domenica 26 aprile 2015

Cristo come principio e sorgente da cui provengono la Redenzione umana e la Chiesa

Nella serata di giovedì 23 aprile 2015 nella Basilica Papale di san Paolo fuori le mura è stato presentato il nuovo libro dell'abate Edmund Power OSB Ciò che occhio non vide...Teologia visiva della Basilica di San Paolo fuori le Mura, Lateran University Press. Alla presentazione oltre l'autore erano presenti come relatori il cardinale arciprete della Basilica, card. Harvey e uno dei miei professori del Pontificio Istituto Liturgico, mons. Crispino Valenziano. Nel corso del suo intervento ha citato un brano dell'allocuzione di Paolo VI per il solenne inizio della seconda sessione del Concilio Ecumanico Vaticano II. 

Sentire e rileggere queste parole avendo di fronte il Pantokrator di san Paolo è un'esperienza di impatto veramente notevole!

«Fossimo Noi capaci di alzare al Signore Nostro Gesù Cristo, in quest’ora storica, una voce degna di lui! Facciamo qui nostre le parole della Sacra Liturgia: "Riconosciamo solo te, o Cristo; - con mente pura e semplice - ti chiediamo piangendo e cantando: - Ascolta le nostre invocazioni!" (Breviario Romano, Inno alle Lodi del mercoledì [nella Liturgia delle Ore, alla I e III settimana del Salterio, con modifiche]). Nel pronunciare queste parole, davanti ai nostri occhi attoniti e trepidanti sembra stagliarsi Gesù stesso, imponente di quella grandiosa maestà di cui rifulge il Pantocrator nelle vostre Basiliche, Venerabili Fratelli delle Chiese Orientali, ed anche in quelle occidentali. Noi sembriamo quasi rappresentare la parte del nostro Predecessore Onorio III che adora Cristo, come è raffigurato con splendido mosaico nell’abside della Basilica di San Paolo fuori le Mura. Quel Pontefice, di proporzioni minuscole e con il corpo quasi annichilito prostrato a terra, bacia i piedi di Cristo, che, dominando con la mole gigantesca, ammantato di maestà come un regale maestro, presiede e benedice la moltitudine radunata nella Basilica, che è la Chiesa. E questa scena Ci sembra essere riprodotta, non già in un’immagine dipinta sul muro con linee e colori, ma reale, in questa nostra assemblea, che riconosce Cristo come principio e sorgente da cui provengono la Redenzione umana e la Chiesa; che similmente riconosce la Chiesa come emanazione terrestre e misteriosa e prolungamento dello stesso Cristo; sicché è come se gli occhi della nostra mente fossero sfiorati da quella visione dell’Apocalisse che l’Apostolo Giovanni descrive con queste parole: "Mi mostrò poi un fiume d’acqua viva, limpida come cristallo, che scaturiva dal trono di Dio e dell’Agnello" (Ap 22,1)».
 



venerdì 24 aprile 2015

L'italiano della messa

Nella rubrica «Il tema del mese», l'Accademia della Crusca ha dedicato un post sull'uso della lingua madre italiana per la celebrazione dell'Eucaristia, in occasione dei cinquant'anni dell'introduzione dell'idioma italico per la liturgia cattolica. La rubrica coincide con la ricorrenza del  7 marzo 1965 - prima domenica di Quaresima - quando papa Paolo VI celebrò per la prima volta la santa Messa in italiano a Roma, nella parrocchia di Ognissanti in via Appia, compiendo le aspettative del Concilio e sancendo quel definitivo e radicale cambiamento della vita liturgica che avrebbe coinvolto la Diocesi di Roma, la Chiesa in Italia e quindi tutto il resto della Chiesa universale. Giova ricordare le parole che il beato Paolo VI pronunciò nell'omelia per capire la portata di questo anniversario:


Straordinaria è l’odierna nuova maniera di pregare, di celebrare la Santa Messa. Si inaugura, oggi, la nuova forma della Liturgia in tutte le parrocchie e chiese del mondo, per tutte le Messe seguite dal popolo. È un grande avvenimento, che si dovrà ricordare come principio di rigogliosa vita spirituale, come un impegno nuovo nel corrispondere al grande dialogo tra Dio e l’uomo. […] Norma fondamentale è, d’ora in avanti, quella di pregare comprendendo le singole frasi e parole, di completarle con i nostri sentimenti personali, e di uniformare questi all’anima della comunità, che fa coro con noi.

