domenica 21 settembre 2014

I cieli narrano la gloria di Dio!

Condivido con voi questa stupenda pagina di Enrico Fermi "universalmente riconosciuto come uno dei più grandi scienziati di tutti i tempi".

Sono trascorsi molti anni, ma ricordo come se fosse ieri. Ero giovanissimo, avevo l'illusione che l'intelligenza umana potesse arrivare a tutto. E perciò m'ero ingolfato negli studi oltre misura. Non bastandomi la lettura di molti libri, passavo metà della notte a meditare sulle questioni più astruse. Una fortissima nevrastenia mi obbligò a smettere; anzi a lasciare la città, piena di tentazioni per il mio cervello esaurito, e a rifugiarmi in una remota campagna umbra. Mi ero ridotto a una vita quasi vegetativa: ma non animalesca. Leggicchiavo un poco, pregavo, passeggiavo abbondantemente in mezzo alle floride campagne (era di maggio), contemplavo beato le messi folte e verdi screziate di rossi papaveri, le file di pioppi che si stendevano lungo i canali, i monti azzurri che chiudevano l'orizzonte, le tranquille opere umane per i campi e nei casolari. Una sera, anzi una notte, mentre aspettavo il sonno, tardo a venire, seduto sull'erba di un prato, ascoltavo le placide conversazioni di alcuni contadini lì presso, i quali dicevano cose molto semplici, ma non volgari né frivole, come suole accadere presso altri ceti. Il nostro contadino parla di rado e prende la parola per dire cose opportune, sensate e qualche volta sagge. Infine si tacquero, come se la maestà serena e solenne di quella notte italica, priva di luna ma folta di stelle, avesse versato su quei semplici spiriti un misterioso incanto. Ruppe il silenzio, ma non l'incanto, la voce grave di un grosso contadino, rozzo in apparenza, che stando disteso sul prato con gli occhi volti alle stelle, esclamò, quasi obbedendo ad una ispirazione profonda: «Com'è bello! E pure c'è chi dice che Dio non esiste». Lo ripeto, quella frase del vecchio contadino in quel luogo, in quell'ora: dopo mesi di studi aridissimi, toccò tanto al vivo l'animo mio che ricordo la semplice scena come fosse ieri. Un eccelso profeta ebreo sentenziò, or sono tremil'anni: «I cieli narrano la gloria di Dio». Uno dei più celebri filosofi dei tempi moderni scrisse: «Due cose mi riempiono il cuore di ammirazione e di reverenza: il cielo stellato sul capo e la legge morale nel cuore». Quel contadino umbro non sapeva nemmeno leggere. Ma c'era nell'animo suo, custoditovi da una vita onesta e laboriosa, un breve angolo in cui scendeva la luce di Dio, con una potenza non troppo inferiore a quella dei profeti e forse superiore a quella dei filosofi.
 

domenica 14 settembre 2014

Buon anno scolastico

La scuola ricomincia e da domani mi  ritroverò in classe. Allora, come ogni anno da ferragosto in poi mi cominciano a tornare in mente i volti, i nomi e le espressioni degli alunni che dovrò rincontrare in classe. Io insegno da pochi anni, ma sono convinto, come tanti, di quanto la mia, la nostra, professione sia non necessaria o utile, per alcuni ovviamente inutile, ma decisamente indispensabile. Penso a questa caratteristica del mio lavoro soprattutto nei primi giorni di scuola. Quando arrivo in classe, per i nuovi alunni sono solo un estraneo, per gli altri sono il "prof", e questo alle volte vuol dire anche un rapporto educativo iniziato e che si vorrebbe portare a compimento. Alle soglie del nuovo anno mi chiedo che cosa dire ai miei alunni. 

Ogni anno ci penso. Quest'anno vorrei dire:

