sabato 29 novembre 2014

Aspettiamo la manifestazione del Signore nostro Gesù Cristo!

La tradizione liturgica Bizantina, dopo la festa dell'apostolo Filippo il 15 dicembre, inizia il digiuno "di Filippo", ovvero i quaranta giorni che preparano al Natale.
Questa tradizione orientale permette di cogliere, in un discorso di liturgia comparata, che in parallelo alla Quaresima, tempo di digiuno e penitenza in preparazione alla grande solennità pasquale, la Chiesa ha stabilito, in varie forme e gradualità nella storia liturgica, un tempo di preparazione alla festa dell’Incarnazione.
In questa scelta pedagogica della Chiesa si coglie il desiderio di fermarsi ogni hanno a contemplare con rinnovata attenzione e motivazione i due misteri cardine della fede cristiana: l’Incarnazione e la Risurrezione.

In merito alla pregnanza di questi due misteri della nostra fede citiamo uno stralcio degli esercizi spirituali tenuti da don Giussani e pubblicati da Avvenire un anno dopo la sua morte. In quell’occasione egli ebbe a dire:

Il Mistero non è l'ignoto; è l'ignoto in quanto diventa contenuto di esperienza sensibile. È un concetto molto importante: per questo si parla del mistero dell'Incarnazione, del mistero dell'Ascensione, del mistero della Risurrezione. Dio come Mistero sarebbe un'immagine intellettuale se ci si arrestasse alla frase così come è detta: "Dio è Mistero". Il Dio vivente è il Dio che si è rivelato nell'Incarnazione: nella morte e nella Risurrezione di Cristo. Il Dio vero è Colui che è venuto tra noi, reso sensibile, toccabile, visibile, udibile.
Comunque, è ben vero che il Mistero non può essere posseduto: è oggetto di esperienza ma non può essere posseduto, cioè misurato, esaurito, abbracciato nella sua totalità. Ma è altrettanto vero che è posseduto. (Avvenire del 15 aprile 2006)

Entrare in questa dinamica permette di sentire che la Liturgia ogni anno ci fa entrare in un processo di partecipazione del mistero. Non qualcosa di etereo e speculativo e nemmeno di manipolabile. Un mistero che si vive nei segni sacramentali e che è reso quindi tangibile dalla forza di un Dio che sceglie un corpo mortale per salvare tutto l’uomo e che trasfigura l’umanità stessa nella vittoria della vita sulla morte. Ecco perché l’Avvento prepara al Natale, come la Quaresima prepara alla Pasqua.
Qui si legge anche la provvidenza della Chiesa che non dispone tutto e subito, ma fa gustare e pregustare la gioia che sta al centro della fede.

Questo è ciò che nelle famiglie sagge si è trasformato nel calendario dell’Avvento, un gioco per i bambini che ogni giorno permette loro di desiderare la venuta del Signore in una fede semplice e diretta, che passa attraverso il segno del tempo e della memoria.  
Oggi più che mai il cristiano ha bisogno dell’Avvento.

“La deriva commerciale delle feste che chiudono l’anno, un certo impianto sentimentalistico e l’accumulo di tante giornate festive in un periodo abbastanza breve, certamente non aiutano l’uomo contemporaneo a vivere la celebrazione del mistero dell’incarnazione in pienezza. Se la nascita di un bimbo porta sempre con sé un afflato sentimentale e induce alla poesia, il mistero del Dio fatto uomo è preludio alla sua Pasqua di morte e di risurrezione. Il suo farsi carne culmina nel dono del sangue sulla croce e coincide con il rifiuto della sua gente: «Venne fra i suoi e i suoi non l’anno accolto» (Gv 1,11). Il segmento dell’incarnazione va dunque compreso nella prospettiva più ampia del mistero pasquale” (dal Sussidio CEI 2012).

Certo la nascita di un figlio/a è l’affacciarsi della vita tra le vite, la gioia di una nuova esistenza, di nuova linfa vitale che si unisce alla nostra comunità. Ma non per tutti oggi la nascita è un dato di fatto, scontato, ovvio. Le pratiche di interruzione di gravidanza o di manipolazione delle gravidanze fanno sì che la nascita sia adombrata dal desiderio personale, dall’istinto a manipolare e rendere gestibile ogni parte dell’esistenza. Questo rende il Natale il tempo in cui riscoprire la gratuità di un dono, che se scelto permette di accedere al disegno stesso del Creatore.

