venerdì 29 agosto 2014

Il posto della liturgia nella realtà

L'uomo non può «farsi» da sè il proprio culto; egli afferra solo il vuoto, se Dio non si mostra: Quando Mosè dice al faraone:  «noi non sappiamo con che cosa servire il Signore» (Es 10,26), nelle sue parole emerge di fatto uno dei principi basilari di tutte le liturgie. Se Dio non si mostra, l'uomo, sulla base di quell'intuizione di Dio che è iscritta nel suo intimo, può certamente costruire degli altari al «Dio ignoto» (cfr. At 17,23); può protendersi con il pensiero verso di lui, cercarlo procedendo a tastoni.
Ma la vera liturgia presuppone che Dio risponda e mostri come noi possiamo adorarlo. Essa implica una qualche forma di istituzione. Essa non può trarre origine dalla nostra fantasia, dalla nostra creatività, altrimenti rimarrebbe un grido nel buio o una semplice autoconferma.
 
Essa presuppone qualcosa  che stia concretamente di fronte, che si mostri a noi e indichi così la via alla nostra esistenza.
Di questa non arbitrarietà nel culto vi sono nell’Antico Testamento numerose e impressionanti testimonianze, In nessun altro passo, però, questo tema si manifesta con tanta drammaticità  come nell’episodio del vitello d’oro (o meglio, del torello).
Questo culto, guidato dal sommo sacerdote Aronne, non doveva affatto servire un idolo pagano. L’apostasia è più sottile.  Essa non passa apertamente da Dio all’idolo, ma resta apparentemente presso lo stesso Dio: si vuole onorare il Dio che ha condotto Israele fuori dall’Egitto e si crede di poter rappresentare in modo appropriato la sua misteriosa potenza nell’immagine del torello.
In apparenza tutto è in ordine e presumibilmente anche il rituale procede secondo le prescrizioni. E tuttavia è una caduta nell’idolatria. Due cose portano a questo cedimento, inizialmente appena percettibile. Da una parte la violazione del divieto delle immagini: non si riesce a mantenere al fedeltà al Dio invisibile, lontano e misterioso.

Lo si fa scendere al proprio livello, riducendolo a categorie di visibilità e comprensibilità. In tal modo il culto non è più un salire verso di lui, ma un abbassamento di Dio alle nostre dimensioni. Egli deve essere lì dove c’è bisogno di Lui e deve essere così come si ha bisogno di Lui.
L’uomo si serve di Dio secondo il proprio bisogno e così si pone in realtà al di sopra di lui. Con ciò si è già accennato alla seconda cosa: si tratta di un culto fatto di propria autorità. Se Mosè rimane assente a lungo e Dio diventa quindi inaccessibile, allora lo si porta al proprio livello.  Questo culto diventa così una festa che la comunità si fa da sé; celebrandola, la comunità non fa che confermare se stessa.

Dall’adorazione di Dio si passa  a un cerchio che gira intorno a se stesso: mangiare, bere, divertirsi.  La danza intorno al vitello d’oro è l’immagine di questo culto che cerca se stesso, che diventa una sorta di banale autosoddisfacimento.
La storia del vitello d’oro è un monito contro un culto realizzato a propria misura e alla ricerca di se stessi, in cui in definitiva non è più in gioco Dio, ma la costituzione, di propria iniziativa, di un piccolo mondo alternativo. Allora la liturgia diventa davvero un gioco vuoto. O,  ancora peggio, un abbandono del Dio vivente camuffato sotto un manto di sacralità. Ma alla fine resta anche la frustrazione, il senso di vuoto. Non c’è più quell’esperienza di liberazione che ha luogo lì dove avviene un vero incontro con il Dio vivente.

