sabato 28 febbraio 2015

Seconda Domenica di quaresima

    Il più antico documento letterario della religione cristiana che possa essere datato, immediatamente posteriore al tempo degli apostoli, è la lettera di Clemente Romano ai Corinzi scritta nell’ultima decade del primo secolo. E’ interessante osservare il mutamento avvenuto nel modo di pensare dei Cristiani ad appena trent’anni dalla morte di Paolo. Quest’ultimo aveva scritto alla comunità dei Corinzi nell’intenzione di appianarne le controversie ; Clemente, vescovo di Roma, si rivolge alla medesima comunità perché essa rifiutava di riconoscere l’autorità del proprio vescovo : nelle forme della antica arte retorica, adducendo molti esempi, dimostra loro gli effetti tragici della sedizione e della disobbedienza. Quando poi arriva al punto in cui è necessario introdurre il topos più terrificante, che, cioè, le discordie intestine travolsero grandi regni, Clemente si astiene dal dare esempi per timore di addentrarsi eccessivamente nella storia pagana e profana, ma applica senza esitare le regole dell’eloquenza politica : il tema da lui suggerito, ad esempio, è sempre stato propagandato dai poeti, dai sofisti e da moltissimi uomini di governo della polis greca classica. Da Origene, Eusebio e Girolamo, l'autore di questa lettera è identificato con il "collaboratore" di S.Paolo, nominato nell'epistola ai Filippesi (4, 3). Secondo Ireneo, Clemente sarebbe stato il terzo successore di Pietro sulla cattedra di Roma: Pietro, Lino, Cleto e Clemente. La prima lettera di Clemente venne già utilizzata e citata nella lettera di s. Policarpo. La lettera scritta da Clemente Romano alla comunità di Corinto in Grecia verso il 96-98 d.C., la si assume generalmente come il documento patristico più antico. Si tratta di un intervento autorevole della chiesa di Roma negli affari interni della chiesa di Corinto.
 
Per questa seconda domenica di Quaresima ho scelto un brano della Lettera (16,12) in cui il riferimento al Cristo umile, descritto a partire da un parafrasi dei Canti del Servo del Signore del profeta Isaia, e in cui il Signore stesso è colui che mostra la luce. In questa domenica, illuminata dallo sfolgorio della Trasfigurazione, il testo mi sembra incisivo perché mette insieme la luminosità di Cristo in previsione del suo cammino sofferente fino alle sorgenti della luce nella Pasqua.

Icona del Nymphios, opera di Maria Galie
«Cristo è degli umili, non di chi si eleva sul suo gregge. Lo scettro della maestà di Dio, il Signore Gesù Cristo, non venne nel fragore della spavalderia e dell'orgoglio - e l'avrebbe potuto - ma nell'umiltà di cuore, come lo Spirito Santo ebbe a dire di lui: "Signore, chi credette alla nostra voce? e il braccio del Signore a chi fu rivelato? Noi l'annunciammo alla sua presenza: egli è come un fanciullo, come una radice nella terra assetata; non ha apparenza nè gloria. Noi lo vedemmo, non aveva una bella apparenza, ma l'aspetto suo era spregevole, lontano dall'aspetto degli uomini. Come l'uomo che è nel dolore e nel travaglio e che sa sopportare l'afflizione perché nasconde il suo volto, non fu onorato e tenuto in considerazione. Egli porta i nostri peccati e soffre per noi, e noi l'abbiamo considerato punito, castigato da Dio e umiliato. Egli fu ferito per i nostri peccati e tribolato per le nostre malvagità. Il castigo che ci dà salvezza è su di lui; fummo risanati per le sue lividure. Tutti come pecore eravamo sbandati; l'uomo si era sviato dal suo cammino. E il Signore diede lui per i nostri peccati, e lui per essere stato maltrattato, non apre bocca. Come pecora fu condotto al macello e come l'agnello muto davanti a chi lo tosa, così egli non apre la sua bocca. Nell'umiliazione fu tolta la sua condanna.
Chi spiegherà la sua generazione? La sua vita è presa dalla terra. Per le malvagità del mio popolo è giunto alla morte. E darò i malvagi in cambio della sua sepoltura e i ricchi in cambio della sua morte. Se fate sacrifici per il peccato, la vostra anima vedrà una lunga posterità. E il Signore vuole liberarlo dall'afflizione della sua anima, mostrargli la luce e plasmarlo con l'intelligenza e giustificare il giusto che si fa servo di molti; ed egli porterà i loro peccati. Per questo egli erediterà molti e dividerà le spoglie dei forti come ricompensa, poiché fu consegnata alla morte la sua anima, e fu considerato tra i malvagi. Egli portò i peccati di molti e fu tradito per i loro peccati". E di nuovo egli dice: "Io sono un verme e non un uomo, obbrobrio degli uomini e disprezzo del popolo. Tutti quelli che mi vedono mi scherniscono, parlano tra le labbra e scuotono il capo: ha sperato nel Signore, Lui lo liberi, lo salvi se lo vuole". Vedete, carissimi, quale modello ci è dato! Se il Signore si è umiliato a tal punto, che cosa faremo noi che, per mezzo suo, siamo giunti sotto il giogo della sua grazia?»
 
