativo era segnato sul sepolcro affianco al nome; nella liturgia i nomi dei martiri venivano letti nei dittici in chiesa durante la celebrazione eucaristica e questa pronuncia del nome ne sanciva il ricordo, non più privato ma pubblico ed ufficiale: il defunto o il santo non si ricordavano più nell'ambito privato, ma riguardava ormai tutto il popolo di Dio radunato nella memoria di un testimone della fede che diveniva modello per tutti, perché la sua suprema testimonianza di fede era un paradigma da imitare e da venerare da parte di tutti i credenti della Chiesa. La celebrazione di un martire era quindi legata alla registrazione ufficiale ed autentica del martirio, conservata presso le singole comunità cristiane che vivevano di quella memoria: si tratta quindi dei testi conosciuti come resoconti del martirio noti con il nome di passiones o acta martyrum.

Il sepolcro del martire


Il sepolcro del martire, il suo luogo di sepoltura, era il luogo originario in cui gli veniva attribuito il culto. Secondo le leggi romane i sepolcri erano disposti fuori della cinta urbana. Ecco perché le catacombe, sepolture ipogee, si trovavano lungo le grandi vie consolari al di fuori del pomerio dell'Urbe. I luoghi che oggi sono oggetto di interesse da parte di visitatori ed archeologi nei primi secoli del Cristianesimo erano la meta di pellegrinaggi annuali da parte delle comunità cristiane per il ricordo del martire.

Il culto delle reliquie


Tra le manifestazioni della devozione cattolica nei confronti dei santi ha un rilievo particolare la venerazione delle reliquie. Il termine deriva dal latino reliquiae e significa letteralmente “resti”. La volontà di conservare questi “resti”, oggetti ed immagini di una persona defunta (si pensi a titolo di esempio alle ciocche di capelli, come quelle di Lucrezia Borgia conservate in un reliquiario presso la Pinacoteca Ambrosiana), è universalmente documentabile e antropologicamente comprensibile e giustificabile. Queste tradizioni hanno facilitato, nel Cristianesimo, la prassi di conservare i resti mortali dei santi martiri. Anche se il culto cristiano delle reliquie ha dei precedenti molto simili nel mondo pagano, nella Chiesa Cattolica è sempre stato animato dalla sola venerazione e non adorazione per i resti mortali di coloro che hanno seguito Cristo nel modo più autentico e puro possibile. L'atto di devozione dei cristiani nei confronti dei resti mortali di un martire e o di un santo non sono il segno di una religiosità pagana che si rivolge a più divinità, ma sono l'espressione della consapevolezza che nel santo ha operato la grazia di Dio, e che il suo corpo o i suoi resti sono la testimonianza di come Dio ha agito nella storia e di come il singolo cristiano è riuscito nell'impegno di adesione di fede e di sequela del Redentore.
Con l'editto di tolleranza e il decreto teodosiano del 381 che stabiliva il cristianesimo religione dell'impero, cominciarono a sorgere nuove strutture, semplici edicole o sontuose basiliche costruite sul sepolcro dei martiri (martyria)4. Alle loro reliquie venne assegnato un posto d'onore, al di sotto degli altari su cui si celebra l'eucaristia, il principale, essenziale e più importante atto di culto della Chiesa cattolica.
Oltre al desiderio di essere seppelliti proprio nelle vicinanze delle tombe degli Apostoli, dei martiri e dei santi, i resti mortali dei corpi santi sono stati e costituiscono tutt'ora un ambito trofeo a gloria delle chiese. La ricerca delle reliquie comincia in Oriente a partire dal sec. IV. Le grandi sedi patriarcali o le singole diocesi cercavano di aumentare la gloria ed il prestigio delle proprie sedi anche grazie alla presenza di reliquie insigni. Lo stesso processo si diffuse anche in Occidente. Esemplare fu la scoperta dei corpi santi di Gervasio e Protasio a Milano da parte dello stesso sant'Ambrogio; ancora oggi i corpi dei tre santi sono deposti insieme sotto l'altare dell'antica basilica dedicata al grande Vescovo di Milano. Lo stesso evento si ricorda a Bologna con la scoperta da parte di san Nazaro dei corpi dei santi Vitale ed Agricola, patroni e protettori dell'Arcidiocesi di Bologna. 
 
In contrasto al culto dei santi, nelle forme più pure ed eccellenti, si sono sviluppate delle defezioni superstiziose e dottrinali che hanno portato a considerare i singoli frammenti mortali dei santi come parti rivestite di una forza sovraumana, taumaturgica ed in alcuni contesti anche magica. Fu sant'Agostino a indirizzare il pensiero teologico ad una valutazione della venerazione delle reliquie: i santi, dice Agostino, sono considerati “membra di Cristo, figli di Dio, suoi amici e nostri intercessori”.

In questo contesto, per il principio secondo il quale i corpi dei santi erano considerati rivestiti di un particolare potere, in forma superstiziosa e lontana dal culto delle origini si ritenne che fare frammenti di quei corpi santi sarebbe stato di vantaggio a molte più chiese sparse nel mondo. Si giunse così alla pratica della divisione delle reliquie che interessò sia le Chiese d'Oriente che quelle d'Occidente.