Joseph Ratzinger, Introduzione allo spirito della liturgia, San Paolo 2001,  pag. 17-19

martedì 26 agosto 2014

Liturgia. Modello di preghiera, icona di vita

A cinquant'anni dalla Sacrosanctum Concilium è evidente che la liturgia non ha avuto lo stesso cammino che la Dei Verbum ed il movimento biblico hanno intrapreso per la sacra Scrittura. 
Al proliferare di gruppi biblici, alla diffusione della lectio divina, seppur in forme edulcorate e ridotte, che hanno al loro centro la passione e la consapevolezza dell'importanza che la Bibbia riveste nella vita e nella fede della Chiesa, non è corrisposto un eguale cammino per la liturgia.
    La liturgia, a nostro avviso è stato ed è luogo di passione, di conflitto in alcuni casi, di riflessione e di studio in altri, ma per troppo tempo è stato solo il terreno sterile sul quale sperimentare colture estranee, sperimentazioni, innesti temerari che non hanno permesso di rendere evidente che la liturgia è principalmente luogo di incontro con il Signore, in cui si manifesta e si porta a compimento la fede della Chiesa (Cfr. Schmemann). Si è cercato di attuare una riforma del tutto innovativa, ma con la stessa forma mentis del passato, avendo come risultato alle volte di aver riformato non la liturgia ma, secondo una sarcastica espressione di p. Botte OSB, un insieme di riti "protocollo delle pubbliche relazioni con Dio". Si sarebbe passati da un vecchio protocollo ad un altro nuovo. E per questo che, a mio personale avviso, la riforma liturgica dopo cinquant'anni difficilmente anima le nostre comunità.
   
In questo stato di cose poche pubblicazioni sono incisive come quelle che padre Robert Taft ha dedicato alla Liturgia in quanto insigne studioso della scientia liturgica, sopratutto nella sua componente orientale. Il gesuita americano, nel suo piccolo libro Liturgia. Modello di preghiera, icona di vita (Lipa 2009) raccoglie alcune meditazioni sulla Divina Liturgia tenute per un corso di esercizi spirituali. Essendo rivolto a chierici della chiesa orientale, dopo una illuminante introduzione sulla preghiera, padre Robert scandaglia gli elementi fondamentali della divina liturgia proponendo i riti ed i testi per la meditazione personale. In questo metodo, altrimenti conosciuto nella nostra tradizione ecclesiale come mistagogia, la riflessione e la meditazione non hanno come oggetto solo la sacra pagina, la rivelazione che Dio fa all'uomo e alla donna di tutti i tempi, ma anche la liturgia intesa come luogo in cui si ascolta la voce di Dio, si sperimenta la sua vicinanza e la sua opera in nostro favore, il grande contenitore in cui la Chiesa si presenta davanti al Signore nella sua realtà contingente, in cui esiste e dal quale riceve senso e raccoglie, per mezzo del cibo della Parola e della Mensa, il nutrimento necessario per continuare la sua missione nel mondo. Se riteniamo vera l'espressione del Concilio per cui la liturgia è il culmine verso cui tende l'azione della Chiesa e, al tempo stesso, la fonte da cui promana tutta la sua energia (SC 10) allora il p. Taft nel suo libro insegna, o ripropone, un metodo, che consiste nel fissare la propria attenzione sui testi e sui riti della Chiesa e che noi celebriamo perché sono la nostra fede vissuta davanti al Signore.
Di recente ho avuto modo di accedere a questo particolare metodo di lectio divina fermandomi anche a meditare sulla preghiera eucaristica IV. In essa ho trovato la dottrina, la teologia, la forma della nostra fede, espressa però nel testo principale della messa. Meditare i testi liturgici non è certo facile, perché come i libri biblici, richiedono uno studio approfondito sotto le sfaccettature di differenti discipline, ma questo non può continuare ad esimerci dalla necessità di vivere continuamente la liturgia dal suo lato mistagogico, o spirituale se si preferisce.

Leggere p. Taft credo sia un ottimo stimolo perché anche nelle parrocchie possa crescere la pratica comune di entrare in contatto con le ricchezze della liturgia cristiana con il preciso intento di voler offrire ai fedeli un cibo, sicuramente sostanzioso, che possa in certo modo far crescere la consapevolezza di quanto basilare ed irrinunciabile sia la celebrazione dei misteri della salvezza. 

domenica 17 agosto 2014

Il sagrato delle chiese


Considerare lo spazio liturgico qualcosa di marginale nella grande opera in cui tramite segni sensibili il Padre per mezzo di Cristo nello Spirito manifesta la sua presenza e la sua vicinanza nella vita dei fedeli, significa ridurre il senso di un elemento basilare della liturgia cristiana. Basti ricordare che lo stesso luogo di riunione dei fedeli, in Oriente ed in Occidente, nel cattolicesimo e nel protestantesimo, è la chiesa cioè il luogo, fisico e architettonico, che prende il nome da coloro che si radunano, dai convocati, i chiamati insieme, a celebrare e rendere grazie al Signore in ekklesìa.