Prima lettera ai Corinzi di san Clemente Romano 16,12.


mercoledì 25 febbraio 2015

"Chiedi a Dio con costante e intensa preghiera" Regola di san Benedetto (Prologo 4)


All’apertura della Quaresima, la Chiesa ogni anno ricorda che il tempo di preparazione alla Pasqua si deve declinare sul tripode della preghiera del digiuno e della elemosina. Se negli anni ho sempre potuto ascoltare con intimo compiacimento, interesse e partecipazione ciò che i pastori hanno spiegato circa il digiuno e la carità verso il prossimo, aspetti basilari della fede, che opera mediante la carità (Gal 5,6) e mezzi che aiutano a ridimensionare il mondo materiale in un contesto in cui esso tenta di fagocitare ed assorbire le nostre energie, allo stesso modo la delusione è grande nell’ascoltare ciò che in vario modo si dice sulla preghiera.

La delusione nasce dalla banale proposta che da più parti si  rivolge ai cristiani perché la preghiera, in Quaresima, si faccia più abbondante e più motivata.

Ma di quale preghiera si sta parlando? Che cosa significa che il cristiano nel tempo di quaresima deve “pregare di più”? Quale preghiera deve intensificare e fare propria?

Innanzi tutto vorrei sottolineare che la Quaresima, prima di tutto, è un tempo liturgico. E proprio la Liturgia, preghiera della Chiesa, ricorda quanto il fedele si debba impegnare nel colloquio intimo con il Signore quando nel Prefazio di quaresima I afferma:

Ogni anno tu doni ai tuoi fedeli
di prepararsi con gioia,
purificati nello spirito,
alla celebrazione della Pasqua,
perché, assidui nella preghiera e nella carità operosa,
attingano ai misteri della redenzione
la pienezza della vita nuova
in Cristo tuo Figlio, nostro Salvatore.

Quindi in questo tempo, la preghiera si intensifica e credo sia evidente che proprio la preghiera liturgica debba essere maggiormente frequentata.

Ognuno prega, ovviamente, come lo Spirito, l’educazione e la personale sensibilità suggeriscono.
Ma non è solo aumentando la quantità numerica della preghiera che si risponde all’invito ad incrementare l’impegno nell’orazione. Penso invece, leggendo soprattutto i testi eucologici, che la strada sia segnata proprio dalla Liturgia. Letture bibliche, patristiche, collette, antifone e orazioni, tutto acquista una ricchezza tale che solo fermarsi a meditare su alcuni brani che la Chiesa offre durante i quaranta giorni che precedono la Pasqua, si può riuscire a percepire quale abbondanza di temi di meditazione e di intenzioni di preghiera personale si possono trovare.
Il percorso quindi è segnato da due possibili tappe. La prima è il Lezionario, della Messa e della Liturgia delle Ore. Con i mezzi informatici e con il progresso delle pubblicazioni liturgiche sono a nostra disposizioni tutti i brani scritturisti che la Chiesa ha stabilito e assegnato alla Quaresima. Diventa quindi fondamentale per il credente impegnarsi nella frequentazione della Parola di Dio come principale forma di preghiera.

