venerdì 31 ottobre 2014

Libro pessimo...senza dubbio!

P. Berger- A. Zijderveld
Elogio del dubbio
Il Mulino, Bologna 2013

pp. 160
€ 14


Parlando a scuola di dubbio avevo scelto di prendere un libro che dal titolo, Elogio del dubbio e dalla casa editrice, Il Mulino, pensavo potesse essere utile per preparare delle lezioni su qualcosa di nuovo. Dalla lettura invece ho rilevato altro. L'autore afferma che il suo testo non ha pretese filosofiche. Si preoccupa solo di dire una serie di cose inutili di ovvietà pretenziose, una riproposizione di luoghi comuni secondo una vulgata laicista senza criterio razionale. Basti dire che in accuse o affermazioni non esistono citazioni. Fosse stato un testo da correggere avrei messo a penna blu sempre la stessa cosa "MANCA LA CITAZIONE!!!". Non una nota di riferimento. E questo non va certo a favore del giudizio complessivo dell'opera, che si staglia su una fascia di oscillazione che va dal pessimo al "totalmente inutile". Non si possono riferire frasi, virgolettate, citazioni di autori senza indicare le fonti; non si possono sparare sentenze su personaggi storici e contemporanei senza riferirsi ai testi orginali. Questa forma di oscurantismo e di cultura esoterica che non mette mai le carte in tavola non merita, dal mio punto di vista, nessun tipo di apprezzamento. Ed in questo mi stupisce la scelta di una casa editrice come "Il Mulino di Bologna" che si è presa cura di stampare pagine di questa natura.  Nel corso della "trattazione" il discorso sul dubbio, visto che non ha in partenza nemmeno un'impianto seppur minimo di natura filosofica, finisce ovviamente sull'ambito religioso e morale.
Ritengo sia indispensabile saper parlare di Dio e della fede, sia per affermarne l'esistenza sia per negarla. Se si comincia a esporre male il "discorso su Dio" ed in particolare sulla Chiesa, ne derivano tutta una serie di pregiudizi inficiati di luoghi comuni, stantii, banali e razionalmente ridicoli. Basti dire poi che il testo, scritto nel 2009, nel capitolo dedicato al fondamentalismo (67 e ss.) ha solo riferimenti alla Chiesa cattolica ed al comunismo. Eppure l'attualità americana ed europea ha reso bene evidente la natura e le dinamiche di ben altro fondamentalismo, di cui non si fa parola alcuna.
Leggere questo libro consente di mettere seriamente in dubbio se valga la pena perdere tempo ed arrivare fino alla fine. Io per onestà intellettuale, ho vinto il dubbio, sono arrivato fino alla fine, e lo sconsiglio...senza dubbio!

martedì 21 ottobre 2014

Memoria di san Giovanni Paolo II - 22 ottobre 2014


CONGREGAZIONE PER IL CULTO DIVINO E LA DISCIPLINA DEI SACRAMENTI


22 ottobre

SAN GIOVANNI PAOLO II, papa



Testi dal sito della CEI

Carlo Giuseppe Wojtyła nacque nel 1920 a Wadowice in Polonia. Ordinato sacerdote e compiuti gli studi di teologia a Roma, al ritorno in patria ricoprì vari incarichi pastorali e universitari. Nominato Vescovo ausiliare di Cracovia, di cui nel 1964 divenne Arcivescovo, prese parte al Concilio Ecumenico Vaticano II. Divenuto papa il 16 ottobre 1978 con il nome di Giovanni Paolo II, si contraddistinse per la straordinaria sollecitudine apostolica, in particolare per le famiglie, i giovani e i malati, che lo spinse a compiere innumerevoli visite pastorali in tutto il mondo; i frutti più significativi lasciati in eredità alla Chiesa, tra molti altri, sono il suo ricchissimo Magistero e la promulgazione del Catechismo della Chiesa Cattolica e dei Codici di Diritto Canonico per la Chiesa latina e le Chiese Orientali. Morì piamente a Roma il 2 aprile 2005, alla vigilia della II domenica di Pasqua o della divina misericordia.