La liturgia dell’Avvento, anche se scevra ormai di caratteri peculiari, nei suoi testi crea un itinerario interessante. Innanzitutto letture bibliche, testi ecologica e patristici riconducono il credente a collocare l’Incarnazione nell’unico mistero di salvezza, antidoto contro la tendenza moderna alla frammentazione. La liturgia inoltre consente al credente di essere letteralmente inondato dalla luce che promana da Betlemme, come si potrebbe osservare in una disanima che analizzasse l’impiego del lemma in tutta l’ecologia avventizia e natalizia. In fine l’Avvento obbliga a pensare che l’onnipotenza di Dio, il suo favore per l’uomo, il suo potente intervento si manifesta nella debolezza, nell’umiltà, nella precarietà della nascita nella carne, del Logos che si fa carne, che prende su di sé tutte le miserie umane.

A motivo di ciò ricordiamo le parole del papa emerito, Benedetto XVI quando scrisse:

«In questo tempo terremo fisso lo sguardo su Gesù “colui che dà origine alla fede e la porta a compimento” (Eb 12,2): in lui trova compimento ogni travaglio ed anelito del cuore umano. La gioia dell’amore, la risposta al dramma della sofferenza e del dolore, la forza del perdono davanti all’offesa ricevuta e la vittoria della vita dinanzi al vuoto della morte, tutto trova compimento nel mistero della sua Incarnazione, del suo farsi uomo, del condividere con noi la debolezza umana per trasformarla con la potenza della sua Risurrezione. In lui, morto e risorto per la nostra salvezza, trovano piena luce gli esempi di fede che hanno segnato questi duemila anni della nostra storia di salvezza».
(La porta della fede, 13).




domenica 23 novembre 2014

La fortuna di avere un Re

In questa solennità di Cristo Re, mi permetto di citare un grande cardinale italiano, l'arcivescovo emerito di Bologna, card. Giacomo Biffi.


Nella coscienza dei nostri contemporanei il non aver padroni è ritenuto un bene e una conquista. E questo può essere vero, se è riferito ai rapporti tra gli uomini, i quali tutti sono fratelli, e nessuno è autorizzato a diventare signore di uomini. Ma intesa in assoluto l’asserzione è il contrario della verità. Chi non ha un Signore, è schiavo di se stesso, della sua finitezza, della sua insipienza, del suo peccato, della sua incapacità di raggiungere ciò che il suo cuore desidera. Chi non ha un Signore, fatalmente è solo e in balìa di forze estranee e cieche.
Oggi la Chiesa ci invita a riscoprire la gioia e la fortuna di avere un Re; di avere cioè qualcuno che ci sa affrancare da noi stessi, dalle tristi eredità del nostro passato, dalle angosce del nostro limite, dalla disperata condizione di chi conosce di essere effimero eppure ha un’insopprimibile fame di vita eterna, dalla menzogna e dalla falsità delle ideologie, che sono la massima insidia alla nostra più autentica autonomia. Oggi la Chiesa ci invita a festeggiare la regalità di Cristo come il fondamento della nostra piena libertà nei confronti di tutte le persone e di tutte le istituzioni del mondo: proprio perché ci riconosciamo sudditi dell’unico vero Signore, tutte le persone e tutte le istituzioni hanno il nostro rispetto, ma nessuna ha la nostra adorazione; tutte possono sollecitare la nostra collaborazione, ma nessuna può determinare le nostre scelte esistenziali.

Card. Giacomo Biffi, Solennità di Cristo Re, 1986

Concludiamo con un passo tratto dall'omelia di Benedetto XVI del 20 novembre 2011