Roma, erede del sacro rispetto che i romani avevano per i corpi dei defunti, non scese mai a compromessi con queste pratiche come testimoniano le scelte dei papi (vedi ad esempio Gregorio Magno nei confronti dell'Imperatrice Costantina) che non hanno permesso la frammentazione delle reliquie dei santi Apostoli Pietro e Paolo. Si diffuse però la pratica di distribuire e diffondere un altro tipo di reliquia, formata da stoffe o panni che venivano messi a contatto con i corpi santi o con i luoghi della loro sepoltura al di sotto degli altari principali delle basiliche di Roma. Originariamente erano di questo tipo le reliquie che venivano deposte sotto gli altari delle nuove chiese che venivano edificata nella cristianità. La severità dei papi nei secoli non poté essere mantenuta a causa della lontananza dei sepolcri dal centro religioso e perché non custoditi dai saccheggi dei popoli invasori.

A partire dall'VIII secolo, in seguito alle invasioni barbariche del Longobardi si decise (papa Paolo I e suoi successori) di aprire i sepolcri dei martiri e trasferirne le reliquie in alcune gradi basiliche Romane (in particolare san Silvestro in capite, santa Prassede, ss. Silvestro e Martino ai Monti, santi quattro Coronati, ecc).
La risonanza di queste traslazioni ed il desiderio politico di unire a sé diverse nazioni e popoli spinse i papi stessi a concedere preziose reliquie creando un aumento delle richieste ed una proliferazione di reliquie soprattutto nell'epoca carolingia, con il conseguente aumento delle celebrazioni e delle devozioni in onore dei santi di cui si possedevano frammenti delle spoglie mortali. Alla moltiplicazione delle reliquie ed alla loro sempre crescente richiesta corrisposero, in proporzione, i fenomeni della contraffazione, del furto e del commercio.

Il culto tributato alle reliquie


L'importanza delle reliquie è stata sottolineata nei secoli con la formazione di riti liturgici specifici. Abbiamo ricordato la prassi, ancora in vigore nella Chiesa cattolica, di deporre nell'altare o al di sotto di esso, porzioni notevoli di reliquie di santi. La dedicazione di una nuova chiesa, che è tra i riti più solenni della liturgia episcopale, ed in particolare la dedicazione dell'altare per la celebrazione dell'eucaristia, sono ancora legati alla presenza dei frammenti dei santi quali testimoni, anche visibili, di cosa sia realmente la vita cristiana e la sequela fedele di Cristo.
Il valore delle reliquie all'interno di una chiesa ha quindi questo senso prettamente ecclesiale, legato alla comunità cristiana che celebra intorno all'altare del Signore avendo sotto gli occhi la testimonianza di coloro che li hanno preceduti nell'impegno di una vita cristiana autentica.

Alle reliquie, lo ricordiamo, è concesso un solo culto di venerazione, di rispetto ed omaggio che non è adorazione, riservato nella fede cristiana al Dio solo. I gesti di omaggio delle reliquie da secoli sono il bacio e l'offerta dell'incenso, come segno di odore soave, che dalla terra sale al cielo, simbolo della preghiera preghiera sincera ricolta a Dio.

Una delle prassi diffuse a partire dall'XI sec. è quella delle ostensioni. Per il principio esemplare sopra ricordato, l'ostensione o le processioni con le reliquie sono occasione di grande festa per le comunità che le custodiscono soprattutto nel giorno della commemorazione annuale del santo, per ricorrenze periodiche (come per la Sindone di Torino o le reliquie di san Gennaro a Napoli) o di particolare impegno nella preghiera in occasioni di gravi calamità o di eventi esterni drammatici o solenni (giubilei, visite papali, ecc.) Queste manifestazioni esterne della fede sono ancora oggi il segno e l'incentivo per un rinnovamento spirituale dei credenti che si raccolgono dinnanzi alla reliquia esposta.5

Bibliografia

P. Brown, Il culto dei santi. L'origine e la diffusione di una nuova religiosità (Piccola Biblioteca Einaudi, NS), Einaudi, Torino 2002.

P. Jounel, «Dedicazione delle Chiese e degli altari», in Liturgia, ed. ed. D. Sartore – A.M. Triacca C. Cibien, Edizioni san Paolo, Cinisello Balsamo 2001, 538-551.

M. Righetti, Storia liturgica 2: L'anno liturgico nella storia, nella messa, nell'ufficio, Ancora,
Milano 22005, 396-428.
 
S. Rosso, «Processione», in Liturgia, ed. ed. D. Sartore – A.M. Triacca – C. Cibien, Edizioni san Paolo, Cinisello Balsamo 2001, 1536.

P. Rouillard, «Il culto dei santi in Oriente ed Occidente», in Scientia Liturgica 5: Tempo e spazio liturgico, ed. A.J. Chapungco, Piemme, Casale Monferrato 1998, 338-355.