Dal Comune dei pastori: per un papa.

COLLETTA


O Dio, ricco di misericordia,
che hai chiamato san Giovanni Paolo II, papa,
a guidare l’intera tua Chiesa,
concedi a noi, forti del suo insegnamento,
di aprire con fiducia i nostri cuori
alla grazia salvifica di Cristo, unico Redentore dell’uomo. 

Egli è Dio e vive e regna con te,nell’unità dello Spirito Santo,
per tutti i secoli dei secoli.


Letture - Dal Comune dei pastori


Prima lettura: Is 52, 7-10: Tutti i confini della terra vedranno la salvezza del nostro Dio.

Salmo responsoriale: Salmo 96 (95), 1-2a. 2b-3. 7-8a. 10. R/. Annunciate a tutti i popoli le meraviglie del Signore.

Canto al vangelo  Gv 10,14:

Io sono il buon pastore, dice il Signore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me.

Vangelo: Gv 21,15-17: Pasci i miei agnelli, pasci le mie pecore


Ufficio delle letture


Dal Comune dei pastori: per un papa.

Seconda lettura


Dall’Omelia per l’inizio del pontificato del beato Giovanni Paolo II, papa  

(22 ottobre 1978: A.A.S. 70 [1978], pp. 945-947)


Non abbiate paura! Aprite le porte a Cristo!

Pietro è venuto a Roma! Cosa lo ha guidato e condotto a questa Urbe, cuore dell’Impero Romano, se non l’obbedienza all’ispirazione ricevuta dal Signore? Forse questo pescatore di Galilea non avrebbe voluto venire fin qui. Forse avrebbe preferito restare là, sulle rive del lago di Genesareth, con la sua barca, con le sue reti. Ma, guidato dal Signore, obbediente alla sua ispirazione, è giunto qui!
Secondo un’antica tradizione, durante la persecuzione di Nerone, Pietro voleva abbandonare Roma. Ma il Signore è intervenuto: gli è andato incontro. Pietro si rivolse a lui chiedendo: «Quo vadis, Domine?» (Dove vai, Signore?). E il Signore gli rispose subito: «Vado a Roma per essere crocifisso per la seconda volta». Pietro tornò a Roma ed è rimasto qui fino alla sua crocifissione.
Il nostro tempo ci invita, ci spinge, ci obbliga a guardare il Signore e ad immergerci in una umile e devota meditazione del mistero della suprema potestà dello stesso Cristo. Colui che è nato dalla Vergine Maria, il Figlio del falegname – come si riteneva –, il Figlio del Dio vivente, come ha confessato Pietro, è venuto per fare di tutti noi «un regno di sacerdoti».
Il Concilio Vaticano II ci ha ricordato il mistero di questa potestà e il fatto che la missione di Cristo – Sacerdote, Profeta-Maestro, Re – continua nella Chiesa. Tutti, tutto il Popolo di Dio è partecipe di questa triplice missione. E forse in passato si deponeva sul capo del Papa il triregno, quella triplice corona, per esprimere, attraverso tale simbolo, che tutto l’ordine gerarchico della Chiesa di Cristo, tutta la sua «sacra potestà» in essa esercitata non è altro che il servizio, servizio che ha per scopo una sola cosa: che tutto il Popolo di Dio sia partecipe di questa triplice missione di Cristo e rimanga sempre sotto la potestà del Signore, la quale trae le sue origini non dalle potenze di questo mondo, ma dal Padre celeste e dal mistero della Croce e della Risurrezione.
La potestà assoluta e pure dolce e soave del Signore risponde a tutto il profondo dell’uomo, alle sue più elevate aspirazioni di intelletto, di volontà, di cuore. Essa non parla con un linguaggio di forza, ma si esprime nella carità e nella verità.
Il nuovo Successore di Pietro nella Sede di Roma eleva oggi una fervente, umile, fiduciosa preghiera: «O Cristo! Fa’ che io possa diventare ed essere servitore della tua unica potestà! Servitore della tua dolce potestà! Servitore della tua potestà che non conosce il tramonto! Fa’ che io possa essere un servo! Anzi, servo dei tuoi servi». Fratelli e Sorelle! Non abbiate paura di accogliere Cristo e di accettare la sua potestà! Aiutate il Papa e tutti quanti vogliono servire Cristo e, con la potestà di Cristo, servire l’uomo e l’umanità intera!
Non abbiate paura! Aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo! Alla sua salvatrice potestà aprite i confini degli Stati, i sistemi economici come quelli politici, i vasti campi di cultura, di civiltà, di sviluppo. Non abbiate paura! Cristo sa «cosa è dentro l’uomo». Solo lui lo sa! Oggi così spesso l’uomo non sa cosa si porta dentro, nel profondo del suo animo, del suo cuore. Così spesso è incerto del senso della sua vita su questa terra. È invaso dal dubbio che si tramuta in disperazione. Permettete, quindi – vi prego, vi imploro con umiltà e con fiducia – permettete a Cristo di parlare all’uomo. Solo lui ha parole di vita, sì! di vita eterna.