«In tutto il periodo quaresimale, la Chiesa ci offre con particolare abbondanza la Parola di Dio. Meditandola ed interiorizzandola per viverla quotidianamente, impariamo una forma preziosa e insostituibile di preghiera, perché l’ascolto attento di Dio, che continua a parlare al nostro cuore, alimenta il cammino di fede che abbiamo iniziato nel giorno del Battesimo. La preghiera ci permette anche di acquisire una nuova concezione del tempo: senza la prospettiva dell’eternità e della trascendenza, infatti, esso scandisce semplicemente i nostri passi verso un orizzonte che non ha futuro. Nella preghiera troviamo, invece, tempo per Dio, per conoscere che “le sue parole non passeranno” (cfr Mc 13,31), per entrare in quell’intima comunione con Lui “che nessuno potrà toglierci” (cfr Gv 16,22) e che ci apre alla speranza che non delude, alla vita eterna». (Benedetto XVI, Messaggio per la Quaresima 2011)

Il tutto affinché si realizzi quello che scriveva san Pietro Crisologo: «Il digiuno è l'anima della preghiera e la misericordia la vita del digiuno, perciò chi prega digiuni. Chi digiuna abbia misericordia. Chi nel domandare desidera di essere esaudito, esaudisca chi gli rivolge domanda. Chi vuol trovare aperto verso di sé il cuore di Dio non chiuda il suo a chi lo supplica» (Sermo 43: PL 52, 320. 332).



Dalla Parola di Dio deriva, come seconda tappa una puntuale attenzione alla preghiera per eccellenza, l’oratio Dominica, la Preghiera del Signore, il Padre nostro. Qui ricordo la ricchezza di quanto disse san Cipriano nel suo testo dedicato al Pater:

Egli fra gli altri salutari suoi ammonimenti e divini precetti, con i quali venne in aiuto al suo popolo per la salvezza, diede anche la norma della preghiera, ci suggerì e insegnò quel che dovevamo domandare. Colui che ha dato la vita, ha insegnato anche a pregare, con la stessa benevolenza con la quale sì è degnato di dare e fornire tutto il resto; e ciò perché parlando noi al Padre con la supplica e l'orazione che il Figlio insegnò, fossimo più facilmente ascoltati.
Aveva già predetto che sarebbe venuta l'ora in cui i veri adoratori avrebbero adorato il Padre in spirito e verità, ed egli adempì la promessa perché noi, ricevendo dalla sua santificazione lo spirito e la verità, adorassimo veramente e spiritualmente in grazia del suo dono.
Quale orazione infatti può essere più spirituale di quella che ci è stata data da Cristo, dal quale ci è stato mandato anche lo Spirito Santo? Quale preghiera al Padre può essere più vera di quella che è stata proferita dalla bocca del Figlio, che è verità? Pregare diversamente da quello che egli ci ha insegnato non sarebbe soltanto ignoranza ma anche colpa, avendo egli stesso affermato: Respingete il comandamento di Dio, per osservare la vostra tradizione! (cfr. Mc 7, 9).
Preghiamo, dunque, fratelli, come Dio, nostro Maestro, ci ha insegnato. E` preghiera amica e familiare pregare Dio con le sue parole, far salire ai suoi orecchi la preghiera di Cristo.
Riconosca il Padre le parole del Figlio suo quando preghiamo; egli che abita dentro il nostro cuore, sia anche nella nostra voce. E poiché è nostro avvocato presso il Padre, usiamo le parole del nostro avvocato, quando, come peccatori, supplichiamo per i nostri peccati. Se egli ha detto che qualunque cosa chiederemo al Padre nel suo nome ci sarà data, impetreremo più efficacemente quel che domandiamo in nome di Cristo, se lo domanderemo con la sua preghiera. (Trattato sul Padre nostro, Cap. 1-3; CSEL 3, 167-168).

La terza tappa che deriva prevede che la grande preghiera della Chiesa da intensificare nella prassi del singolo cristiano è, oltre la celebrazione eucaristica che ne è la più sublime espressione1, certamente la maggiore frequentazione della Liturgia delle Ore «che estende alle diverse ore del giorno le prerogative del mistero eucaristico, ‘centro e culmine di tutta la vita della comunità cristiana’: la lode e il rendimento di grazie, la memoria dei misteri della salvezza, le suppliche e la pregustazione della gloria celeste. La celebrazione dell'Eucaristia viene anche preparata ottimamente mediante la Liturgia delle Ore, in quanto per suo mezzo vengono suscitate e accresciute le disposizioni necessarie alla fruttuosa celebrazione dell'Eucaristia, quali sono la fede, la speranza, la carità, la devozione e il desiderio dell'abnegazione di sé». (PNLO 12).