All’interno di queste dinamiche vorrei solo ricordare alcune dimensioni circa il valore ed il significato del sagrato delle chiese. Per la teologia liturgica sul sagrato esistono ancora domande aperte. Il suo valore di soglia, di luogo di accoglienza, di preparazione all’ingresso sono ancora definizioni non del tutto stabilite e con debite analisi possono aiutare a comprenderne il suo pieno valore.

Il sagrato, a mio parere, costituisce una novità rispetto all’architettura ed alla tradizione classica che si è conservata nelle nostre chiese italiane, ed europee-occidentali in genere. Perché una novità?

Il sagrato e la piazza sono da sempre i luoghi centrali nell’abitato, spazi aperti e definiti sotto il profilo sociale ma anche architettonico. Il sagrato è il luogo di incontro tra l'architettura e la vita sociale, il presente della comunità e il passato che la precede e l’ha costituita, la cultura contemporanea e la custodia della memoria della tradizione classica.
Monastero di san Miniato al Monte, Firenze
Per il nostro percorso ho scelto di riproporre alcune parti della voce sagrato nel vocabolario della Treccani.

Le facciate delle chiese sono spesso precedute da un ripiano elevato per qualche gradino sul livello stradale. Questo ripiano detto sagrato ha la duplice funzione di creare una zona che potremmo dire di rispetto tra il luogo sacro e la pubblica strada, e di conferire, unitamente alla sua scala d'accesso, una sorta di basamento alla facciata. Il sagrato è un luogo di diretta pertinenza della chiesa; nel suo stesso nome è difatti indicato che esso deve considerarsi luogo sacro. In esso molto spesso durante l'alto Medioevo e poi fino al Rinascimento e, in qualche territorio anche più tardi, vennero scavate delle sepolture. Per usi e convezioni rispettati in alcuni paesi fino ad epoca relativamente recente, il sagrato, come l'interno della chiesa, ha goduto della immunità. Sul sagrato si svolgevano durante il Medioevo le sacre rappresentazioni che in qualche regione sono ancora oggi in uso; e sul sagrato, in determinate circostanze, appare il sacerdote in paludamenti per fare allocuzioni o benedire il popolo raccolto nella piazza o nella via prospiciente la Chiesa.

A questa prima parte della definizione aggiungiamo solo che sia in Oriente che in Occidente il sagrato è stato ed è luogo di liturgia. Nella prassi comune dell’anno liturgico occidentale, per alcune parrocchie è lo spazio in cui si delinea il tempo che conduce alla Pasqua con la benedizione delle Palme e l’inizio della Veglia pasquale, ed in numerosi casi anche dell’inizio e della fine delle processioni patronali. In antico il rito del fidanzamento avveniva davanti al portone della chiesa e, ancora oggi, in una società che ha modificato il proprio rapporto con la morte e quindi ne ha modificato anche il valore dei riti, passa inosservato che il corpo del defunto, per ragioni pratiche ovviamente, è disposto sul sagrato prima del funerale, in attesa ormai sempre più rara di un sacerdote che accolga il defunto sul sagrato e ve lo riaccompagni dopo l’ultima raccomandazione e commiato. 

Basilica cattedrale di san Giovanni in Laterano, Roma. Sagrato della facciata.