Responsorio

R/. Non abbiate paura: il Redentore dell’uomo ha rivelato il potere della croce e ha dato per noi la vita! * Aprite, spalancate le porte a Cristo.
V/. Siamo chiamati nella Chiesa a partecipare alla sua potestà.
R/. Aprite, spalancate le porte a Cristo.

Orazione
O Dio, ricco di misericordia, che hai chiamato san Giovanni Paolo II, papa, a guidare l’intera tua Chiesa, concedi a noi, forti del suo insegnamento, di aprire con fiducia i nostri cuori alla grazia salvifica di Cristo, unico Redentore dell’uomo.
Egli è Dio e vive e regna con te, nell’unità dello Spirito Santo, per tutti i secoli dei secoli.


lunedì 13 ottobre 2014

La tua cattedra è la cattedra di Pietro


In questi giorni si fa tanto parlare intorno al nuovo libro di A. Socci, Non è Francesco per i tipi della Mondadori. Molte voci da più parti hanno bollato il libro di sedevacantismo, o di tentativo di diffondere l’idea di difetti di forma nella scelta elettiva di papa Bergoglio nel conclave del 2013, e mi sembra che il giudizio sia più che motivato.

A suo tempo più volte mi ero riferito in pubblico e in colloqui informali con amici e colleghi all’intervento di padre Ghirlanda sulla Civiltà Cattolica in merito alle conseguenze ed al significato della rinuncia scelta da Papa Benedetto XVI (vedi anche l'articolo del blog "Le pagine di don Camillo"). In pochi sono tornati a quell’articolo dell’eminente gesuita esperto di Diritto Canonico e già Rettore della Pontificia Università Gregoriana.

Al di là di quanto dice Socci, non per svalutare il suo lavoro, rimane il fatto che su diversi fronti l’attuale papa della Chiesa Cattolica non piace, suscita perplessità e dubbi cogenti per un modo di gestire il pontificato che oltre a non essere usuale si avvicina a confini che taluni definiscono pericolosi, in odore di eresia o già apud heresim.

Io non mi inserisco tra le fila dei sedevacantisti o dei semplici denigratori di un papa che per motivi personali e di singole sensibilità lese o offese, non piace.

Io scelgo un’altra strada, egoistica, personalissima che cerca di guardare al Papa di Roma, nel mio caso, in quanto romano, al mio Vescovo, con gli occhi del liturgista che di fronte al moltiplicarsi delle voci, vuole riaffermare la propria aderenza alla verità più consolante della fede cattolica che è data proprio dal papato, espressione di come il Signore sia presente e vigilante nei suoi vicari, deboli, fragili, santi o peccatori, ma sempre suoi vicari.