Prima messa in italiano celebrata da sua santità Paolo VI nella parrocchia di Ognissanti.
Vittorio Coletti, accademico della Crusca scrive: 

«Cinquant’anni fa, esattamente il 7 marzo, papa Paolo VI celebrava a Roma, nella chiesa di Ognissanti, la prima messa in italiano. Dopo essere stata la prima istituzione pubblica a ufficializzare la pratica delle lingue locali nella predicazione (Concilio di Tours dell’813), la Chiesa dì Roma è stata l’ultima ad adottarle nei suoi riti, dopo essere stata a lungo restia ad usarle anche per la conoscenza delle Sacre Scritture. Come si sa, quello delle lingue fu uno dei punti di contrasto tra protestanti (che immediatamente adottarono le lingue materne) e cattolici (che rimasero fedeli al latino) e uno degli argomenti di più appassionata discussione al Concilio di Trento. La questione era eminentemente dottrinale, teologica e pastorale, tanto nel XVI secolo, quando la Chiesa romana si schierò con i vescovi spagnoli contro quelli tedeschi e disse di no alla messa nelle lingue locali, quanto nel 1963, quando, al Concilio Vaticano II, ne permise l’adozione. Da allora anche l’italiano è diventato lingua del rito centrale del cristianesimo, non senza rammarico, nostalgia e polemiche dei vari tradizionalisti, che ora, grazie a  un decreto di Benedetto XVI, possono, se le circostanze lo consentono, celebrare di nuovo la messa anche in latino. Ma si tratta di casi limitati, anche se potenzialmente destinati a crescere, specie se dovesse diffondersi un’interpretazione distintiva, grintosamente difensiva del cattolicesimo, magari sotto l’incalzare di altri estremismi religiosi.

Ma a noi qui interessa la lingua. E la domanda allora è: che tipo di italiano è quello che tutte le domeniche i cattolici usano in chiesa durante la messa? Bisogna dire subito che non coincide precisamente con la lingua comune, e non c’è da stupirsene, vista (è il caso di dirlo) la funzione. Intanto, ci sono costrutti preposizionali o inusuali o letterari tipo “per Cristo” col valore di mezzo, tramite, che la lingua ordinaria non prevede se non con nomi comuni (“per posta”) e che con nomi propri ha valore diverso (“per Marco” vale “a giudizio di Marco”). Allo stesso modo “in Gesù Cristo… canteremo la tua gloria” è ai limiti della grammatica (si canta qualcosa non in ma con). Il “sacrificio.. preparato nel tuo santo nome” potrebbe significare “per conto tuo” e invece ritengo (ma chiedo soccorso ai teologi) voglia dire altra cosa, tant’è vero che Antonio Rosmini aveva suggerito di tradurre “preparato al tuo santo nome”. La reggenza “nell’unità dello Spirito santo” è, per la norma, incongrua, perché l’italiano accetta solo “in unità con”, tanto che il card. Tamburini aveva saggiamente suggerito, già nel ‘700, “in unità di essenza collo Spirito santo”, chiarendo il senso e rispettando la grammatica. Nel Credo si dice “credo la Chiesa una, santa, cattolica” e già Manzoni aveva qualche dubbio al proposito, che però Rosmini gli chiarì ricordandogli che qui credo vale professo e attesto, con un valore perciò diverso dal precedente (nella stessa preghiera) “credo in un solo Dio”. Anche “comunicando al santo mistero del corpo e sangue…” prevede una reggenza anomala del verbo comunicare, che in italiano corrente vuole con. Certe espressioni poi sono molto particolari. Ad esempio, la risposta all’augurio del sacerdote, “Il Signore sia con voi”, “e con il tuo spirito” non è affatto perspicua e sarebbe più chiara se fosse “”e (anche) con te”, come suggeriva Franco Fochi, se non addirittura “abiti egli ancora nel tuo spirito”, come proponeva  Ludovico A. Muratori. Certe invocazioni sono circondate da una serie di apposizioni, ma non si distingue più tra il vocativo (Gesù Cristo) e i suoi titoli in “tu solo il Santo, tu solo il Signore, tu solo l’Altissimo, Gesù Cristo”, tanto che ancora Muratori aveva pensato di metterci davanti un oh: “Oh Signore, Figlio unigenito, Gesù cristo. Oh Signore Iddio, Agnello di dio, Figlio del Padre”, per distinguere i vocativi dai loro attributi teologici. 