Si evidenzia, in un percorso di questo tipo, che la pastorale delle nostre diocesi e delle nostre parrocchie, come già lodevolmente avviene in molteplici luoghi, dovrebbe sempre più offrire ai fedeli cristiani la possibilità di accedere più facilmente alle ore cardine della preghiera della Chiesa, celebrate in forma comunitaria e possibilmente curate, senza tralasciare il canto e la solennità che si addice alla consapevolezza di offrire al popolo di Dio la preghiera “più bella e intensa” di tutto l’anno liturgico grazie al fine pasquale cui tende. Cattedrali, parrocchie e chiese di ordini religiosi dovrebbero quindi diventare il centro nevralgico della pratica quaresimale, i luoghi privilegiati cui accorrere per attingere alle sorgenti della preghiera, per alimentare il digiuno e sostenere la carità.
Fedeli ortodossi riuniti per la compieta ed il canto del grande Canone di Andrea di Creta.





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1«La celebrazione della Messa, in quanto azione di Cristo e del popolo di Dio gerarchicamente ordinato, costituisce il centro di tutta la vita cristiana per la Chiesa universale, per quella locale, e per i singoli fedeli. Nella Messa, infatti, si ha il culmine sia dell’azione con cui Dio santifica il mondo in Cristo, sia del culto che gli uomini rendono al Padre, adorandolo per mezzo di Cristo Figlio di Dio nello Spirito Santo. In essa inoltre la Chiesa commemora, nel corso dell’anno, i misteri della redenzione, in modo da renderli in certo modo presenti. Tutte le altre azioni sacre e ogni attività della vita cristiana sono in stretta relazione con la Messa, da essa derivano e ad essa sono ordinate» (OGMR 16).

venerdì 20 febbraio 2015

Buona Quaresima

"Non è piuttosto questo il digiuno che voglio:
sciogliere le catene inique, togliere i legami del giogo,
rimandare liberi gli oppressi e spezzare ogni giogo?
Non consiste nel dividere il pane con l’affamato,
nell’introdurre in casa i miseri, senza tetto,
nel vestire chi è nudo,
senza distogliere gli occhi da quelli della tua gente?
"

(Is 58, 6-7)



 
Il digiuno quaresimale può ridursi a gesto simbolico, che preveda solo un’astensione totale o parziale da cibi e bevande? Certo in una società opulenta il digiuno risulta anche una piacevole alternativa ad una tavola sempre imbandita. La privazione invece deve aprirsi alla generosità: "digiunare" per se stessi, da ogni comportamento egoistico ed autosufficiente, che tende ad assolutizzare ogni bene materiale; "digiunare per gli altri", coltivando la carità fraterna, la solidarietà verso il prossimo, l’aiuto verso i bisognosi. Nel volto del fratello si rivela il volto di Cristo povero e bisognoso, "affinché Colui che vede dentro ti dica: Ecco sono qui!". Ciò sia fatto nel segno della gioia e del buon animo, deponendo tristezza, brontolii e fastidi, atteggiamenti che possono inficiare anche la bontà dell’azione che si sta realizzando.


DALLE "ESPOSIZIONI SUI SALMI" DI SANT’AGOSTINO VESCOVO 
(En. in Ps. 42, 7-8)


Le ali della tua preghiera


In un salmo è detto: Io dissi: Signore, abbi pietà di me, risana l'anima mia, perché ho peccato contro di te (Ps 4, 5). Questa supplica, fratelli, è sicura; ma vigilate nelle opere buone. Toccate il salterio obbedendo ai comandamenti, toccate la cetra, sopportando le passioni. Spezza il tuo pane per chi ha fame (Is 58, 7), ha detto Isaia; non credere che sia sufficiente il digiuno. Il digiuno ti mortifica, non soccorre gli altri. Saranno fruttuose le tue privazioni se donerai ad altri con larghezza. Ecco, hai defraudato la tua anima; a chi darai ciò che ti sei tolto? dove porrai ciò che hai negato a te stesso? Quanti poveri potrebbe saziare il pranzo che noi oggi abbiamo interrotto! Il tuo digiuno deve essere questo: mentre un altro prende cibo, godi di nutrirti della preghiera per la quale sarai esaudito. Continua infatti Isaia: Mentre ancora tu parli, io ti dirò: ecco son qui; se spezzerai di buon animo il pane a chi ha fame (Is 58, 9-10); perché di solito ciò vien fatto con tristezza e brontolando, per evitare il fastidio di colui che chiede, non per ristorare le viscere di chi ha bisogno. Ma Dio ama chi dona con letizia (2 Cor 9, 7). Se avrai dato il pane con tristezza, hai perduto il pane e il merito. Fa' dunque questo di buon animo, affinché colui che vede dentro mentre ancora stai parlando ti dica: Ecco son qui. Con quanta celerità sono accolte le preghiere di coloro che operano il bene! Questa è la giustizia dell’uomo in questa vita, il digiuno, l’elemosina, la preghiera. Vuoi che la tua preghiera voli fino a Dio? Donale due ali: il digiuno e l'elemosina. Così ci trovi, così tranquilli ci scopra la luce di Dio e la verità di Dio, quando verrà a liberarci dalla morte Colui che già è venuto a subire la morte per noi. Amen.