La definizione continua affermando:
L'origine del sagrato va dunque essenzialmente ricercata in ragioni di comodo, ma la sua origine strettamente architettonica si può spiegare con una sorta di semplificazione o trasformazione del portico. Lo si può tuttavia anche avvicinare, specie per l'idea della scala d'accesso, al pronao che precede l'ingresso di molti templi pagani. Ma è durante l'età romanica che il sagrato acquista un chiaro e determinato valore architettonico. Gli esempî mirabili di S. Miniato al Monte a Firenze e della Badia di Fiesole, dove la scalea di accesso e la zona del sagrato conferiscono una nuova imponenza all'edificio, da cui non possiamo prescindere nel darne un giudizio estetico, sarebbero sufficientissimi a dimostrarlo. Allora il sagrato acquista il valore di basamento vero e proprio, basamento che talvolta, come nel caso del duomo di Pisa, poggiato come un cofano d'avorio e smalti sullo spazio erboso, gira torno torno la costruzione seguendone docile l'andamento della pianta e accrescendo in maniera straordinaria il valore delle salienti membrature architettoniche. Il sagrato durante il periodo goticizzante venne sempre meglio determinando tale sua funzione e nel duomo d'Orvieto e in quello di Siena per la chiarezza delle sue linee orizzontali sembra accrescere lo slancio delle facciate irte di guglie e pinnacoli, agitate per le sculture, sfavillanti di mosaici. Lo stesso si dica per le costruzioni del Rinascimento, anche se in tale periodo le scalee d'accesso alle chiese e spesso anche il sagrato vennero ridotti di proporzioni, come già era nell'età romanica, per mantenere tra fianchi e facciata un senso di maggiore unità alle membrature dell’edificio. Durante l'età barocca l'andamento curvilineo dei prospetti influì naturalmente anche su quello del sagrato e della scala d'accesso. Basterà rammentare a Roma quello di S. Agnese a Piazza Navona, così bene armonizzato con la linea curva della facciata e l'altro maestosissimo della Basilica di S. Pietro, e a Venezia quello della chiesa della Salute di Baldassarre Longhena. Nelle chiese moderne il sagrato e la scalinata d'accesso s'incontrano di frequente, giustificati da quelle stesse necessità pratiche ed estetiche che in tempi lontani favorirono il loro primo apparire.

Questa porzione architettonica della definizione ci aiuta a comprendere quali sono state le modifiche nella forma e nel significato del sagrato. Dall’ispirazione classica a quella moderna si tratta sempre di uno spazio antistante la chiesa, che ne fa parte integrante e che per varie intelligenze artistiche è divenuto quasi la piattaforma capace di proiettare verso l’alto e di orientare verso l’interno dell’edificio sacro.
Facciata di san Giovanni in Laterano dal sagrato

È degno di nota che con il modificarsi della liturgia si è verificato un cambiamento decisivo nella struttura delle chiese. Il sagrato infatti è un elemento architettonico tardo, subentrato all’atrio con la specifica funzione di contenere i catecumeni ed accogliere, quasi di filtrare, i credenti nel loro approssimassi alle celebrazioni. Con la diffusione massiccia del cristianesimo ed il decadimento del catecumenato è venuta meno nell’architettura la funzione dell’atrio lasciando spazio al sagrato. In molte costruzioni moderne il sagrato non è più previsto o è stato falciato dalla moderna urbanizzazione con il risultato ovvio di una perdita della verticalizzazione che impedisce a chiunque una visione di insieme della facciata della chiesa, non per ammirare la bellezza o deprecare le forme della propria chiesa antica o moderna, ma per orientare anche visivamente il cammino del fedele verso l’altare. Eliminare o non provvedere al sagrato porta con sé la tentazione della cultura moderna di ridurre tutto alla dimensione orizzontale che non ha anelito e prospettiva verso l’Alto, verso l’Assoluto, verso un Dio che per condiscendenza di manifesta all’uomo in segni sensibili, fatti di linee, curve, colori e materiali in una serie continua di geometrie ed armonie che devono sempre ricondurre a Cristo ed alla sua opera di redenzione.
Ecco perché la mancanza o la svalutazione del sagrato è una mancanza grave di senso. In alcuni contesti il sagrato e le sue gradinate, quando ci sono, necessitano di un continuo intervento di pulizia o di definitiva chiusura per evitare scempi o semplicemente per proteggere uno spazio che è, lo ribadiamo, di esclusiva pertinenza della chiesa. Il sagrato non è quindi luogo di comizi, di gazzarra o di manifestazioni che non sono riconducibili né alla chiesa né al Vangelo. Non capire questo è segno di una totale mancanza di comprensione del dove si vive e del dove e come si agisce, è il disorientamento dovuto però solo all’ignoranza.