1Le due forme di commemorazione dei defunti erano consuetudini del mondo pagano e comportavano sacrifici e immolazioni agli dei che i cristiani non hanno mai accettato. L'essenza del culto dei morti è rimasto però nel cristianesimo delle origini con elementi caratteristici e defezioni che ancora oggi permangono nel cristianesimo odierno.
2L'oriente cristiano ancora conserva la tradizione di mangiare nei pressi della sepoltura in unione al canto dell'ufficiatura funebre o di una sua parte in onore del defunto.
3Cfr. At 1,8; I lettera di san Clemente Romano 5, 4, 7 e 17, 1, 2; Martyrium Polycarpi 1, 1;
4I termini martyrion, memoria nell'ambito della chiesa antica, indicarono i luoghi di Terrasanta riferibili a fatti della Bibbia e della vita di Cristo. Più frequentemente però gli stessi termini furono usati per i luoghi che nei cimiteri fuori città avevano raccolto le spoglie mortali dei martiri. Pare che il martyrion abbia avuto origine con il culto stesso dei martiri, derivato a sua volta dal culto comune dei morti, allorché alla preghiera per il martire si aggiunse la preghiera per ottenerne l'intercessione (v. lipsanotica). Presso il martyrion fu celebrata l'eucaristia, non in occasione dei regolari servizi domenicali, ma nelle ricorrenze anniversarie e in altre occasioni particolari. Per tale ragione i martyria più antichi si distinsero dai normali luoghi di culto e formarono un gruppo particolare di luoghi di culto dedicati a Cristo, sempre più importanti a causa della crescente devozione. La memoria degli apostoli Pietro e Paolo sulla via Appia antica, databile intorno alla metà del III sec., è l'unico martyrion precostantiniano sicuramente identificato. Eretto su di una precedente area cimiteriale, la memoria sull'Appia antica si componeva principalmente di un cortile e di un portico, quest'ultimo forse destinato al culto. L'età costantiniana segna la prima grande fioritura di fondazioni memoriali: molte di esse, specialmente a Roma e in Terrasanta, hanno come fondatore lo stesso Costantino o sua madre Elena, oppure altri membri della famiglia imperiale. Pare che tali martyria siano stati i primi edifici monumentali di questo genere; essi comunque costituirono il punto di partenza per gli ulteriori sviluppi. A Roma si costituirono basiliche accanto ad alcune catacombe in cui erano stati deposti i corpi dei martiri Pietro e Marcellino, Lorenzo, Agnese; rispettivamente ai cimiteri al Vaticano e lungo la via Ostiense le tombe sub divo degli apostoli Pietro e Paolo divennero il centro degli edifici a loro dedicati. Sulla memoria Apostolorum alla via Appia sorse una basilica simile a quella dedicata ai SS. Marcellino e Pietro, senza un legame preciso con il santuario precedente. Ben presto fra i fedeli si diffuse il desiderio di essere sepolti ad sanctos, cioè nelle immediate vicinanze delle tombe. Ciò forse indusse lo stesso Costantino a costruire accanto alla memoria di Pietro e Marcellino il grande mausoleo nel quale fu sepolta sua madre Elena, e sua figlia Costanza ad erigere per sé il mausoleo accanto alla chiesa di S. Agnese. La dinastia teodosiana volle il suo mausoleo accanto a S. Pietro. In Terrasanta i martyra di Cristo furono parte di un complesso più vasto di edifici: così a Betlemme e a Gerusalemme, per esempio, il vero m. è un edificio centrale; per la celebrazione dell'eucaristia, in ambedue i casi, si costruì accanto una basilica a cinque navate. Da quanto s'è detto, risulta chiaro che il m. dei primi tempi ebbe sempre origine dalla venerazione di una tomba o di un luogo di memorie. Senonché sin dall'epoca costantiniana cominciò ad affermarsi un nuovo tipo di martyrion: quello, cioè, sorto non in corrispondenza di una tomba o di un luogo memoriale, ma per raccogliere le reliquie di un martire. Il primo esempio di questo tipo di edificio memoriale pare che sia stato la chiesa degli apostoli a Costantinopoli, fatta erigere da Costantino o da Costanzo II, per accogliere i corpi degli apostoli Andrea e Luca e del discepolo Timoteo. Il nuovo tipo di martyrion in breve volger di tempo prevalse e si diffuse in tutto il mondo cristiano. Il collocamento dell'altare sulla memoria fu attuato, forse per la prima volta, nella chiesa della Moltiplicazione dei Pani presso il Lago di Tiberiade, verso la fine del IV secolo. L'espandersi del culto dei martiri nel V e VI sec. ebbe, molte volte, come conseguenza, l'ingrandimento di santuari più antichi o la costruzione ex novo di edifici più ampi. Si ricorda l'ampliamento dei martyria di S. Felice a Cimitile da parte di S. Paolino di Nola. Ma nel V e ancor più nel VI sec. divenne sempre più frequente la consuetudine di destinare a martyrion un piccolo edificio appositamente costruito in connessione con un più vasto edificio di culto. Nella maggior parte dei casi però non si trattò di veri e propri martyria, perché l'altare contenne solo particole di reliquie. Nella Siria settentrionale, dal principio del V sec. in poi, nelle chiese di culto normale è di regola destinare a m. il vano meridione dell'abside, che contiene molte volte alcuni sarcofagi con particole di reliquie. Ma anche il corpo di S. Sergio fu probabilmente tumulato in una tricora annessa al santuario della basilica a lui dedicata a Resafa. L'uso di collocare la mensa eucaristica immediatamente sopra la tomba del martire, praticato in Occidente già durante il V sec. in alcuni martyria dell'Africa settentrionale, divenne generale e quasi obbligatorio a partire dal VI secolo. Di conseguenza, alle vecchie basiliche costruite vicino alle catacombe romane se ne sostituirono nuove, costruite così che la mensa potesse collocarsi proprio sulla tomba del martire (per esempio S. Lorenzo, S. Agnese e forse anche SS. Nereo ed Achilleo a Domitilla); o si trasferirono i corpi dei martiri nelle vecchie chiese, dove ovviamente furono collocati sotto l'altare (s. Pancrazio). A S. Pietro in Vaticano, sotto il pontificato di Gregorio Magno si collocò l'altare su un podio rialzato in una cripta costruita intorno al monumento sepolcrale dell'apostolo. Tale soluzione costituì il modello per le future chiese con cripta dell'alto Medioevo in Occidente.
5In merito non sono mancati abusi e defezioni, prossimi al paganesimo, inficiati dall'ignorante superstizione o mossi da scopo di lucro.

domenica 20 luglio 2014

Quale preghiera? Per quale pace?