Gesù, il Figlio dell’uomo, il giudice ultimo delle nostre vite, ha voluto prendere il volto di quanti hanno fame e sete, degli stranieri, di quanti sono nudi, malati o prigionieri, insomma di tutte le persone che soffrono o sono messe da parte; il comportamento che noi abbiamo nei loro confronti sarà dunque considerato come il comportamento che abbiamo nei confronti di Gesù stesso. Non vediamo in questo una semplice formula letteraria, una semplice immagine! Tutta l’esistenza di Gesù ne è una dimostrazione. Lui, il Figlio di Dio, è diventato uomo, ha condiviso la nostra esistenza, sino nei dettagli più concreti, facendosi il servo del più piccolo dei suoi fratelli. Lui che non aveva dove posare il capo, sarà condannato a morire su una croce. Questo è il Re che celebriamo! Indubbiamente questo ci può sembrare sconcertante! Ancor oggi, come 2000 anni fa, abituati a vedere i segni della regalità nel successo, nella potenza, nel denaro o nel potere, facciamo fatica ad accettare un simile re, un re che si fa servo dei più piccoli, dei più umili, un re il cui trono è una croce. E tuttavia, ci dicono le Scritture, è così che si manifesta la gloria di Cristo: è nell’umiltà della sua esistenza terrena che Egli trova il potere di giudicare il mondo. Per Lui, regnare è servire! E ciò che ci chiede è di seguirlo su questa via, di servire, di essere attenti al grido del povero, del debole, dell’emarginato. Il battezzato sa che la sua decisione di seguire Cristo può condurlo a grandi sacrifici, talvolta persino a quello della vita. Ma, come ci ha ricordato san Paolo, Cristo ha vinto la morte e ci trascina dietro di Sé nella sua risurrezione. Ci introduce in un mondo nuovo, un mondo di libertà e di felicità. Ancora oggi tanti legami con il mondo vecchio, tante paure ci tengono prigionieri e ci impediscono di vivere liberi e lieti. Lasciamo che Cristo ci liberi da questo mondo vecchio! La nostra fede in Lui, che è vincitore di tutte le nostre paure, di ogni nostra miseria, ci fa entrare in un mondo nuovo, un mondo in cui la giustizia e la verità non sono una parodia, un mondo di libertà interiore e di pace con noi stessi, con gli altri e con Dio.

Ecco il dono che Dio ci ha fatto nel Battesimo!
Presbiterio della basilica di san Vitale, Ravenna

domenica 9 novembre 2014

Una basilica piena di luce.

Oggi per la festa della Deidcazione della Basilica Lateranense riproponiamo la seconda lettura dell'Ufficio tratta dai Discorsi di san Cesario ed il Sermone 337 di sant'Agostino. In particolare citiamo il grade Padre latino per il suo legame peculiare con la CAttedrale di Roma. La prima raffigurazione di sant'Agostino risale al IV secolo e si trova in prossimità della Basilica Lateranense, nell'Oratorio del Santissimo Sacramento che ingloba parti notevoli del Patriarchio.
Nella visione teologica della dedicazione della Chiesa, l'edificio "separato" e dedicato al culto esclusivo di Dio non è solo l'edificio materiale ma anche quello fatto di "pietre vive e scelte" che solo i cristiani, consacrati e "dedicati" nel Battesimo. Le due consacrazioni, quella del Battesimo e quella della Chiesa, avvengono in una forma liturgica comune perché gli stessi elementi del rito battesimale si ritrovano, in forma diversa, applicati al nuovo edificio. San Cesario riproponendo la teologia dell'edificio spirituale nel suo discorso inquadra il dies natalis della chiesa cattedrale nel mistero della Redenzione.



Dai «Discorsi» di san Cesario di Arles, vescovo

 (Disc. 229, 1-3; CCL 104,905-908)

Con gioia e letizia celebriamo oggi, fratelli carissimi, il giorno natalizio di questa chiesa: ma il tempio vivo e vero di Dio dobbiamo esserlo noi. Questo è vero senza dubbio. Tuttavia i popoli cristiani usano celebrare la solennità della chiesa madre, poiché sanno che è proprio in essa che sono rinati spiritualmente.
Per la prima nascita noi eravamo coppe dell'ira di Dio; la seconda nascita ci ha resi calici del suo amore misericordioso. La prima nascita ci ha portati alla morte; la seconda ci ha richiamati alla vita. Prima del battesimo tutti noi eravamo, o carissimi, tempio del diavolo. Dopo il battesimo abbiamo meritato di diventare tempio di Cristo. Se rifletteremo un po' più attentamente sulla salvezza della nostra anima, non avremo difficoltà a comprendere che siamo il vero e vivo tempio di Dio. «Dio non dimora in templi costruiti dalle mani dell'uomo» (At 17, 24), o in case fatte di legno e di pietra, ma soprattutto nell'anima creata a sua immagine per mano dello stesso Autore delle cose. Il grande apostolo Paolo ha detto: «Santo è il tempio di Dio che siete voi» (1 Cor 3, 17). Poiché Cristo con la sua venuta ha cacciato il diavolo dal nostro cuore per prepararsi un tempio dentro di noi, cerchiamo di fare, col suo aiuto, quanto è in nostro potere, perché questo tempio non abbia a subire alcun danno per le nostre cattive azioni. Chiunque si comporta male, fa ingiuria a Cristo. Prima che Cristo ci redimesse, come ho già detto, noi eravamo abitazione del diavolo. In seguito abbiamo meritato di diventare la casa di Dio, solo perché egli si è degnato di fare di noi la sua dimora.
Se dunque, o carissimi, vogliamo celebrare con gioia il giorno natalizio della nostra chiesa, non dobbiamo distruggere con le nostre opere cattive il tempio vivente di Dio. Parlerò in modo che tutti mi possano comprendere: tutte le volte che veniamo in chiesa, riordiniamo le nostre anime così come vorremmo trovare il tempio di Dio. Vuoi trovare una basilica tutta splendente? Non macchiare la tua anima con le sozzure del peccato. Se tu vuoi che la basilica sia piena di luce, ricordati che, anche Dio vuole che nella tua anima non vi siano tenebre. Fa' piuttosto in modo che in essa, come dice il Signore, risplenda la luce, delle opere buone, perché sia glorificato colui che sta nei cieli. Come tu entri in questa chiesa, così Dio vuole entrare nella tua anima. Lo ha affermato egli stesso quando ha detto: Abiterò in mezzo a loro e con loro camminerò (cfr. Lv 26, 11.12).
Sulla stessa linea si ritrovano le affermazioni di sant'Agostino che nel sermone 337, 2 per la dedicazione afferma: 