E che dire poi del valore che a messa assumono parole come sacrificio o vittima, usate con una valenza positiva che certo non hanno nella lingua comune, o passione usato non come attrazione ma come sofferenza: si pensi come, nell’italiano corrente, la frase “Egli, offrendosi liberamente alla sua passione” potrebbe avere un senso completamente diverso da quello che assume nella messa. Per non dire dell’uso della parola “memoriale”, che evoca diari, retroscena, e che invece è stato a volte introdotto, come opzione dotta, per tradurre un ben più semplice “memores” latino (cioè: ricordando, memori). E così “ministri”, scelta colta per servi e/o sacerdoti. Ci sono in effetti nobilitazioni varie del linguaggio, come in “rendere grazie” per “ringraziare” o sottili ritocchi per non abbassarlo, come quando “dopo la cena, allo stesso modo” (che sostituisce un precedente “dopo aver cenato”) isola con l’articolo quella cena speciale, evitando la banalizzazione del  “dopo cena”. Ma la traduzione in italiano del latino della vecchia messa è stata ovviamente anche un’occasione per aggiustamenti teologici, come quando il Deus Sabaoth, cioè “degli eserciti”, è diventato “Dio dell’universo” o il sangue, che in latino era versato “pro multis”, in italiano è stato offerto “per tutti”. Ma questa ovviamente non è più questione di lingua».

Premesso che nel virgolettato, verso la fine del terzo paragrafo, Dio andrebbe con la maiuscola e che la messa in latino non è solo quella del Missale Romanum 1962 dato che anche il papa, sempre più raramente, celebra il rito romano "ordinario" in latino, mi permetto solo di indicare alcuni concetti legati a questo interessante articolo.
Papa Francesco nella parrocchia di Ognissanti celebra l'eucaristia
nel 50° della messa di Paolo VI in italiano

Molti altri sono i problemi di lingua e riguardano soprattutto il Lezionario, con la nuova traduzione della Bibbia in Italiano del 2008 e che penso siano un buon campo di lavoro per gli accademici della Crusca, visti i rilevanti problemi di sintassi, di grammatica e di vocabolario, spesso incoerenti e decisamente fuori luogo per una lingua come l'italiano e per l'uso non "comune" cui è destinato (ricordo solo a titolo di esempio che Gesù da "Maestro", è diventato, nella nuova traduzione "Guida"). Senza contare l'eccessivo numero di traduzioni pedestri e imbarazzanti che creano un'altra lingua, certamente non l'italiano, più simile nei concetti alla lingua creata da Camilleri per Montalbano che a quella studiata obbligatoriamente nelle scuole italiane.
Interessante è anche il confronto che si può fare con il Messale della Chiesa Ambrosiana con un italiano decisamente non "comune", di grande effetto ma che alle volte non rende quando i testi sono proclamati, ed un esempio può essere la stupenda preghiera eucaristica V per la notte di Pasqua. 