Non siate indifferenti. La difficoltà del mio lavoro non risiede certo nell'esposizione dei contenuti; la religione è una questione personale che mi appassiona e sono tante le cose che vorrei insegnare, ma come per le altre materie trovo un muro. Penso che siete troppo presi da altre cose, futili, inutili, non essenziali. Certo siete ragazzi, ma spesso vi considero più attenti degli adulti anche se troppo fagocitati da questo mondo, senza veri interessi o preoccupazioni che vadano oltre ciò che possedete o i vostri affetti. Non siete tutti uguali grazie a Dio, ma in tanti mi date questa idea. Vorrei trasmettermi quello che mi ha appassionato, farvi capire che la fede non è cosa solo di preti o invenzioni di una Chiesa potente che vuole solo plagiare la vostra mente. La fede apre, è un'esperienza di vita che nella storia ha prodotto storie scandalose, ma ha riempito il mondo della gioia di essere amati da un Dio personale e non da un'idea.
Non siate prevenuti. Non vengo per convincervi o per farvi catechismo, ma per cercare di introdurvi in un mondo, quello religioso, che può parlare al profondo del vostro essere e può cambiarvi la vita. Il linguaggio religioso, l'arte sacra, la musica sacra, elevano lo spirito di ognuno e possono essere un mezzo per aprire la mente a realtà storiche artistiche e religiose inaspettate, fuori dai cerchi conformisti in cui le società aspirano a rinchiudere proprio voi nuove generazioni.
Siate intelligenti e furbi. Non fatevi ingannare dal primo che alza la voce e punta il dito contro la Chiesa. Anche io sono Chiesa e condivido una realtà di fede e di grazia con tutti coloro che nella Chiesa cattolica si riconoscono, con i poveri, i ricchi, gli onesti ed i disonesti; tutti siamo sotto lo stesso cielo e sotto la stessa croce anche se le responsabilità e gli obblighi sono differenti. Non accusate la Chiesa cattolica ed i cristiani solo per sentito dire, riferendo parole di altri, e se la fede vi sembra una cosa strana, cerchiamo di avvicinarla insieme, seriamente, anche e soprattutto con l'aiuto della ragione, con quel lume naturale che vi può permettere di studiare, leggere e comprendere la vera natura della fede e non le apparenze che distolgono dal suo centro che è il Signore innalzato sulla croce gloriosa e risorto.
Siate umili. E qui capisco perché sono pochi a seguirmi. L'umiltà non toglie niente ma è lo strumento adatto per alzare la testa con dignità nella vita di tutti i giorni. Essere umili, non presumere, non scegliere percorsi superiori alle proprie forze, non andare oltre se stessi in uno slancio irresponsabile è la chiave di accesso alla vera comprensione della vita, lo strumento per poter vivere in  pienezza i giorni di vita che ci spettano.
Siate fiduciosi. Il mondo non si gestisce solo in base a ciò che pensiamo e crediamo. Tutto può essere per noi uno sprone a vivere una vita intensa, una vita di stupore che non si annoia nel monotono ripetersi dei giorni perché in ogni giornata scorge l'opportunità di nuove conoscenze ed opportunità di accrescere la propria mente, perché come afferma Montaigne la testa sia "ben fatta", non ammobiliata di sole nozioni sterili, ma piena di scienza e di saggezza vissuta quotidianamente.
Siate studenti, ovvero coloro che studiano e siate allievi, ragazzi che crescono e a scuola ci vengono per crescere in tutti gli aspetti, non per perdere tempo e far perdere tempo, non per stare stravaccati sui banchi nelle nostre classi squallide, in attesa che la campana suoni per correre fuori, in un mondo altrettanto squallido.

Non venite a scuola per essere disonesti, per ingannare il prossimo per mettere in atto comportamenti vergognosi che osservate negli adulti. Il cervello va messo in moto anche per questo per evitare di seguire pedissequamente gli errori degli altri. Non vi concedete questa possibilità, sbagliate, se proprio dovete, con la vostra sola testa senza silenziare la coscienza che parla sempre chiaro. Non venite a scuola, per prendere in giro i prof ripetendo a memoria qualche frasetta che avete imparato a casa per caso o semplicemente per assecondare gli ordini perentori dei vostri genitori. Scusate se lo dico, ma non serve a niente avere alunni così, non serve leggere Dante, studiare l'universo o spiegare le forze che regolano il mondo fisico, non serve il mio lavoro e quello dei miei colleghi se questa è la scuola che volete.

Io voglio un'altra scuola, non proprio la "buona scuola" di cui si parla tanto, ma una scuola più vera più rispondente alle esigenze ed alle miserie di tutti coloro che vi entrano, una scuola di qualità non solo da parte dei professori, ma anche da parte di voi che in classe ci dovete stare più di me.

Nostra gloria è la croce di Cristo!

Santa Croce in Gerusalemme, facciata

Quale mirabile cosa è mai il possedere la Croce! Chi la possiede, possiede un tesoro!"
                           