Pertanto, come questo edificio visibile è stato costruito per radunarci materialmente, così quell'edificio, che siamo noi stessi, è costruito per Dio che vi abiterà spiritualmente. Dice l'Apostolo: Santo è infatti il tempio di Dio che siete voi 6. A quel modo che costruiamo questo con ammassi di pietre, edificheremo quello mediante atteggiamenti di vita che vi corrispondano adeguatamente. Questo si dedica ora, nel corso di questa nostra visita, quello sarà dedicato alla fine del tempo con la venuta del Signore, quando questo nostro, corruttibile, si vestirà di incorruttibilità, e questo nostro, mortale, si vestirà di immortalità: conformerà infatti il corpo della nostra umiliazione al suo corpo glorioso. Considerate infatti il senso che vuole esprimere nel Salmo della dedicazione: Hai mutato il mio lamento in festa per me; hai lacerato la mia veste di sacco, mi hai rivestito di un abito di gioia: perché la mia gioia sia per te un canto, ed io non sia ferito. Infatti, mentre veniamo edificati, la nostra miseria rivolge a lui i suoi gemiti; ma quando saremo dedicati, la nostra gloria sarà un canto per lui: in realtà la costruzione comporta fatica, la dedicazione apporta letizia. Finché si cavano le pietre dai monti e gli alberi dai boschi, si dà loro forma, si sgrossano, si combinano insieme, è fatica e preoccupazione; ma quando si celebra la dedicazione dell'edificio compiutamente realizzato, al posto delle fatiche e delle preoccupazioni, c'è gioia e sicurezza. Così pure quanto alla costruzione spirituale: chi l'inabita, Dio, non sarà presente per qualche tempo, ma per l'eternità. Mentre gli uomini sono allontanati da una vita di infedeltà e portati alla fede, mentre viene reciso e portato via tutto ciò che in essi è l'opposto del bene e perversione, mentre si fanno connessure appropriate, senza attrito e con devozione, quante tentazioni non si temono, quante tribolazioni non si tollerano? Però, al sopraggiungere del giorno della dedicazione del tempio dell'eternità, quando ci si dirà: Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo, quale mai sarà l'esultanza, quale la perfetta sicurezza? Sarà il canto della gloria, la debolezza non si sentirà ferita. Quando ci si rivelerà colui che ci ha amato e ha dato se stesso per noi, quando colui che si mostrò agli uomini in quel che si fece nella Madre, si manifesterà loro Dio Creatore secondo quel che era nel Padre, quando egli, eternamente presente nella sua casa, all'entrarvi la troverà perfetta, adorna, costituita nell'unità, nella veste dell'immortalità, colmerà di sé tutte le cose e in tutte risplenderà, così che Dio sia tutto in tutti.