Il sagrato quindi è un luogo da difendere (pulizia, decoro) da invasioni esterne di ogni natura e sono i pastori ed i presbiteri che devono essere i primi ad impegnarsi per questo, anche tramite una catechesi che oggi sappia evangelizzare nuovamente anche i luoghi in cui si svolge la vita cristiana sulla liminarietà che o rischia di diventare barriera di difesa dagli assalti del mondo o via larga nei confronti della società secolarizzata.

Piazza Duomo a Milano dopo una visione di partita di calcio

Sagrato "offeso".

Cartellonistica sul sagrato...

A fondamento delle nostre affermazioni ricordiamo quanto affermato dai vescovi italiani sul sagrato:
«È questa un’area importante da prevedere in quanto capace di esprimere valori significativi: quello della “soglia”, dell’accoglienza e del rinvio; per questo, si può anche prevedere che sia dotato di un porticato o di elementi similari. Talvolta può essere anche luogo di celebrazione, il che richiede che il sagrato sia riservato ad uso esclusivamente pedonale. Deve tuttavia mantenere la sua funzione di tramite e di filtro (non di barriera) nel rapporto con il contesto urbano»
Commissione Episcopale per la liturgia della Conferenza Episcopale Italiana, La progettazione di nuove chiese. Nota pastorale (18 febbraio 1993) 20.

Inoltre:
La cura del sagrato e della piazza ad esso eventualmente collegata è segno della disponibilità all'accoglienza che caratterizza la comunità cristiana in tutti i suoi gesti e quindi, a maggior ragione, in occasione delle celebrazioni liturgiche. Chi si presenta alla porta delle chiese deve sentirsi ospite gradito e atteso. Perciò, già a partire dal sagrato e dalla piazza, è necessario rendere le chiese accessibili a tutti, accoglienti, nitide e ordinate, dotate di tutto quanto rende gradevole la permanenza, così come avviene nelle nostre case. I sagrati antistanti o circostanti le chiese devono essere conservati, ben tenuti e non destinati ad altri usi. Se necessario, vengano recuperati al pieno uso ecclesiale e, comunque, debitamente tutelati e restaurati. I sagrati, infatti, sono spazi ideali per la preparazione e lo svolgimento di alcune celebrazioni (processioni, accoglienza, riti del lucernario nella Veglia Pasquale). Risultano adatti anche per l'ambientazione e la conclusione delle riunioni pastorali più frequenti, oltre che per l'incontro e per il dialogo quotidiano […] Poiché il sagrato viene utilizzato spesso anche per esporre informazioni di varia natura, occorrerà studiare a tale scopo arredi mobili idonei. In generale, per quanto riguarda le affissioni, la collocazione di stendardi o di striscioni anche di tipo religioso, i sagrati, le facciate, gli atri e le porte delle chiese vanno usati con la massima discrezione. 
Commissione Episcopale per la liturgia della Conferenza Episcopale Italiana, La progettazione di nuove chiese. Nota pastorale (18 febbraio 1993) 35.

Se questa sensibilità non esiste, allora non ci si può scandalizzare o rammaricare che sui sagrati delle nostre chiese avvenga di tutto. Il sagrato è un luogo cristiano, è un luogo in cui il Vangelo deve trovare il suo spazio come annuncio fatto di segni e di comportamenti, come hanno ricordato i vescovi. Si è detto che è luogo di accoglienza, ma vorrei sottolineare che è anche luogo di partenza. Non è necessario che sacerdoti e vescovi stiano sulla soglia della chiesa, tra luogo di celebrazione e sagrato, a fare gli "onori di casa" stringendo le mani a coloro che escono ed entrano in chiesa come dei buoni padroni che salutano i propri ospiti, gesto oltre che banale e fuori luogo è altamente sconveniente in una società come la nostra che vede nei sacerdoti i padroni del sacro, o che il sagrato sia continuamente, perennemente e annualmente luogo di spettacolo, cristiano e non, anche a livello mediatico. 