La storia, in una disanima che ancora attendo con impazienza, potrebbe raccontare molteplici elezioni pontificie dubbie, storte, distorte ed anomale. La stessa storia degli antipapi se guardata da questo punto di vista potrebbe aiutarci a capire che la nostra situazione ecclesiale è certamente difficile e unica ma anche che il passato ha presentato situazioni ecclesialmente peggiori.

Dicevo che il mio tentativo o se si preferisce, il punto di vista è quello del liturgista. Dunque più volte, e giustamente, il sunnominato Socci ha espresso apertura nei confronti di chi, in maniera seria e documentata, volesse rispondere a ciò che egli ha scritto e composto con acribia da studioso (lo testimoniano le sue altre opere sempre stracolme di citazioni precisissime).
Allora io provo non a rispondere ad un libro ma a puntualizzare su una realtà di Chiesa che vivo e conosco, risalendo all’origine del papato romano.

Un elemento semplice e chiaro, il papa è quello che è perché vescovo della diocesi di Roma: 

Il Vescovo della Chiesa di Roma, in cui permane l'ufficio concesso dal Signore singolarmente a Pietro, primo degli Apostoli, e che deve essere trasmesso ai suoi successori, è capo del Collegio dei Vescovi, Vicario di Cristo e Pastore qui in terra della Chiesa universale; egli perciò, in forza del suo ufficio, ha potestà ordinaria suprema, piena, immediata e universale sulla Chiesa, potestà che può sempre esercitare liberamente. Codice di Diritto Canonico can. 331

Fossi vissuto nel periodo del grande scisma d’occidente io avrei preso le difese e le parti del papa, ovvero del vescovo di Roma, del Romano Pontefice (
così come è chiamato nei testi liturgici pontifici e canonici), incoronato ed insediato a Roma.

Nell’attuale giurisdizione il Papa viene eletto nel Conclave dai cardinali riuniti (CDC can. 332 §1). 
La giurisdizione non la metto in dubbio ma in via del tutto sentimentale e campanilistica, ritengo che il vero ministero petrino del papa non inizia solo con l'accettazione della votazione canonice facta o solo con la solenne messa di inizio ma anche con l’insediamento sulla cathedra romana. Storicamente sappiamo che il papa iniziava il suo ministero con la messa di incoronazione e che in un tempo successivo si recava al Laterano per l’insediamento. In sede di riforma dei riti papali (Per approfondire si rimanda al volume curato dall'Ufficio delle Celebrazioni liturgiche del Sommo Pontefice) avrei preferito che l’insediamento fosse stato definito come primo ed unico atto di inizio del ministero petrino del Vescovo di Roma. 



In particolare notiamo cosa afferma l'
Ordo Rituum pro Ministerii Petrini Initio Romae Episcopi al n. 20 in cui spiega che l'insediamento sulla cattedra romana

"significa emblematicamente il compito del vescovo nella Chiesa a lui affidata come Pastore, ma con una sollecitudine che lo fa attento a tutte le Chiese, in quanto membro del collegio episcopale, che succede in solidum al collegio apostolico per l'Ordinazione episcopale. Questo vale a maggior ragione e in senso più specifico per il papa, a motivo della peculiarità della sua successione apostolica, in quanto successore di Pietro, preposto da Cristo sugli altri Apostoli. L'esercizio del suo ministero episcopale si connota pertanto in senso precipuamente primaziale, con potestà pastorale su tutti i fedeli, senza che ciò nulla tolga al servizio che deve prestare alla Chiesa romana di cui è vescovo locale”

Se il papa è tale perché vescovo di Roma allora la sua caratteristica principale e le sue prerogative derivano direttamente dall’esercizio del suo episcopato in quanto romano. Ed in questo la presa di possesso della cattedra, in oriente come in occidente è il simbolo unico di tutto ciò che il vescovo è per la diocesi, penso ancora di più per il papa e per Roma. 