IN BREVE...

Quando un cristiano accoglie un cristiano, le membra servono alle membra e il Capo, Cristo, ne gioisce e conta come dato a sé ciò che si dona a un membro suo. Quaggiù sia nutrito Cristo affamato, assetato riceva la bevanda, nudo sia vestito, forestiero sia accolto, infermo sia visitato. Questo è necessario durante il viaggio. Così si deve vivere in questo esilio, dove Cristo è bisognoso. È bisognoso nei suoi, ricco di ogni cosa in se stesso. (Serm. 263, 3)

Fonte: dal sito delle opere di sant'Agostino Augustinus.it 

domenica 8 febbraio 2015

L'itinerario spirituale del Cristiano. Recensione al libro di Don Damiano Fiume

«La Chiesa militante alcun figliuolo
non ha con più speranza, com' è scritto
nel Sol che raggia tutto nostro stuolo:

però li è conceduto che d’Egitto
vegna in Ierusalemme per vedere,
anzi che ’l militar li sia prescritto.


Par XXV, 52-57

Da qui vorrei cominciare per poter parlare del libro di un amico, Don Damiano Fiume, Sulla strada per Gerusalemme. Percorsi dell’anima alla sequela di Gesù, per i tipi della Viver In.

Vorrei quindi scegliere due percorsi, strettamente legati, che da una visione breve della facciata siano in grado di rivelare la struttura interna del volume.
Per il primo percorso, dall’Egitto a Gerusalemme, prendiamo ispirazione da Dante. Nel viaggio in visione che egli compie nel Paradiso, San Pietro lo interroga sulla fede; qui, nei versi citati in esergo, il dialogo si svolge con san Giacomo sulla Speranza ed in seguito, con san Giovanni, Dante si confronterà sulla carità. Nella sua risposta il poeta presenta uno spiraglio che apre la vista sulla Gerusalemme del cielo. Dante esule ed umanamente sconfitto dichiara che la Chiesa non ha un figlio più speranzoso di lui. Nel momento in cui egli sta per penetrare in in una dimensione sovrannaturale il suo sguardo si volge indietro, per indagare la sua interiorità e poi nuovamente in avanti, alla vera patria che lo attende. Nel poetare di Dante questi due orizzonti sono biblicamente evocati con l’Egitto - luogo d’esilio per il popolo di Israele ma anche luogo di rivelazione da parte di Dio che vuole intervenire a favore del suo popolo - e Gerusalemme

«Guardai: non c'era nessuno capace di consigliare, nessuno da interrogare per avere una risposta» (Is 41,28). La voce del profeta Isaia ci mette di fronte al dato di fatto che oggi l’uomo è smarrito, non ha più un percorso fatto di segnaletica, perché le precedenti generazioni l’hanno divelta e non rimpiazzata (Cfr. K. Vonnegut). Tutto questo provoca lo smarrimento che non è nel vuoto ma in una massa di informazioni, di indicazioni di strade che la cultura contemporanea offre all’uomo in ricerca, anche grazie ad uno strumento come internet. Oggi nel parlare si dice navigare in internet ma questo navigare implica, come affermava il card. Ravasi, che l’uomo 

«È il moderno Ulisse che non ha alle spalle nessuna Itaca e, quindi, non sa dove volgere la prua della sua nave per trovare una meta. È l'uomo smarrito di oggi, che all'esterno ostenta sicurezza e certezza, mentre nell'anima è spaesato, stranito, senza bussola morale».

     La necessità è quindi quella di recuperare la meta, l’orientamento nell’abbondanza di itinerari possibili. La difficoltà quotidianamente riscontrabile, indicata dalla voce profetica, è anche quella di non trovare “nessuno da interrogare per avere una risposta”. Eppure la Chiesa, nei suoi pastori e nei fedeli che si mettono in ricerca, che camminano insieme a chi vuole veramente trovare una via nella fede, è la realtà che ci accoglie e ci guida. Si trova la guida nel pastore, il sacerdote della parrocchia, che si impegna in una vita donata a servizio della propria comunità, del popolo che gli è affidato che ci mostra la via. Siamo noi laici che nella fedeltà al Vangelo che abbiamo ricevuto ci mettiamo sulla strada per Gerusalemme, nella formazione e nella celebrazione del mistero della salvezza.