Nelle drammatiche situazioni internazionali che in questi giorni affliggono gli innocenti, più volte ed in più luoghi ritornano i dovuti appelli per la pace. Papa Francesco ancora si impegna con zelo per ottenere la pace ed invita noi tutti, popolo di Dio, a pregare per la pace. Il risultato, come spesso accade, sono insulse aggregazioni, agglomerati di buoni sentimenti, di candele e di gesti insignificanti se non ridicoli, che se anche fossero preghiera, probabilmente non ricalcano l'invito generico del Papa e la prassi vivente della Chiesa. È vero che lo “Spirito soffia dove vuole” ed è lui che ispira la preghiera, il dialogo intenso con il Signore, ma a vedersi ed a partecipare alle “preghiere per la pace” non possono non sorgere seri dubbi su quanto animatori pastorali, responsabili di comunità, sacerdoti e fedeli tutti riescano ad elaborare, spesso scadendo sul piano dei contenuti e su quello della forma in virtù di un'idea di liturgia come riserva di sentimenti da prendere ed offrire al momento opportuno invece di tempo e spazio in cui fare esperienza della presenza del Risorto.
Il nostro punto di partenza ed il “luogo” della nostra osservazione risiede in un'azione liturgica del rito romano. Prima della riforma liturgica voluta dal Concilio Vaticano II, il Missale Romanum tridentino, accogliendo le tradizioni dei secoli precedenti, stabiliva un rito per la pace fatto di preghiere e di gesti. Tra di essi si ricorda solo l'ultima testimonianza in vigore nel Missale Romanum 1962 che prescrive al sacerdote di recitare l'orazione Domine Jesu Christe, qui dixisti, con le mani giunte sull'altare e di baciare l'altare, se deve essere data la pace, prima di pronunciare Pax tecum. Ne consegue che qualsiasi discorso si fa sulla pace deve essere derivato dalla celebrazione eucaristica, e quindi da Cristo, Principe della Pace (Isaia 9, 1-2. 5-7). In particolare si vede bene che il dono della pace è significato dalle parole stesse di Cristo in Gv 14, 27: Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi. Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore”. Le parole del Vangelo e i gesti nella FE del tenere le mani a contatto con l'altare e di baciarlo esprimono con forza che la pace, invocata, chiesta e supplicata in tutte le forme possibili, è la pace come la intendeva Gesù e che deriva solo da lui, perché


Egli infatti è la nostra pace, colui che di due ha fatto una cosa sola, abbattendo il muro di separazione che li divideva, cioè l'inimicizia, per mezzo della sua carne. Così egli ha abolito la Legge, fatta di prescrizioni e di decreti, per creare in se stesso, dei due, un solo uomo nuovo, facendo la pace, e per riconciliare tutti e due con Dio in un solo corpo, per mezzo della croce, eliminando in se stesso l'inimicizia. Egli è venuto ad annunciare pace a voi che eravate lontani, e pace a coloro che erano vicini. Per mezzo di lui infatti possiamo presentarci, gli uni e gli altri, al Padre in un solo Spirito” (Ef 2,14-18).

L'Eucaristia è la fonte della pace e per questo ripropongo un brano della lettera enciclica Ecclesia de Eucharistia di san Giovanni Paolo II che nel 2003 spiegava:
L'Eucaristia crea comunione ed educa alla comunione. San Paolo scriveva ai fedeli di Corinto mostrando quanto le loro divisioni, che si manifestavano nelle assemblee eucaristiche, fossero in contrasto con quello che celebravano, la Cena del Signore. Conseguentemente l'Apostolo li invitava a riflettere sulla vera realtà dell'Eucaristia, per farli ritornare allo spirito di comunione fraterna (cfr 1 Cor 11,17-34). Efficacemente si faceva eco di questa esigenza sant'Agostino il quale, ricordando la parola dell'Apostolo: «Voi siete corpo di Cristo e sue membra» (1 Cor 12,27), osservava: «Se voi siete il suo corpo e le sue membra, sulla mensa del Signore è deposto quel che è il vostro mistero; sì, voi ricevete quel che è il vostro mistero». E da tale constatazione deduceva: «Cristo Signore [...] consacrò sulla sua mensa il mistero della nostra pace e unità. Chi riceve il mistero dell'unità, ma non conserva il vincolo della pace, riceve non un mistero a suo favore, bensì una prova contro di sé» (n.40).
In questo senso propongo una lettura del formulario della messa per la pace e la giustizia nella sezione delle messe per le diverse necessità del Messale Romano 1983.

L'antifona di ingresso ricorda i vv. 18-19 del capitolo 36 del Siracide, secondo la Nova Vulgata e la traduzione CEI del 2008 (a differenza di quanto segnato nel Messale italiano che identificava la fonte nei vv. 15-16 in base alla traduzione CEI del 1974):
Da’, o Signore, la pace a coloro che sperano in te;
ascolta la preghiera dei tuoi fedeli
e guidaci sulla via della giustizia.
Con questo testo si chiarisce che la parola pace, nella Sacra Scrittura e nel Messale si declina insieme a giustizia perché Amore e verità s'incontreranno, giustizia e pace si baceranno (Sal 85,11); inoltre è il Signore che concede la pace a coloro che sperano in lui. La nota portante del formulario è quindi chiarita: si tratta di pace e giustizia che non possono esistere separatamente e di un dono che viene da Dio stesso. Il formulario di per sé limita i riferimenti biblici espliciti e diretti all'antifona di ingresso ed a quella di comunione. Negli altri testi eucologici non ci sono forti richiami alla Sacra Scrittura per questo, il suggerimento è quello di integrare il formulario con gli altri elementi, formule di saluto, prefazi e preghiere eucaristiche che hanno come elemento principale quello della pace. Il formulario presenta quattro collette, la prima ed altre tre ad libitum, nella traduzione italiana non letteralmente fedeli al testo latino. In esse si ritrovano come linee guida la dimensione della pace, dono esclusivo di Dio, che gli operatori di pace devono invocare senza sosta, la pace che è vera proprio perché derivata da Dio e perché si sottolinea ancora che in essa non è compresa solo la pace nella forma della non belligeranza ma soprattutto la pace biblica assimilata al concetto di salvezza. Il p. Robert Taft chiarifica questo aspetto quando scrive: 