Infine nello stesso Sermone (337,5) in una dimensione escatologica Agostino descrive il valore di "opera buona" per l'eternità della costruzione di una chiesa e facendo riferimento agli elementi architettonici dell'edificio li applica alle virtù e opere buone che servono a noi fedeli per edificare il tempio spirituale: 

 
Come i nostri stessi corpi, che non sono certamente eterni, ma di durata temporanea e mortali, così pure quest'edificio è stato costruito per un certo tempo, né durerà in eterno, ed è stato costruito per i corpi, perché ne hanno avuto bisogno, mediante opere di misericordia. Riceviamo invece un'abitazione da Dio, non costruita da mani di uomo, eterna, nei cieli, là saranno celesti ed immortali anche gli stessi nostri corpi per la trasformazione della risurrezione. Ed ora, per quanto non ancora per visione, come sarà il vedere a faccia a faccia. Dio abita tuttavia in noi per la fede: e, per lui che così ci inabita, noi veniamo a costituire una dimora mediante opere buone; tali opere non sono eterne, ma conducono alla vita eterna. Una di esse è pure questo lavoro, per il quale è stata eretta questa basilica: nell'altra vita non saremo certo impegnati in costruzioni del genere. Nessun edificio fatiscente sarà costruito là dove ad abitarlo non entrerà alcuno soggetto alla morte. Attualmente il vostro lavoro realizza un bene temporale, così che la vostra ricompensa sia eterna. Attualmente, ripeto, costruite con diletto spirituale la dimora della fede e della speranza mediante ogni specie di opere di misericordia, che allora non si attueranno, in quanto non vi sarà nessuna miseria. Pertanto, gettate a fondamenta le esortazioni degli Apostoli e dei Profeti, stendetevi sopra la vostra umiltà quasi pavimento che non presenti ineguaglianze; nel vostro cuore difendete la dottrina di salvezza con le preghiere e le parole da paragonarsi a solide pareti, date ad esse chiarezza con le divine testimonianze, quasi sorgenti di luce; per i deboli rendetevi quasi sostegno di colonne, per i poveri fatevi tetto che protegge: al fine di ottenere che il Signore nostro Dio renda beni eterni per i beni temporali, e vi possieda per l'eternità perfetti e dedicati.


domenica 2 novembre 2014

Nella pace del Signore

In questa Domenica la Chiesa celebra la Commemorazione di tutti i fedeli defunti. Alla luce di quanto detto nell’Ordinamento generale del Messale romano ricordiamo l’importanza eucaristica del memento dei defunti
La Chiesa offre il sacrificio eucaristico della Pasqua di Cristo per i defunti, in modo che, per la comunione esistente fra tutte le membra di Cristo, gli uni ricevano un aiuto spirituale e gli altri il conforto della speranza (OGMR 379).

Nella celebrazione solenne di ieri in cui abbiamo contemplato il Signore che dal suo trono si china a guardare la nostra povertà fino a trasfigurare le imperfezioni per un cammino di “santità” che conduce fino a lui, oggi ricordiamo tutti coloro che ci hanno preceduto “nel segno della fede e dormono il sonno della pace” (canone Romano).

In verità, anche se non ci soffermiamo sulla storia della commemorazione di oggi, di cui si trovano diffuse notizie in tutta la rete, vogliamo solamente ricordare che quando si afferma la centralità della celebrazione eucaristica nella vita dei credenti, questo vale anche per il riguardo e la preghiera che indirizziamo ai defunti. Per essi infatti, prima ancora che venisse istituita l’odierna celebrazione, nella Messa si faceva ricordo dei cari estinti a partire dall’anafora. Il nostro testo più antico di riferimento è certamente il canone Romano che possiede all’interno della sua architettura, un memento per i vivi cui corrisponde specularmente quello per i defunti:

Ricordati, o Signore,
dei tuoi fedeli,
che ci hanno preceduto
con il segno della fede
e dormono il sonno della pace.
Dona loro, Signore,
e a tutti quelli che riposano in Cristo,
la beatitudine, la luce e la pace.

La storia di questo testo ci dice che, al contrario di oggi, il ricordo dei defunti non avveniva di domenica e che originariamente era riservato alle esequie. La prassi orientale, rappresentata da Cirillo di Gerusalemme e Giovanni Crisostomo, testimonia invece da sempre un ricordo dei defunti dopo il racconto dell’istituzione; per la tradizione alessandrina si ricorda inoltre l’Eucologio di Serapione di Tmuis che aveva il memento ma prima dell’Istituzione. (Cfr. M. Kunzler, La liturgia della Chiesa, Jaca Book, Milano 1996, 328).
L’analisi letteraria del testo citato ha fatto affermare che il memento ha una chiara struttura ed uno stile decisamente romano (Cfr.  M. Righetti, Manuale di storia liturgica, III, 414).