In questo è stato chiaro il santo padre Francesco che nella catechesi dell’Udienza generale del 19 novembre 2014 ha parlato della vocazione alla santità che accomuna tutti i cristiani, un dono offerto a tutti, nessuno escluso. Il papa ha elencato alcuni semplici e piccoli passi che ognuno di noi, in famiglia, sul posto di lavoro, a seconda della nostra condizione di vita, può compiere per realizzare questa vocazione. In qualsiasi momento e stato di vita, ha sottolineato, è stata aperta la strada verso la santità; l’unica cosa che chiede il Signore è essere in comunione con Lui e al servizio dei fratelli. Il cammino verso la santità, infatti, non si percorre da soli, ha sottolineato Papa Francesco, “ma si percorre insieme, in quell’unico corpo che è la Chiesa, amata e resa santa dal Signore Gesù Cristo”.
   


Il secondo percorso, riprendendo idealmente il mosaico dell’arco trionfale di santa Maria Maggiore, primo tempio mariano della nostra Città, va da Betlemme a Gerusalemme. In questa via si innesta il libro di don Damiano, che vede la crescita del credente proprio nel procedere dalla nascita (Betlemme) fino alla formazione completa che tende al Signore (Gerusalemme). Sant’Agostino nel formare i catecumeni che si accostavano al battesimo (Sermones 212-215) più volte ritornava al tema paolino sulla diversità dei cibi necessari ai diversi livelli di vita cristiana e di comprensione della fede. Nel suo testo don Damiano ripercorre la via della formazione umana e cristiana, offerta nelle parrocchie, volendo focalizzare l’attenzione su ciò che è essenziale, in metafora sui cibi adatti al cammino verso la meta.  

E qui Gerusalemme mi rimanda a due visioni. Nella storia la città medievale prima e la chiesa edificio (monastero) poi, sono state immagine ideale della Gerusalemme del cielo, attraverso particolari segni capaci di instaurare significativi riferimenti simbolici.

La prima visione
mi deriva dal quadruplice senso con cui i medievali interpretavano la sacra Scrittura e che è stato applicato a Gerusalemme che nel senso letterale è la città che molti di noi hanno visitato, capitale di un regno, città santa alle tre grandi religioni monoteistiche; nel senso allegorico si tratta della Chiesa in cui noi siamo pietre vive e scelte; in senso etico è “l’itinerario spirituale del cristiano” ed in fine nel senso anagogico la Città di Dio cui noi tutti tendiamo. 
Ecco una tappa sensazionale in cui quel “sulla strada di Gerusalemme” ci accomuna tutti. Viviamo nella concretezza della nostra città, siamo parte di una Chiesa viva, dobbiamo tendere nel nostro quotidiano credere a conformarci sempre più al Cristo di modo che dalla fede ne sgorghi, per mezzo dello Spirito, una fede “operosa mediante la carità” (Gal 5,6) così da poter vivere ed agire come Cristo. Ma tutto questo perché? Perché vediamo, percepiamo, dalla frequentazione della Parola di Dio e dei sacramenti, la luce di quella nuova Gerusalemme che nel simbolismo “biblico e cristiano giunge a tracciare un asse ideale dell’universo che, partendo dalle profondità cosmiche, tende alla perfezione escatologica, passando dal centro del tempo e dello spazio: il luogo della morte e della risurrezione di Cristo”. 

La seconda visione
è quella della ricomposizione dell’infranto. Le sofferenze e le debolezze che ci portiamo addosso non sono qualcosa dal quale fuggire. Cristo accoglie i malati e li guarisce, non li teme e non li giudica, perché il medico viene per i malati. Di fronte a tutte le nostre fragilità, siamo dinnanzi ad equilibri che si infrangono e la soluzione non è fuggire nel sogno, nella favola, nel virtuale di un mondo fatto a nostro piacimento. Solo ciò che è infranto può essere ricomposto e solo ciò che è ferito può essere guarito. Cristo con la sua morte non ricompone, ma sana, rigenera e risana facendo nuove tutte le cose. Dove incontro questo Cristo se non nell’ascolto della Parola di Dio e nella celebrazione dell’eucaristia? In essa la memoria, il ricordo che si sostituisce al presente, lascia lo spazio al memoriale, all’evento della morte e risurrezione di Cristo che non è solo ricordato ma vissuto intimamente, non un ologramma indefinito ma una presenza viva e vivificante. Questo il percorso che delinea don Damiano, in un tentativo di ricondurre alla valore della celebrazione eucaristica come fonte di vita nuova nella fede, come scriveva Alda Merini:

«Questa è la fede, e questo è lui,
che ti cerca per ogni dove
anche quando tu ti nascondi
per non farti vedere».