Dal sagrato bisogna ripartire per incontrare ed educare, non ai buoni sentimenti del vivere civile ma all’incontro con una persona, che è il Signore Gesù, capace di cambiare la vita di coloro che lo voglio accogliere e seguire. 



Arte e Liturgia. L’arte sacra a trent’anni dal Concilio, ed. G. Santi, Edizioni Paoline, Cinisello Balsamo 1993. 
Abruzzini, E., «Architettura», in Liturgia, ed. D. Sartore – A.M. Triacca – C. Cibien, Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo 2001, 127 – 141.
Architettura e arti per la liturgia. Atti del V Congresso internazionale di liturgia. Roma, Pontificio Istituto Liturgico, 12-15 ottobre 1999, ed. E. Carr, Pontificio Ateneo Sant'Anselmo, Roma 2001.
Della Torre, S. – V. Pracchi,
Le chiese come beni culturali. Suggerimenti per la conservazione, Elcta, Milano 2003.
Jounel, P., «
Luoghi della celebrazione», in Liturgia, ed. D. Sartore – A.M. Triacca – C. Cibien, Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo 2001, 1110 – 1125.
Righetti, M.,
Manuale di storia liturgica. I: Introduzione generale, Ancora, Milano 2005.
La Chiesa, spazio sacro per persone e per azioni. Atti del 1º convegno diocesano di arte sacra, Foggia, 1-2 febbraio 1992, ed. A. Sacco (Quaderni dell’Istituto Superiore di Scienze Religiose “Giovanni Paolo II” - Foggia 3) Edizioni Scienze Religiose, Foggia 1993.
Valenziano, C., Architetti di Chiese, Edizioni Dehoniane, Bologna 2005.

giovedì 7 agosto 2014

La preghiera del mattino e della sera

A cinquant'anni dalla promulgazione della Sacrosanctum Concilium è evidente che, anche se nella Chiesa sono tanti i luoghi in cui la pratica delle Ore è entrata nel quotidiano di parrocchie e singoli laici, tutta l'importanza ed il valore della Liturgia delle Ore e della preghiera del Salterio è il sintomo di una riforma che non ha funzionato. 

Ricordiamo allora brevemente alcune linee guida del documento conciliare in merito.

"Cristo Gesù, il sommo sacerdote della nuova ed eterna alleanza, prendendo la natura umana, ha introdotto in questo esilio terrestre quell'inno che viene eternamente cantato nelle dimore celesti Egli unisce a sé tutta l'umanità e se l'associa nell'elevare questo divino canto di lode. Cristo continua ad esercitare questa funzione sacerdotale per mezzo della sua Chiesa, che loda il Signore incessantemente e intercede per la salvezza del mondo non solo con la celebrazione dell'eucaristia, ma anche in altri modi, specialmente recitando l'ufficio divino.

 Il divino ufficio, secondo la tradizione cristiana, è strutturato in modo da santificare tutto il corso del giorno e della notte per mezzo della lode divina. Quando poi a celebrare debitamente quel mirabile canto di lode sono i sacerdoti o altri a ciò deputati per istituzione della Chiesa, o anche i fedeli che pregano insieme col sacerdote secondo le forme approvate, allora è veramente la voce della sposa che parla allo sposo, anzi è la preghiera che Cristo unito al suo corpo eleva al Padre.