Il perché della nostra preghiera per i defunti è chiaramente espresso dal Catechismo della Chiesa Cattolica:
Questo insegnamento poggia anche sulla pratica della preghiera per i defunti di cui la Sacra Scrittura già parla: « Perciò [Giuda Maccabeo] fece offrire il sacrificio espiatorio per i morti, perché fossero assolti dal peccato » (2 Mac 12,45). Fin dai primi tempi, la Chiesa ha onorato la memoria dei defunti e ha offerto per loro suffragi, in particolare il sacrificio eucaristico, affinché, purificati, possano giungere alla visione beatifica di Dio. La Chiesa raccomanda anche le elemosine, le indulgenze e le opere di penitenza a favore dei defunti:

    « Rechiamo loro soccorso e commemoriamoli. Se i figli di Giobbe sono stati purificati dal sacrificio del loro padre, perché dovremmo dubitare che le nostre offerte per i morti portino loro qualche consolazione? [...] Non esitiamo a soccorrere coloro che sono morti e ad offrire per loro le nostre preghiere ». (CCC 1032).

In chiusura ricordiamo che nei confronti dei defunti la Chiesa antica ha avuto sempre chiara l’esclusione del loro culto dalle celebrazioni della domenica. La rinnovata visione teologica del culto dei defunti inserita all’interno del mistero Pasquale del Signore Risorto, che in base a Sacrosanctum Concilium 80 ha portato alla riforma del rito funebre latino, con il recupero più evidente dell’Alleluia e di due segni “pasquali”, il cero e la croce vicino il feretro, fa comprendere perché anche se domenica oggi la Chiesa inserisce i fedeli defunti nella celebrazione della Pasqua della settimana.

Anastasis nella Patriarcale Basilica di san Marco a Venezia
Assieme ai tuoi santi fa’ che riposino, o Cristo, le anime dei tuoi servi, là dove non vi è affanno, né dolore, né gemito, ma vita sempiterna. (Dal Tropario bizantino della Commemorazione dei fedeli defunti).

sabato 1 novembre 2014

Buona solennità di Tutti i Santi!

Dalla prima lettera di san Pietro Apostolo.                        
1,3-9; 13-21

Rubens, Consegna delle chiavi
Sia benedetto Dio e Padre del Signore nostro Gesù Cristo; nella sua grande misericordia egli ci ha rigenerati, mediante la risurrezione di Gesù Cristo dai morti, per una speranza viva, per una eredità che non si corrompe, non si macchia e non marcisce. Essa è conservata nei cieli per voi, che dalla potenza di Dio siete custoditi mediante la fede, per la vostra salvezza, prossima a rivelarsi negli ultimi tempi.

Perciò siete ricolmi di gioia, anche se ora dovete essere un pò afflitti da varie prove, perché il valore della vostra fede, molto più preziosa dell'oro, che, pur destinato a perire, tuttavia si prova col fuoco, torni a vostra lode, gloria e onore nella manifestazione di Gesù Cristo: voi lo amate, pur senza averlo visto; e ora senza vederlo credete in lui. Perciò esultate di gioia indicibile e gloriosa, mentre conseguite la mèta della vostra fede, cioè la salvezza delle anime.

Perciò, dopo aver preparato la vostra mente all'azione, siate vigilanti, fissate ogni speranza in quella grazia che vi sarà data quando Gesù Cristo si rivelerà. Come figli obbedienti, non conformatevi ai desideri d'un tempo, quando eravate nell'ignoranza, ma ad immagine del Santo che vi ha chiamati, diventate santi anche voi in tutta la vostra condotta; poiché sta scritto: Voi sarete santi, perché io sono santo. E se pregando chiamate Padre colui che senza riguardi personali giudica ciascuno secondo le sue opere, comportatevi con timore nel tempo del vostro pellegrinaggio. Voi sapete che non a prezzo di cose corruttibili, come l'argento e l'oro, foste liberati dalla vostra vuota condotta ereditata dai vostri padri, ma con il sangue prezioso di Cristo, come di agnello senza difetti e senza macchia. Egli fu predestinato gia prima della fondazione del mondo, ma si è manifestato negli ultimi tempi per voi. E voi per opera sua credete in Dio, che l'ha risuscitato dai morti e gli ha dato gloria e così la vostra fede e la vostra speranza sono fisse in Dio.


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