Cattedra del papa, San Giovanni in Laterano

Allora se devo guardare alla legittimità dell'elezione di papa Bergoglio, che i cardinali pubblicamente non hanno messo in discussione, voglio riferirmi alla preghiera che il cardinale Vicario doveva dire nel rito per l'insediamento di Benedetto XVI il 7 maggio del 2005 (per l'insediamento di Papa Francesco è stato scelto ed utilizzato un altro testo a discrezione dell'Ufficio delle Celebrazioni liturgiche del Sommo Pontefice, come spiegato in un mio precedente post sulla cattedra).

Una volta dette queste parole ed una volta che il papa si è seduto sulla sua Cattedra, non vedo possibilità di mettere in dubbio la legittimità del suo ministero:

Beatissimo Padre, la Chiesa che vive in Roma partecipa con letizia alla presa di possesso della tua Cattedra, che è la Cattedra di Pietro, sopra il quale è fondata la Chiesa. Come il vignaiolo che sorveglia dall'alto la vigna sei posto in posizione elevata per prestare sollecita attenzione al popolo che ti è affidato. Ricorda che occupi la cattedra pastorale per provvedere al gregge di Cristo. Il tuo onore è l'onore di tutta la Chiesa ed è per i tuoi fratelli valido e sicuro sostegno; sarai veramente onorato quando a ciascuno è riconosciuto l'onore che gli spetta. E tu sei il Servo dei Servi di Dio.

domenica 12 ottobre 2014

Al banchetto di nozze dell'Agnello

Il Vangelo di questa domenica XXVIII "per annum" è stato commentato da due grandi Padri della Chiesa Latina, Girolamo e Gregorio Magno, nei testi che ripropongo qui di seguito. 

La veste nuziale


       "Ed entrato il re a vedere i commensali, scorse un uomo che non era in abito da nozze e gli disse: «Amico, come sei entrato qua, senza avere l’abito da nozze?». Costui ammutolì" (Mt 22,11-12). Gl’invitati alle nozze, raccolti lungo le siepi e negli angoli, nelle piazze e nei luoghi più diversi, avevano riempito la sala del banchetto reale. Ma poi, venuto il re per vedere i commensali riuniti alla sua tavola, cioè, in un certo senso, pacificati nella sua fede (come nel giorno del giudizio verrà a vedere i convitati per distinguere i meriti di ciascuno), trovò uno che non indossava l’abito nuziale. In quest’uno son compresi tutti coloro che sono solidali nel compiere il male. La veste nuziale sono i precetti del Signore e le opere che si compiono nello spirito della Legge e del Vangelo. Essi sono l’abito dell’uomo nuovo. Se qualcuno che porta il nome di cristiano, nel momento del giudizio sarà trovato senza l’abito di nozze, cioè l’abito dell’uomo celeste, e indosserà invece l’abito macchiato, ossia l’abito dell’uomo vecchio, costui sarà immediatamente ripreso e gli verrà detto: «Amico, come sei entrato?». Lo chiama amico perché è uno degli invitati alle nozze, e rimprovera la sua sfrontatezza perché col suo abito immondo ha contaminato la purezza delle nozze. «Costui ammutolì», dice Gesù. In quel momento infatti non sarà più possibile pentirsi, né sarà possibile negare la colpa, in quanto gli angeli e il mondo stesso saranno testimoni del nostro peccato.

       "Allora il re disse ai servi: «Legatelo mani e piedi e gettatelo fuori nel buio; ivi sarà pianto e stridor di denti»" (Mt 22,13). L’esser legato mani e piedi, il pianto, lo stridore di denti, son tutte cose che stanno a dimostrare la verità della risurrezione. Oppure, gli vengono legati le mani e i piedi perché desista dall’operare il male e dal correre a versare sangue. Nel pianto e nello stridor di denti si manifesta metaforicamente la gravità dei tormenti .

       Girolamo, In Matth. III, 22, 8-11

Gli inviti di Dio

       "Il regno dei cieli è simile a un re che fece le nozze per suo figlio" (Mt 22,2)...