Tutti coloro pertanto che recitano questa preghiera adempiono da una parte l'obbligo proprio della Chiesa, e dall'altra partecipano al sommo onore della Sposa di Cristo perché, lodando il Signore, stanno davanti al trono di Dio in nome della madre Chiesa"

Sacrosanctum Concilium 83-85

Crocifisso di santa Maria degli Angeli, Assisi, Giunta Pisano XIII secolo
 

martedì 5 agosto 2014

La dedica di santa Maria Maggiore

Tramite la pagina Facebook dell'Abbazia di Praglia

La Dedicazione della basilica di Santa Maria Maggiore , che tradizionalmente si ricorda il 5 agosto, porta la mente e il cuore a qual magnifico luogo, fulcro di devozione e amore per la Madre di Dio. Esso è  considerato il più antico santuario mariano d’Occidente, secondo in Città solo alla Basilica di santa Maria in Trastevere; la basilica è stata innalzata a Roma sul colle Esquilino, che il papa Sisto III offrì al popolo di Dio in memoria del Concilio di Efeso, in cui Maria Vergine fu proclamata Madre di Dio: 

"Per quanto poi riguarda la Vergine Madre di Dio, come noi la concepiamo e ne parliamo e il modo dell'incarnazione dell'unigenito Figlio di Dio, ne faremo necessariamente una breve esposizione, non con l'intenzione di fare un'aggiunta, ma per assicurarvi, così come fin dall'inizio l'abbiamo appresa dalle sacre scritture e dai santi padri, non aggiungendo assolutamente nulla alla fede esposta da essi a Nicea. Come infatti abbiamo premesso, essa è sufficiente alla piena conoscenza della fede e a respingere ogni eresia. E parleremo non con la presunzione di comprendere ciò che è inaccessibile, ma riconoscendo la nostra insufficienza, ed opponendoci a coloro che ci assalgono quando consideriamo le verità che sono al di sopra dell'uomo. Noi quindi confessiamo che il nostro Signore Gesù Figlio unigenito di Dio, è perfetto Dio e perfetto uomo, (composto) di anima razionale e di corpo; generato dal Padre prima dei secoli secondo la divinità, nato, per noi e per la nostra salvezza, alla fine dei tempi dalla vergine Maria secondo l'umanità; che è consostanziale al Padre secondo la divinità, e consostanziale a noi secondo l'umanità, essendo avvenuta l'unione delle due nature. Perciò noi confessiamo un solo Cristo, un solo Figlio, un solo Signore. Conforme a questo concetto di unione inconfusa, noi confessiamo che la Vergine santa è Madre di Dio, essendosi il Verbo di Dio incarnato e fatto uomo, ed avendo unito a sé fin dallo stesso concepimento, il tempio assunto da essa.Quanto alle affermazioni evangeliche ed apostoliche che riguardano il Signore, sappiamo che i teologi alcune le hanno considerate comuni, e cioè relative alla stessa, unica persona, altre le hanno distinte come appartenenti alle due nature; e cioè: quelle degne di Dio le hanno riferite alla divinità del Cristo, quelle più umili, alla sua umanità".


Monumenti di pietà mariana, a Roma, sono quelle stupende chiese, erette in gran parte sul medesimo luogo dove sorgeva qualche tempio pagano. Bastano pochi nomi, tra i cento titoli dedicati alla Vergine, per avere le dimensioni di questo mistico omaggio alla Madre di Dio: S. Maria Antiqua, ricavata dall'Atrium Minervae nel Foro romano; S. Maria dell'Aracoeli, sulla cima più alta del Campidoglio; S. Maria dei Martiri, il Pantheon; S. Maria degli Angeli, ricavata da Michelangelo dal “tepidarium” delle Terme di Diocleziano; S. Maria sopra Minerva, costruita sopra le fondamenta del tempio di Minerva Calcidica. 

La più grande di tutte, come dice lo stesso nome: S. Maria Maggiore: la quarta delle basiliche patriarcali di Roma, detta inizialmente Liberiana, perché identificata con un antico tempio pagano, sulla sommità dell'Esquilino, che papa Liberio (352-366) adattò a basilica cristiana. 
Una tardiva leggenda narra che la Madonna, apparendo nella stessa notte del 5 agosto del 352 a Pp Liberio e ad un patrizio romano, li avrebbe invitati a costruire una chiesa là dove al mattino avrebbero trovato la neve. Al mattino una prodigiosa nevicata, ricoprendo l'area esatta dell'edificio, avrebbe confermato la visione, inducendo il papa ed il ricco patrizio a metter mano alla costruzione del primo grande santuario mariano, che prese il nome di S. Maria “ad nives” (della neve). 
Poco meno di un secolo dopo, Pp Sisto III, per ricordare la celebrazione del concilio di Efeso (431), nel quale era stata proclamata la maternità divina di Maria, ricostruì la chiesa nelle dimensioni attuali.