"Possiamo vedere che nella liturgia si prega per la pace in un duplice senso: per la pace nel senso convenzionale di assenza di guerre e di conflitti, ma anche, e soprattutto, per la pace escatologica della Bibbia, la pace come salvezza, un dono che solo Dio può dare. Questa pace nel Nuovo Testamento [...] è la pace di Cristo, frutto del Vangelo (Ef 6,15) il dono del Signore che il mondo non può dare (Gv 14,27; 16,33; Fil 4,7). Questa pace di Cristo viene dall'essere uniti in un solo corpo nella Chiesa (Col 3, 11-15), ed è il frutto dello Spirito Santo (Gal 5,22; Rm 14,17) conferito nel battesimo, quando noi riceviamo il dono della figliolanza adottiva in Cristo (Gal 3,25-4,7)"
R. Taft, La liturgia modello di preghiera, icona di vita, Lipa, Roma 2012, p. 111-112.

Riproponiamo le collette qui di seguito evidenziando le parti che consideriamo utili ad un'ermeneutica del testo liturgico:

  1. O Dio, che chiami tuoi figli gli operatori di pace (cfr. settima beatitudine in Mt 5,9),1 fa’ che noi, tuoi fedeli, lavoriamo senza mai stancarci per promuovere la giustizia che sola può garantire una pace autentica e duratura. Per.


    Deus, qui pacíficos revelásti fílios tuos esse vocándos, præsta, quǽsumus, ut illam instaurémus sine intermissióne iustítiam, quæ sola firmam pacem spóndeat et verácem. Per Dóminum.


  2. O Dio, che estendi a ogni creatura la tua paterna sollecitudine, fa’ che tutti gli uomini, che hanno da te un’unica origine, formino una vera famiglia, unita nella concordia e nella pace.2 Per.


    Deus, qui patérnam curam ómnium geris, concéde propítius,ut hómines, quibus unam oríginem dedísti, et unam in pace famíliam constítuant, et fratérno semper ánimo uniántur. Per Dóminum.


  3. O Dio, creatore dell’universo, che guidi a una mèta di salvezza le vicende della storia, concedi all’umanità inquieta il dono della vera pace, perché possa riconoscere in una gioia senza ombre il segno della tua misericordia. Per.3


    Deus, cónditor  mundi, sub cuius arbítrio ómnium sæculórum ordo decúrrit, adésto propítius invocatiónibus nostris et tranquillitátem pacis præséntibus concéde tempóribus, ut in láudibus misericórdiæ tuæ incessábili exsultatióne lætémur. Per Dóminum.


  4. Dio della pace (Fil 4,4), non ti può comprendere chi semina la discordia, non ti può accogliere chi ama la violenza: dona a chi edifica la pace di perseverare nel suo proposito, e a chi la ostacola di essere sanato dall’odio che lo tormenta, perché tutti si ritrovino in te, che sei la vera pace. Per.4


    Deus pacis, immo pax ipsa, quem discórdans ánimus non capit, quem mens cruénta non récipit, præsta, ut, qui concórdes sunt, boni perseverántiam téneant, qui discórdes sunt, mali oblivióne sanéntur. Per Dóminum.
L'orazione sulle offerte si riferisce unicamente al rex pacificus, così come il Cristo viene invocato a Natale (cfr. Prima lettura della messa in nocte):5
Ti offriamo, o Padre, nei segni sacramentali del pane e del vino il sacrificio del tuo Figlio, re della pace, perché questo mistero di unità e di amore rafforzi la concordia fra tutti i tuoi figli. Per.
Fílii tui, pacífici Regis, sacrifícium salutáre, his sacramentórum signis oblátum, quibus pax et únitas designántur, quǽsumus, Dómine, ad concórdiam profíciat inter omnes fílios tuos confirmándam. Per Christum.


Le antifone alla Comunione sono evangeliche e riprendono i frammenti del Vangelo di Matteo (5,9) oppure di Giovanni (14,27). L'orazione dopo la comunione incentra il tema della pace ancora una volta in riferimento unico alla sua fonte, il Signore creduto e celebrato sull'altare, e la petitio è rivolta al Padre, che per mezzo della comunione al Corpo e Sangue del suo Figlio, dona a noi lo Spirito di carità (cfr. 2 Tim 1, 6-7) per diventare operatori di pace:

O Padre, che ci hai nutriti con il Corpo e Sangue del tuo Figlio, donaci lo Spirito di carità, perché diventiamo operatori della pace, che il Cristo ci ha lasciato come suo dono. Egli vive e regna.
Largíre nobis, quǽsumus, Dómine, spíritum caritátis, ut, Córpore et Sánguine Unigéniti tui vegetáti, pacem inter omnes, quam ipse relíquit, efficáciter nutriámus. Per Christum.
Dall'Eucaristia con la partecipazione al Corpo e Sangue di Cristo si chiede il dono dello Spirito per essere operatori di pace. Per la caratteristica intrinseca ai testi liturgici, per cui a quello che si chiede si creda debba corrispondere qualcosa sul piano dell'essere e dell'agire, il dopo comunione ci vincola. La comunione all'altare significa che essere operatori di pace non è un optional ma un impegno cristiano sul modello del Cristo, re della pace, che abbiamo celebrato e al quali ci si unisce con la comunione. Praticare la carità in questo solco tracciato dal mistero pasquale di Cristo permette di costruire la pace. Per ciò ricordiamo che san Benedetto nel capitolo IV della sua regola, Gli strumenti delle buone opere, scrive: “Non dare sfogo all'ira, non serbare rancore, non covare inganni nel cuore, non dare un falso saluto di pace, non abbandonare la carità”.

In conclusione è ancora il p. Taft che ci aiuta a comprendere il valore liturgico della preghiera per la pace: 
"In breve, la “pace” nella Bibbia è praticamente un sinonimo di salvezza (Rm 16,20; 1Ts 5,23). Il Dio che salva è un Dio di pace. La pace è la comunione con Dio. Di conseguenza, Gesù stesso è la nostra pace, dal momento che è il vincolo di comunione (Ef 2,14-17). “noi siamo in pace con Dio per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo” (Rm 5,1). Le relazioni pacifiche ed armoniose dentro alla comunità sono il frutto di questo: “Il regno di Dio… è giustizia, pace e gioia nello Spirito Santo” (Rm 14,17). I cristiani pregano allora per la pace, perché la vera pace è più ricca di ogni altra cosa che possono fare di se stessi: è una grazia di Dio in Gesù Cristo nello Spirito. Questo è il motivo per cui, nella logica del Nuovo Testamento, il saluto “pace a te / la pace sia con te” è sinonimo di tutte le varie forme bibliche e liturgiche di saluto cristiano: “Il Signore è / sia con tutti voi” (Rt 2,4; Lc 1,28); “La grazia e la pace sia con voi; la grazia del Signore nostro Gesù Cristo sia con (tutti) voi” (1Cor 16,23; 2Tm 4,22); “La grazia del Signore sia con il vostro spirito” (Gal 6,18; Fil 4,23)".
R. Taft, La liturgia modello di preghiera, icona di vita, Lipa, Roma 2012, p. 109-110.
Siamo partiti dalla Messa e lì finiamo. Perché la prima e principale preghiera per la pace in essa si trova, ha il suo luogo naturale e la sua fonte originaria in quanto siamo a contatto, come dicevamo sopra, con il Rex Pacificus, Cristo che è la nostra pace. Ma se vogliamo avere un testo che attraversi la nostra mente credo si debba guardare al Domine qui dixisti con quell'alternanza tra pace lasciata e quella donata (S. Agostino, Tract. in Johan. om. 77) tra ciò che abbiamo in questa vita e ciò che ancora dobbiamo raggiungere e non ci dobbiamo stancare di ricercare.




1 Sai chi sono gli operatori di pace di cui parla Gesù? Non sono quelli che chiamiamo pacifici, che amano la tranquillità, non sopportano le dispute e si manifestano per natura loro concilianti, ma spesso rivelano un recondito desiderio di non essere disturbati, di non volere noie. Gli operatori di pace non sono nemmeno quelle brave persone che, fidandosi di Dio, non reagiscono quando sono provocate o offese. Gli operatori di pace sono coloro che amano tanto la pace da non temere di intervenire nei conflitti per procurarla a coloro che sono in discordia. Può essere portatore di pace chi la possiede in se stesso. Occorre essere portatore di pace, anzitutto nel proprio comportamento di ogni istante, vivendo in accordo con Dio e facendo la sua volontà. Gli operatori di pace si sforzano poi di creare legami, di stabilire rapporti fra le persone, appianando tensioni, smontando lo stato di guerra fredda che incontrano in tanti ambienti di famiglia, di lavoro, di scuola, di sport, fra le nazioni, ecc. Anche in casa tua, forse, sei al corrente, magari da tutta la vita, che il papà non rivolge la parola allo zio, da quando una volta hanno litigato. Così sai che la tua nonna non parla con la signora del piano di sopra perché fa sempre rumore. Conosci rivalità sul lavoro fra qualche tuo amico. Sei forse tu stesso in lite con i compagni di scuola; e i rapporti con i coetanei, che frequentano gli stessi tuoi sport, non sono sempre esemplari; domina in te il desiderio sfrenato di essere il primo, di superare l'altro e non sempre per pura emulazione. Se vivi in una comunità hai osservato certamente quanti piccoli e grandi dissapori nascono e si alimentano. La televisione, il giornale, la radio ti dicono ogni giorno come il mondo è un immenso ospedale e le nazioni sono spesso grandi malate che avrebbero estremo bisogno di operatori di pace per sanare rapporti spesso tesi e insostenibili che rappresentano minacce di guerra, quando essa non è già in atto. La pace è un aspetto caratteristico dei rapporti tipicamente cristiani che il credente cerca di instaurare con le persone con le quali sta in contatto o che incontra occasionalmente: sono rapporti di sincero amore senza falsità né inganno, senza alcuna forma di implicita violenza o di rivalità o di concorrenza o di egocentrismo. Lavorare e stabilire simili rapporti nel mondo è un fatto rivoluzionario. Le relazioni che esistono nelle società sono infatti generalmente di tutt'altro tenore e, purtroppo, rimangono spesso immutate. Gesù sapeva che la convivenza umana era tale e per questo ha chiesto ai sui discepoli di far sempre il primo passo, senza aspettare l'iniziativa e la risposta dell'altro, senza pretendere la reciprocità: "Io vi dico: amate i vostri nemici... Se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario?". Chiara Lubich http://www.qumran2.net/ritagli/index.php?ritaglio=75