       Dio Padre fece le nozze per il Figlio quando lo congiunse alla natura umana nel grembo della Vergine. Mandò dunque i suoi servi perché invitassero gli amici a queste nozze. Li mandò una volta, e li mandò di nuovo perché fece diventare predicatori dell’incarnazione del Signore prima i profeti, poi gli apostoli. Due volte, dunque, mandò i servi a invitare, infatti, per mezzo dei profeti disse che ci sarebbe stata l’incarnazione dell’Unigenito, e poi per mezzo degli apostoli disse che essa era avvenuta. Ma siccome quelli che erano stati invitati per primi al banchetto di nozze non vollero venire, nel secondo invito si dice: Ecco, ho preparato il mio pranzo, i miei buoi e i miei animali ingrassati sono stati macellati, e tutto è pronto (Mt 22,4)...

       E il Vangelo continua: "Ma costoro non se ne curarono e andarono chi al proprio campo, chi ai propri affari" (Mt 22,5). Andare nel proprio campo è darsi smodatamente alle fatiche terrene; andare ai propri affari è cercare con ogni cura guadagni mondani. Poiché chi è intento alle fatiche terrene e chi è dedito alle azioni di questo mondo finge di non pensare al mistero dell’incarnazione del Signore e di non vivere secondo esso, si rifiuta di venire alle nozze del re come uno che va al campo o agli affari. Spesso anche - e ciò è più grave - alcuni non solo respingono la grazia di colui che chiama, ma la perseguitano.

       Ma questi che vede disprezzato il suo invito, non vedrà deserte le nozze del figlio suo. Egli manda a chiamare altri, perché anche se la parola di Dio fatica a trovare accoglienza presso alcuni, tuttavia troverà dove riposare. 

Se nella Sacra Scrittura intendiamo «strade» come «opere», comprendiamo che «uscite delle strade» significano «mancanza di opere», poiché molte volte giungono facilmente a Dio coloro che non godono i favori della fortuna nelle opere terrene.

       Ecco che con la stessa qualità dei commensali è detto chiaramente che in queste nozze del re è raffigurata la Chiesa del tempo presente, nella quale si riuniscono insieme ai buoni anche i cattivi. Essa è composta da figli diversi; tutti infatti li genera alla fede, ma non tutti, con un cambiamento di vita, li conduce alla libertà della grazia spirituale, per l’impedimento posto dal peccato. Finché viviamo quaggiù, è necessario che ce ne andiamo mescolati per la via del secolo presente. Saremo separati quando saremo giunti. I soli buoni, infatti, saranno in cielo, e i soli cattivi saranno all’inferno. Ora questa vita che è posta fra il cielo e l’inferno, per il fatto che è in posizione intermedia riceve cittadini da entrambe le parti; tuttavia quelli che ora la santa Chiesa riceve promiscuamente, alla fine del mondo li dividerà. Se dunque siete buoni, mentre restate in questa vita, sopportate pazientemente i cattivi. Infatti chi non sopporta i cattivi, attesta a se stesso di non essere buono a motivo della sua impazienza...

       Ma poiché, o fratelli, con la grazia di Dio, siete già entrati nella sala del convito nuziale, cioè nella santa Chiesa, guardate bene che, entrando, il re non abbia a rimproverare nulla nell’abito dell’anima vostra. Infatti bisogna pensare con un grande batticuore a ciò che segue subito dopo: "Il re entrò per vedere i commensali, e vide là un tale che non indossava l’abito nuziale" (Mt 22,11). Quale pensiamo, fratelli carissimi, che sia il significato della veste nuziale? Se diciamo che la veste nuziale significa il battesimo o la fede, chi mai è andato a queste nozze senza il battesimo e la fede? È escluso infatti chi ancora non ha la fede. Cosa dunque dobbiamo intendere per la veste nuziale, se non la carità? Entra alle nozze, ma senza la veste nuziale, chi facendo parte della santa Chiesa ha la fede, ma non ha la carità. Giustamente si dice che la carità è la veste nuziale, perché il nostro Redentore era vestito di essa quando venne alle nozze per congiungere a sé la Chiesa. Fu per solo amore di Dio che il suo Unigenito unì a sé le anime degli eletti. Per questo Giovanni dice: "Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito per noi" (Jn 3,16). Pertanto, Colui che venne agli uomini per la carità, ci svela che questa stessa carità è la veste nuziale. Ognuno di voi che vive nella Chiesa e crede in Dio, è già entrato al banchetto nuziale; ma è venuto senza la veste nuziale se non custodisce la grazia della carità.