La Basilica Papale di S. Maria Maggiore è un autentico gioiello ricco di bellezze dal valore inestimabile. Unica delle basiliche papale a mantenere il fascino dell'antichità, l'edificio nella sua pianta a tre navate conduce dal tenue delle mura perimetrali, delle volte della navatelle laterali in bianco e oro, al tripudio di colori  nel rincorrersi delle tessere dei mosaci incastonati nella ricostruzione e ristrutturazione.


Sola, tra le maggiori basiliche di Roma, a conservare le strutture originali del suo tempo, sia pure arricchite di aggiunte successive, presenta al suo interno alcune particolarità che la rendono unica: i mosaici della navata centrale e dell'Arco trionfale, risalenti al V secolo d.C., realizzati durante il pontificato di S. Sisto III (432-440) e quelli dell'Abside la cui esecuzione fu affidata al frate francescano Jacopo Torriti per ordine di Pp Niccolò IV (Girolamo Masci, 1288-1292); il pavimento "cosmatesco" donato dai cavalieri Scoto Paparone e figlio nel 1288; il soffitto cassettonato in legno dorato disegnato da Giuliano San Gallo (1450); il Presepe del XIII sec.di Arnolfo da Cambio; le numerose cappelle (da quella Borghese a quella Sistina, dalla cappella Sforza a quella Cesi, da quella
del Crocifisso a quella quasi scomparsa di San Michele);  l'Altare maggiore opera di Ferdinando Fuga e successivamente arricchito dal genio di Valadier; infine, la Reliquia della Sacra Culla e il Battistero.

Ogni colonna, ogni quadro, ogni scultura, ogni singolo tassello di questa Basilica compendiano storicità e sentimenti religiosi. Non è raro, infatti, cogliere i visitatori in atteggiamento di ammirazione verso la coinvolgente bellezza delle sue opere così come è d'altro canto visibile constatare la devozione di tutte quelle persone che di fronte all'immagine di Maria, qui venerata con il dolce titolo di “Salus Populi Romani - Salvezza del popolo Romano”, cercano conforto e sollievo.

Il 5 agosto di ogni anno viene rievocato, attraverso una solenne Celebrazione, il “Miracolo della nevicata”: di fronte agli occhi commossi dei partecipanti una cascata di petali bianchi discende dal soffitto ammantando l'ipogeo della basilica e creando quasi un'unione ideale tra l'assemblea e la Madre di Dio.

San Giovanni Paolo II (Karol Józef Wojtyła, 1978-2005), fin dall'inizio del suo pontificato ha voluto che una lampada ardesse giorno e notte sotto l'icona della Salus, a testimonianza della sua grande devozione per la Madre di Dio.

Icona del maestro Ivan Polverari, ispirata all'antica effige della Salus Populi Romani. Collezione privata.

Lo stesso Papa, l'8 dicembre del 2001, ha inaugurato un'altra perla preziosa della Basilica: il Museo, luogo dove la modernità delle strutture e l'antichità dei capolavori esposti offrono al visitatore un “panorama” unico.

I numerosi tesori in essa contenuti rendono S. Maria Maggiore un luogo dove arte e spiritualità si fondono in un connubio perfetto offrendo ai visitatori quelle emozioni uniche proprie delle grandi opere dell'uomo ispirate da Dio.

La celebrazione liturgica della dedicazione della basilica è entrata nel calendario romano soltanto nell'anno 1568.

Il Vaticano da qualche anno ha messo a disposizione, per ogni basilica papale, una serie di visite virtuali ad altissima risoluzione che permettono di godere della bellezza di questi luoghi di culto cari alla città di Roma ed ai credenti del mondo!



http://www.vatican.va/various/basiliche/sm_maggiore/vr_tour/index-it.html

La vocazione di san Matteo

Non sono uno storico dell'arte e non sono un'esperto. Quindi da non addetto ai lavori mi accosto a un dipinto complesso e sudiatiss...