                            (Sant’Andrea di Creta, Omelia X per l’Esaltazione della Croce: PG 97, 1020)

Il Vangelo ci ricorda il significato di questo grande mistero: Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché gli uomini siano salvati (cfr Gv3,16). Il Figlio di Dio s’è reso vulnerabile, prendendo la condizione di servo, obbedendo fino alla morte e alla morte di croce (cfr Fil 2,8). E’ per la sua Croce che siamo salvati. Lo strumento di supplizio che, il Venerdì Santo, aveva manifestato il giudizio di Dio sul mondo, è divenuto sorgente di vita, di perdono, di misericordia, segno di riconciliazione e di pace.
Santa Croce in Gerusalemme, Reliquiario della vera croce
Per essere guariti dal peccato, guardiamo il Cristo crocifisso!” diceva sant’Agostino (Tract. in Johan.,XII,11). Sollevando gli occhi verso il Crocifisso, adoriamo Colui che è venuto per prendere su di sé il peccato del mondo e donarci la vita eterna. E la Chiesa ci invita ad elevare con fierezza questa Croce gloriosa affinché il mondo possa vedere fin dove è arrivato l’amore del Crocifisso per gli uomini, per tutti gli uomini. Essa ci invita a rendere grazie a Dio, perché da un albero che aveva portato la morte è scaturita nuovamente la vita. È su questo legno che Gesù ci rivela la sua sovrana maestà, ci rivela che Egli è esaltato nella gloria. Sì, “Venite, adoriamolo!”. In mezzo a noi si trova Colui che ci ha amati fino a donare la sua vita per noi, Colui che invita ogni essere umano ad avvicinarsi a Lui con fiducia...Il segno della Croce è in qualche modo la sintesi della nostra fede, perché ci dice quanto Dio ci ha amati; ci dice che, nel mondo, c’è un amore più forte della morte, più forte delle nostre debolezze e dei nostri peccati. La potenza dell’amore è più forte del male che ci minaccia...La Chiesa ha ricevuto la missione di mostrare a tutti questo viso di un Dio che ama, manifestato in Gesù Cristo.

Santa Croce in Gerusalemme, Reliquia delle spine

Sapremo noi comprendere che nel Crocifisso del Golgota è la nostra dignità di figli di Dio, offuscata dal peccato, che ci è resa? Volgiamo i nostri sguardi verso il Cristo. È Lui che ci renderà liberi per amare come Egli ci ama e per costruire un mondo riconciliato. Perché, su questa Croce, Gesù ha preso su di sé il peso di tutte le sofferenze e le ingiustizie della nostra umanità. Egli ha portato le umiliazioni e le discriminazioni, le torture subite in tante regioni del mondo da innumerevoli nostri fratelli e nostre sorelle per amore di Cristo.
Santa Croce in Gerusalemme, Reliquia del Titulum Crucis
 

Benedetto XVI, Lourdes 14 settembre 2008

mercoledì 3 settembre 2014

Dedicato a chi le riforme NON le sa fare...