       Chiunque, essendo commensale alle nozze, non ha questa (veste), sia pieno di ansia e di paura quando, all’arrivo del re, verrà gettato fuori. Ecco infatti come vien detto: "Il re entrò per vedere i commensali e vide là un tale che non indossava l’abito nuziale". Noi, fratelli carissimi, siamo quelli che sono commensali alle nozze del Verbo, avendo già la fede della Chiesa, nutrendoci al banchetto della Sacra Scrittura e godendo che la Chiesa sia unita con Dio. Considerate, vi prego, se siete venuti a queste nozze con la veste nuziale, esaminate attentamente i vostri pensieri. Soppesate i vostri cuori nei particolari, se non avete odio contro nessuno, se nessuna invidia vi infiamma contro la felicità altrui, se non vi studiate di danneggiare nessuno con occulta malizia.

       Ecco che il re entra nella sala delle nozze e osserva la veste del nostro cuore, e a chi non trova rivestito di carità subito dice adirato: "Amico, come hai potuto entrare qui senz’abito nuziale?" (Mt 22,12). È cosa degna di nota, fratelli carissimi, il fatto che chiama costui amico e tuttavia lo condanna, come se lo chiamasse amico e nemico allo stesso tempo: amico per la fede, nemico nelle opere. "Ed egli ammutolì (Mt 22,12)", cioè - e non se ne può parlare senza dolore - nell’ultimo severo giudizio verrà a mancare ogni possibilità di scusa, perché Colui che rimprovera dall’esterno sarà anche voce della coscienza che accusa l’anima dall’interno...

      
       Subito dopo che è stato espulso costui, nel quale è raffigurata tutta la schiera dei malvagi, viene una sentenza generale, che dice: "Molti sono chiamati, ma pochi eletti" (Mt 20,16). È tremendo, fratelli carissimi, ciò che abbiamo ascoltato! Ecco che noi, chiamati per mezzo della fede, siamo già venuti alle nozze del re celeste, crediamo e professiamo il mistero della sua incarnazione, ci nutriamo con il cibo del Verbo divino, ma il re deve ancora venire a giudicare. Sappiamo che siamo stati chiamati: non sappiamo però se saremo eletti. Sicché è necessario che tanto più ciascuno di noi si abbassi nell’umiltà in quanto non sa se sarà eletto. Alcuni infatti nemmeno iniziano a fare il bene, altri non perseverano affatto nel bene che avevano iniziato a fare. Uno è stato visto condurre quasi tutta la vita nel peccato, ma verso la fine di essa si converte dal suo peccato attraverso i lamenti di una rigorosa penitenza; un altro sembra condurre già una vita da eletto, e tuttavia verso la fine della sua esistenza gli capita di cadere nella nequizia dell’errore. Uno comincia bene e finisce meglio; un altro si dà alle male azioni fin da piccolo e finisce nelle medesime dopo essere diventato sempre peggiore. Tanto più ciascuno deve temere con sollecitudine, quanto più ignora ciò che lo aspetta, poiché - bisogna dirlo spesso e non dimenticarselo mai - "molti sono chiamati, ma pochi eletti".

       Gregorio Magno, Hom. 38, 3.5-7.9.11-14

Facciata della Basilica papale di san Paolo fuori le mura


Astitit Regina! La regalità di Maria e la Chiesa regina eterna

Santa Maria antiqua al Foro romano, la Theotokos in trono Dopo la riapertura del meraviglioso sito d...