In conclusione mi permetto di sottolineare che in un contesto come il nostro in cui siamo sommersi di parole il libro di don Damiano deve essere inquadrato in un’esperienza cristiana differente che potremmo ricondurre alle parole di una grande mistica e Dottore della Chiesa, santa Teresa d’Avila, che affermava: «Altro ottimo mezzo per raccogliervi e pregar bene vocalmente è di aiutarvi con un buon libro in lingua parlata» (Cam. 26, 10; cfr. Vit. 4, 8-9) e anche «Il mio metodo di orazione era nel far di tutto per tener presente dentro di me Gesù Cristo, nostro Bene e Signore. Se meditavo una scena della sua vita, cercavo di rappresentarmela nell'anima. Però mi piaceva di più leggere buoni libri, nei quali era tutto il mio sollievo». (Vita, 4, 7). 

domenica 1 febbraio 2015

Credere in Cristo

Sinagoga di Cafarnao
Trovo nei Padri della Chiesa, in particolare per oggi, Ambrogio e Agostino, una fonte inesauribile di intelligente accostarsi alla sacra Scrittura. 
A commento della liturgia odierna, in cui abbiamo la possibilità di avvicinarci alla personalità stessa del Signore Gesù, maestro e taumaturgo, inizio il mio percorso riferendomi ad un brano del grande vescovo di milano, Ambrogio. Egli parlando della potenza guaritrice di Gesù per coloro che entrano in contatto con lui, afferma: 


È la fede che tocca Cristo; è la fede che lo vede. Non è il nostro corpo che lo tocca; non lo afferrano gli occhi della nostra natura. Infatti vedere senza percepire, non è vedere; sentire senza comprendere, non è sentire, né è toccare se non tocchiamo con la fede…
Se consideriamo la misura della nostra fede e se comprendiamo la grandezza del Figlio di Dio, vediamo che, in rapporto a lui, possiamo toccare soltanto la frangia; la parte superiore del suo mantello non la possiamo raggiungere. Se dunque vogliamo anche noi essere guariti, tocchiamo mediante la fede la frangia del mantello di Cristo. Egli non ignora quanti toccano la frangia del suo mantello, anche se la toccano mentre è voltato di spalle. Infatti Dio non ha bisogno di occhi per vedere; non ha sensi corporali, ma possiede in lui la conoscenza di ogni cosa. Beato dunque chi tocca almeno l’estremità del Verbo; chi può infatti afferrarlo interamente?
Bernini, Altare della Cattedra,
Basilica di san Pietro in Vaticano.
Particolare di sant'Ambrogio
Oggi il Vangelo ci parla di "spirito impuro", quasi con delicatezza il testo evangelico chiude sulla malattia dell'ebreo presente in sinagoga e ha permesso che la fantasia, di biblisti e non solo, interpreti quest'espressione con possessioni, malattie psichiche e quant'altro. In realtà preferisco contemplare non lo spirito impuro che riconosce Gesù "il santo di Dio", quanto l'autorità stessa di Gesù Maestro che insegna in sinagoga e comanda agli spiriti. Ambrogio riferendosi all'emorroissa che guarisce toccando il lembo della veste di Cristo, consegna a noi un parametro di interpretazione che parte dalla fede. Una fede che come prima cosa riconosce di essere minima, in cui il credente si riconosce "piccolo" di fronte alla grandezza di Dio. Una fede però che spinge a cercare una ralazione con il Signore, un contatto che anche se marginale, guarisce e che dopo la salvezza esulta nel grido di gioia dell'antifona d'ingresso della IV domenica del Tempo Ordinario: 