Tratto dal blog del prof. Alessandro D'Avenia

La classe è...acqua

Le parole abusate sono segnaletica della nostalgia, fosforescenze di ciò che perdiamo. Scuola: tutti ne parlano, mentre rantola.
Se dovessi distillare il succo di 14 anni di insegnamento, di incontri in ogni tipo di scuola e di migliaia di lettere di studenti, docenti e genitori, dovuti ai libri che ho scritto, direi con E.Canetti: “Ogni cosa che ho imparato dalla viva voce dei miei insegnanti ha conservato la fisionomia di colui che me l’ha spiegata e nel ricordo è rimasta legata alla sua immagine. È questa la prima vera scuola di conoscenza dell’uomo”. Così ne La lingua salvata definiva l’essenza della scuola: la viva voce e l’immagine dell’insegnante. Solo una discontinuità antropologica (e quindi economica) potrà cambiare la scuola, non belletti organizzativi spacciati per riforme. Una rivoluzione copernicana che ponga nell’ordine giusto conoscenza e amore: ogni crescita in estensione e profondità della nostra conoscenza del mondo presuppone un’estensione della nostra sfera di inter-esse, cioè d’amore.
Perché non chiudiamo le scuole e non carichiamo le lezioni su youtube risparmiando tempo e fatica? Perché siamo convinti che insegnare sia una relazione attuale: spazio e tempo condivisi nell’irripetibile dinamismo della vita e delle vite.
Se un ragazzo esteriormente somiglia più al padre o alla madre, interiormente (sguardo sul mondo, fiducia nella vita) corrisponde alla qualità della relazione tra i genitori.
Così l’insegnamento, parte dell’educazione, si dà nella triplice relazione professore-studente, professore-genitori, professore-colleghi. Classe e studente somigliano alla qualità di queste tre relazioni. Posso soffermarmi solo sulla prima.
La qualità della relazione docente-studente determina l’apertura conoscitiva, a meno di non illudersi che istruzione ed educazione siano separabili. Si conosce soltanto ciò a cui la nostra intelligenza ri-conosce un valore (il cuore intelligente di Finkielkraut) segnalato da tutto l’essere dell’in-segnante. Non ci può essere educazione (né insegnamento) in differita, perché la relazione coinvolge tutti i livelli della persona (corporeo, intellettivo, spirituale). Il moscone del cogito cartesiano continua a sbattere contro il vetro che non vede: cervelli riempiti di nozioni, addestramento pavloviano a ripetere, miglioramento solo con la sanzione dell’errore. L’insegnamento invece avviene solo in atto, perché solo la vita integrale educa. Si insegna con tutto: sguardo, tono di voce, movenze del corpo, disposizione dei banchi, brillare degli occhi, segni su un compito, cellulare spento… e parole. Una relazione funziona quando genera i beni specifici per cui la si instaura, se quella scolastica non genera attenzione, motivazione, curiosità, non è solo per carenza di stipendio, mura scorticate, vuota burocrazia, giovani e famiglie d’oggi, ma per carenza di relazione. Che cosa è necessario perché essa sia e sia generativa?
La molecola d’acqua è relazione tra due atomi d’idrogeno e uno d’ossigeno, uno dà all’altro ciò di cui l’altro ha bisogno. Anche a scuola è così: la classe è acqua!
Nella relazione scolastica tre sono gli elementi indispensabili: amore per ciò che si insegna (conoscenza e passione: studium), amore per il chi a cui si insegna (empatia: non sentimentalismo, ma riconoscimento dello studente come soggetto di un “inedito stare al mondo” e non oggetto da cui ottenere prestazioni), amore per il come si insegna (creatività didattica che rinnova ogni lezione in base ad allievi e contesto: metodo). Senza questi tre elementi la relazione non si dà e genera contro-effetti: noia, avversione, disinteresse. Per questo credo in una personalissima trinità di professori.
Uno. I docenti in atto. Curando faticosamente i tre elementi, trasformano il loro “dìcere”(dire) in “docère”(mostrare): pongono le condizioni dell’imparare non lo pretendono e i ragazzi sono pro-vocati a lavorare sodo (a noia non si oppone divertimento, ma interesse) e a diventare teste fredde e cuori caldi (al contrario di come sono oggi). Generano il desiderio mimetico di raggiungere autonomamente la Luna che il dito mostra, svincolano il sapere dalla pur necessaria prestazione e lo orientano a diventare vita: la cultura come strumento per leggere la realtà con totale apertura, senza subire luoghi comuni e ideologie. Generano simbolicamente, fanno venire alla luce i ragazzi, per ciascuno dei quali hanno una pagina del registro con i punti di forza, non smettono di studiare, prestano libri, offrono un caffè ad uno studente in crisi, fanno una lezione fuori dal programma, dedicano tempo fuori dalla lezione… Tengono il filo come Arianna (amano e sono presenti a distanza) mentre lo studente si addentra nel labirinto e lo decodifica grazie alla cultura che si confronta con la svolte della vita e le sue forme a volte spaventose come il Minotauro. Aiutano i ragazzi a trasformare il loro destino in destinazione: ad ora ad ora m’insegnavate come l’uom s’etterna (Dante a Brunetto). La loro classe è convivio, hanno l’autorità di chi assapora la vita e la porge.
Due. Gli “in-docenti”. Per vari motivi (stanchezza, difficoltà relazionali, equilibrio personale, stipendio…), pur avendo competenza nella materia, non riescono a trasmetterla. Mancano due terzi della relazione (empatia e metodo), somigliano ad un postino che consegna lettere senza busta e/o destinatario. Non propongo disastrose simbiosi o voti politici, ma asimmetria relazionale (non è distacco: emblematico il recente Detachment), in cui la materia è terreno comune di ricerca, non trincea: “la fiducia non si guadagna se ci sforza di guadagnarla, ma se si partecipa alla vita degli allievi, in modo immediato e naturale e se si prende su di sé la responsabilità che da ciò deriva” (Buber). L’indocente non insegna, perché non impara dai ragazzi, la sua classe si appiattisce sulla prestazione (programma ed esame diventano l’orizzonte di autorità).
Tre. Gli “in-decenti”. Non conoscono ciò che insegnano e trasformano la classe, presto connivente, in chiacchierificio e poltiglia educativa.
Ogni discorso sulla scuola è secondario senza i docenti in atto. Non basta l’anzianità come criterio esclusivo di merito nelle graduatorie, ma i tre elementi segnalati e trasversali (docenti, indocenti, indecenti hanno tutte le età). La scuola si liberi degli indecenti; aiuti gli indocenti a (ri)diventare se stessi; punti sui docenti, che ne sono le mura di carne e sangue: ce n’è almeno uno nella nostra vita e gli dovremmo, se non il doppio dello stipendio, almeno un grazie.


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