2“Sessant'anni or sono l'organizzazione delle nazioni unite rendeva pubblica in modo solenne la dichiarazione universale dei diritti umani (1948–2008). con quel documento la famiglia umana reagiva agli orrori della seconda guerra mondiale, riconoscendo la propria unità basata sulla pari dignità di tutti gli uomini e ponendo al centro della convivenza umana il rispetto dei diritti fondamentali dei singoli e dei popoli: fu quello un passo decisivo nel difficile e impegnativo cammino verso la concordia e la pace”. Benedetto XVI, Messaggio per la Giornata mondiale della pace, 1 gennaio 2008 http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/messages/peace/documents/hf_ben-xvi_mes_20071208_xli-world-day-peace_it.html

3Tre frammenti dalle opere di sant'Agostino sembrano essere un commento a questa colletta: Qui accipit mysterium unitatis et non tenet vinculum pacis, non mysterium accipit pro se sed testimonium contra se. Chi riceve il sacramento dell'unità [l'Eucaristia] e non conserva il vincolo della pace, riceve non un sacramento a sua salvezza, ma una prova a suo danno. (Serm. 272, 1). Fecisti nos ad te et inquietum est cor nostrum donec requiescat in te. Ci hai fatti per te, o Signore, e il nostro cuore non ha posa finché non riposa in te. (Confess. 1, 1, 1). Minus ordinata inquieta sunt, ordinantur et quiescunt. Fuori dell'ordine regna l'inquietudine, nell'ordine la quiete. (Confess. 13, 9, 10).

4É questo il testo eucologico più forte e diretto nel quale vogliamo far riecheggiare le parole del teologo protestante Dietrich Bonhoeffer che nella Conferenza di Fanö in Danimarca disse commentando il Sal 85, 9 “Ascolterò che cosa dice Dio, il Signore: egli annuncia la pace per il suo popolo, per i suoi fedeli, per chi ritorna a lui con fiducia”: «I cristiani non possono usare le armi gli uni contro gli altri perché sanno che in tal modo rivolgerebbero le armi contro Cristo».


5Isaia 9,5: “Poiché un bambino è nato per noi, ci è stato dato un figlio. Sulle sue spalle è il segno della sovranità ed è chiamato: Consigliere ammirabile, Dio potente, Padre per sempre, Principe della pace”.

sabato 12 luglio 2014

Uscì il seminatore a seminare

La XV Domenica "Per annum" offre all'ascolto dei fedeli la parabola del seminatore. L'esegesi moderna ha snobbato spesso l'intero testo che si legge durante la celebrazione eucaristica partendo dal presupposto che la "spiegazione" sia deludente rispetto alla genialità ed alla freschezza delle parabole di Gesù. Si tratterebbe di un'inclusione allegorica che chiude il senso della parabola alla sola spiegazione tramandata. Io non ho le conoscenze adatte per contestare gli esegeti. Mi permetto solo di dire, a me ed ai miei lettori, che se io salgo in cattedra per spiegare un qualsiasi argomento, la poesia di Dante o le Critiche di Kant, la mia spiegazione dovrà essere una riduzione, una banalizzazione dell'autore spiegato perché il mio compito in cattedra è proprio quello di sminuzzare e semplificare perché tutti possano comprendere e poi sperare che ciò che si è spiegato faccia breccia nell'intimità di ognuno. 

Partendo dalla colletta del formulario eucaristico propongo un itinerario artistico su tre punti. 

Il primo riguarda il testo dell'orazione che deriva dal più antico dei sacramentari, il Veronese (n.75) del VI secolo. In questa composizioni ci sono una gran quantità di riferimenti e di citazioni che sono stati l'oggetto di numerose ricerche di critica testuale applicata ai testi liturgici.  La nostra attenzione si ferma invece su un particolare. Nella colletta si dice: 

O Dio, che mostri agli erranti la luce della tua verità, perché possano tornare sulla retta via, concedi a tutti coloro che si professano cristiani di respingere ciò che è contrario a questo nome e di seguire ciò che gli è conforme. Per il nostro Signore.

Deus, qui errántibus, ut in viam possint redíre, veritátis tuæ lumen osténdis, da cunctis qui christiána professióne censéntur, et illa respúere, quæ huic inimíca sunt nómini, et ea quæ sunt apta sectári. Per Dóminum.
Collegando l'orazione al Vangelo ne deriva che una parte del seme "sprecato" dal seminatore cade sulla "strada", come dice il testo italiano; in latino si ha però "via" come nella colletta. Il seme gettato per strada non è destinato a nulla se non ad essere un buon pasto per gli uccelli del cielo. Dunque giungendo al significato, la Parola seminata non attecchisce, non porta frutto e per giunta "ogni volta che uno ascolta la parola del Regno e non la comprende, viene il Maligno e ruba ciò che è stato seminato nel suo cuore: questo è il seme seminato lungo la strada".  
Il sacramentario Veronese trasmette un testo diverso da quello adottato nel Missale Romanum 2003 ma i concetti concordano: si chiede a Dio di mostrare la luce della verità, che è Cristo, perché coloro che sono in cammino (errantes) possano riconquistare la retta via, perduta, quella via sulla quale la Parola non aderisce, perché non adatta, non fertile. E la retta via che è Cristo stesso si manifesta in un modo chiaro e cioé che tutti coloro che sono cristiani ovvero coloro che seguono il Cristo, devono respingere ciò che è contrario a questo nome e di seguire ciò che gli è conforme. La lettura di questa lunga pericope non deve scoraggiare. Non possiamo credere che il terreno, quello buono, non porti con sé luoghi, sterili, sassosi o pieni di rovi. L'applicazione necessaria è quella di leggere il vangelo sub specie Verbi, dal punto di vista della Parola e non dal nostro, perché non possiamo, come il contadino, forzare a nostro piacimento, la semente ed i suoi frutti.