Salvaci, Signore Dio nostro, e raccoglici da tutti i popoli,
perché proclamiamo il tuo santo nome e ci gloriamo della tua lode.
Salvos nos fac, Dómine Deus noster, et cóngrega nos de natiónibus, ut confiteámur nómini sancto tuo, et gloriémur in laude tua.
Sancta Sanctorum,
primo affresco raffigurante
sant'Agostino
In merito al discorso sulla fede, che non è mera speculazione intellettuale ma principalmente adesione a una Persona, ho pensato fosse utile riferirmi a due brani di sant'Agostino in cui egli distingue, sulla scia della grammatica teologica di Giovanni e dell'uso che egli fa del verbo pisteuo, un atto di fede che si distingue in un credere Christum, come semplice accettazione della sua esistenza e del suo messaggio, credere Christo come riconoscimento della sua autorità in quanto maestro, come descritto nelle parole dei presenti nella sinagoga di Cafarnao mentre Gesù insegna ed infine il credere in Christo, vera forma della fede in cui non si ha solo un vago riconoscere la sua esistenza ed il suo messaggio ma si riesce ad instaurare con lui un rapporto di intima relazione, in un rapporto io-tu.
Dice Agostino: 

Questa è l'opera di Dio: credere in colui che egli ha mandato (Gv 6, 29). Dice credere in lui, non "credere a lui". Sì, perché se credete in lui, credete anche a lui; non però necessariamente chi crede a lui, crede anche in lui. I demoni credevano a lui, ma non credevano in lui. Altrettanto si può dire riferendoci agli Apostoli: crediamo a Paolo, ma non crediamo in Paolo; crediamo a Pietro, ma non crediamo in Pietro. Ecco, a chi crede in colui che giustifica l'empio, la sua fede gli è tenuta in conto di giustizia (Rm 4, 5). Che significa dunque credere in lui? Credendo amarlo e diventare suoi amici, credendo entrare nella sua intimità e incorporarsi alle sue membra. Questa è la fede che Dio vuole da noi; ma che non può trovare in noi se egli stesso non ce la dà. E' questa la fede che in un altro passo l'Apostolo definisce in modo perfetto dicendo: In Cristo Gesù non è la circoncisione che conta o la incirconcisione, ma la fede che opera nella carità (Gal 5, 6). Non una qualunque fede, ma la fede che opera nella carità. Sia questa la tua fede, e comprenderai quanto occorre circa la dottrina. Cosa comprenderai? Che questa dottrina non è mia, ma di colui che mi ha mandato (Gv 7, 16); cioè comprenderai che Cristo Figlio di Dio, che è dottrina del Padre, non è da sé, ma è Figlio del Padre.

Spiegando ancora cosa significhi realmente credere in Cristo, afferma: 

Ma c'è gran differenza se uno crede nell'esistenza di Cristo e se crede in Cristo. Giacché anche i dèmoni hanno creduto che Cristo esiste, eppure i dèmoni non hanno creduto in Cristo. Crede infatti in Cristo colui che ripone la sua speranza in Cristo ed ama Cristo. Poiché, se ha una fede senza speranza e senza amore, crede nell'esistenza di Cristo, non crede in Cristo. Perciò in chi crede in Cristo, in lui Cristo viene, proprio per la fede in Cristo; egli in certo qual modo si unisce a Cristo e risulta quale membro nel corpo di lui. Ciò non si può verificare se non si aggiunge e la speranza e la carità.

Infine, come emerge più volte nel Nuovo Testamento, credere significa cooperare con la Persona cui si presta la propria fede. Del resto questo è normale. Se credo in Cristo, e sono unito a lui, percepisco la sua personalità e sono affascinato dall'intimità che ne sgorga sono spinto, proprio per amore, a seguire il suo insegnaemnto, a fare la sua volontà, a cooperare con Lui nel bene! Su questo Agostino dice: 

A nulla serve pronunciare il nome di Cristo, né ricevere i sacramenti di Cristo, quando ci si rifiuta di credere in Cristo. E credere in Cristo è credere in colui che giustifica l'empio (cf. Rm 4, 5), credere nel mediatore senza il quale non possiamo essere riconciliati con Dio, credere nel salvatore che è venuto a cercare e salvare ciò che era perduto (cf. Lc 19, 10), credere in colui che dice: Senza di me non potete far nulla (Gv 15, 5). Chi dunque, ignorando la giustizia di Dio con la quale l'empio è giustificato, vuol stabilire la propria per giustificarsi da sé, non può credere in Cristo.

 
Madonna col Bambino in trono tra i santi Giovanni evangelista e Agostino,
Pietro Perugino, 1494
chiesa di Sant'Agostino a Cremona.

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