Da qui deriva il secondo rilievo legato ed ispirato dalla letteratura italiana del Novecento ed in particolare dalla poesia I seminatori di Gabriele D'Annunzio. Il poeta ricorre ad una retorica che trasfigura nel mito e nel mondo sacrale l'azione faticosa della semina: 

Van per il campo i validi garzoni
guidando i buoi da la pacata faccia;
e, dietro quelli, fumiga la traccia
del ferro aperta alle seminagioni.
Poi, con un largo gesto delle braccia,
spargon gli adulti la semenza; e i buoni
vecchi, levando al ciel le orazloni,
pensan frutti opulenti, se a Dio piaccia.


Quasi una pia riconoscenza umana
oggi onora la Terra. Nel modesto
 lume del sole, al vespero, il nivale

tempio dei monti innalzasi: una piana
canzon levano gli uomini, e nel gesto
hanno una maestà sacerdotale.

Al "largo gesto delle braccia" ricco di una "maestà sacerdotale" si affianca il desiderio umile del seminatore che sa di compiere un'azione umana, ma il cui esito non è totalmente gestibile. Nella scena descritta dai versi il contadino non fa che alzare gli occhi al cielo per implorare messi abbondanti sempre che "a Dio piaccia". Noi ascoltatori del Vangelo siamo quindi spinti a rivolgere al cielo i nostri animi, sursum corda, perché Dio compia ciò che la prima lettura tratta dalle profezie di Isaia descrive: 

Così die il Signore: «Come la pioggia e la neve scendono dal cielo e non vi ritornano senza avere irrigato la terra, senza averla fecondata e fatta germogliare, perché dia il seme a chi semina e il pane a chi mangia, così sarà della mia parola uscita dalla mia bocca: non ritornerà a me senza effetto, senza aver operato ciò che desidero e senza aver compiuto ciò per cui l'ho mandata» (Is 55, 10-11).

Il terzo rilievo, suggestivo per diversi particolari, è dato da un quadro di Vincent Van Gogh. Egli prima di essere il noto pittore conosciuto e studiato nei libri di scuola e nelle mostre che possiamo aver visto nelle nostre città, forse sull'esempio del padre, pastore protestante, desiderava dedicarsi alla predicazione della Parola. Da qui possiamo intravedere le motivazioni per cui una trentina di sue opere sono la rielaborazione di un medesimo soggetto: Il seminatore di Jean Francois Millet. Tra le tante versioni ne scegliamo una, del 1888 conservata al Museo Kröller-Müller di Otterlo, Il seminatore al tramonto.

V. Van Gogh, Il seminatore al tramonto, Museo Kröller-Müller, Otterlo

I due elementi fondamentali per spiegare questo quadro sono i colori invertiti del cielo e del campo. Blu per il campo e giallo per il cielo ad indicare il mistero della Risurrezione ed Ascensione di Cristo per cui il cielo discende sulla terra e la terra sale al cielo.

Per tornare alla colletta, mentre D'Annunzio ci offre la visione di come il gesto della semina sia denso per la sua simbolica, il dipinto di Van Gogh mostra la semina in un contesto aderente al brano evangelico. In particolare l'attenzione si ferma sulla "via", il piccolo sentiero disposto da Van Gogh all'inizio del quadro, quasi a dare all'osservatore la sensazione di guardare l'orizzonte dal sentiero. Nella composizione iconica non mancano gli uccelli del Vangelo intenti a sorvolare in cerca del seme caduto sulla strada. Il sentiero però non è tortuoso; è breve e quasi viene assorbito dal blu. La sua direzione è orientata verso il Sole che splende all'orizzonte. La composizione di Van Gogh oltre ad essere volutamente invertita (sole spelndente durante la semina di Novembre, terra blu, cielo giallo) esprime, secondo me la visione della colletta da cui abbiamo cominciato. In essa infatti il piccolo sentiero è giallo, più spento rispetto al Sole ed al cielo. Si tratta di un riflesso di luce, di un colore particolare della terra? Non lo sappiamo, ma la suggestione può essere quella di una via che è stata tracciata e poi perduta, anche se la meta rimane comunque l'orizzonte con il sole che tramonta. Allora la condizione umana di deviare di smarrire la "retta via" non è uno smarrimento disperato visto che rimane la possibilità di una conversione che può riorientare la vita e le azioni proprio verso il Cristo, come il sentiero del quadro che riconduce verso il Sole che dall'alto "sorge per rischiarare quelli che stanno nelle tenebre e nell'ombra della morte e dirigere i nostri passi sulla via della pace" (Lc 1, 78-79).

La vocazione di san Matteo

Non sono uno storico dell'arte e non sono un'esperto. Quindi da non addetto ai lavori mi accosto a un dipinto complesso e sudiatiss...