Il primo approccio a questo articolo spinge a riferirmi a un concetto particolare. Nel considerare la lingua parlata e scritta i credenti ebrei e cristiani sono convinti del valore strumentale delle lettere dell'alfabeto e della grammatica che per condiscendenza permettono all'uomo di percepire ciò che Dio dice e vuole, egli che con la parola ha creato tutto ciò che esiste, passa attraverso la fragilità della voce umana e le regole di una lingua per poter parlare all'uomo ed essere compreso. L'esperienza cattolica del dialogo finale delle letture della messa, Parola di Dio - Rendiamo grazie a Dio, introducono il credente nella dinamica della grammatica di Dio, cioè di come la Rivelazione arriva fino a noi attraverso la concordanza verbale tra soggetto e verbo, con i complementi, le figure retoriche e tanto altro alla base della critica del testo perché, come afferma M.-D. Chenu in La teologia nel XII secolo, «Discernere i 'generi letterari' della Bibbia è fare buona teologia» (p. 115)! Senza dimenticare quindi che la critica grammaticale è stata, per un certo periodo, lo stumento adatto della speculazione teologica (Ibidem; cfr in particolare tutto il capitolo Grammatica e teologia, pp. 103-123). In un tale solco non esiste quindi solo la lingua ma anche l'ampio panorama matematico-simbolico con cui la Bibbia ha numericamente espresso il suo concetto di Infinito.
Nell'articolo giustamente si faceva richiesta di intervento dei teologi, perché ciò che la teologia può dire su Dio passa proprio attraverso la comprensione della grammatica che gli agiografi hanno utilizzato.
Se la gramamtica biblica lascia perplessi credo sia perché in essa passano concetti che superano le stesse regole formali della lingua.

Faccio un breve riferimento allo strumento per eccellenza nello studio della Bibbia, il Grande Lessico dell'Antico e del Nuovo Testamento; in esso per il verbo greco pisteuo si può vedere come nella sacra Scrittura esso venga impiegato secondo tutte le regole della grammatica greca e poi nel Vangelo di Giovanni sia utilizzato anche in una forma che il greco classico non contempla. Lo stesso avviene nell'italiano della messa. Le incogruenze si spiegano soltanto alla luce della Teologia che i testi stessi trasmettono, si comprende un diverso uso delle preposizioni, delle apposizioni e dei complementi solo attraverso la comprensione teologica che dai testi emerge, come hanno continuamente spiegato i Padri e gli scrittori ecclesiastici nei loro commenti e trattati che proprio a partire dalle pieghe del testo sono stati in grado di arricchire le conoscenze spirituali dei credenti con il loro ministero di predicazione e insegnamento della Verità.

domenica 19 aprile 2015

Esultanza e novità di vita

«Esulti sempre il tuo popolo, o Padre, per la rinnovata giovinezza dello spirito e come oggi si allieta per il dono della dignità filiale così pregusti nella speranza il giorno glorioso della risurrezione.

Semper exsúltet pópulus tuus, Deus, renováta ánimæ iuventúte, ut, qui nunc lætátur in adoptiónis se glóriam restitútum, resurrectiónis diem spe certæ gratulatiónis exspéctet. Per Dóminum».

Questa preghiera è una nuova composizione di due antichi testi romani tratti dal Sacramentario Gelasiano Antico 515  e del Sacramentario Veronese 1148.

Il contesto pasquale dell’orazione credo possa essere incentrato sulla dimensione nuova del battezzato. Il singolo, il credente rinnovato nel lavacro battesimale, sperimenta il passaggio dalle tenebre alla luce, l’essere chiamato in admirabile lumen come affermato nella prima lettera di Pietro (2,9). Percepire la grandezza di questa chiamata pone la vita cristiana su due piani espressi dall’eucologia citata.

Il primo livello inerisce lo spirito che esulta sempre (semper exsultet), ma è uno spirito di popolo, di singoli uniti dalla redenzione, che si rallegrano per ciò che Dio ha operato in noi, un’esultanza quindi che non si può trattenere e che si estende nel sociale, nella consapevolezza che ciò che rinnova l’organismo, rinnova le singole parti e quindi il tutto. Il Mistero pasquale di Cristo interpella il singolo, così come risulta evidente per i catecumeni cui il Vescovo chiede singolarmente di professare la fede - io credo! - e chiede di rinnovare comunitariamente la propria adesione a Cristo, come nel dialogo “Credete? Credo!”.   Una santa letizia e gioia data dal gustare e vivere un rinnovamento perché:


«Voi vi siete accostati al monte Sion, alla città del Dio vivente, alla Gerusalemme celeste e a migliaia di angeli, all'adunanza festosa e all'assemblea dei primogeniti i cui nomi sono scritti nei cieli, al Dio giudice di tutti e agli spiriti dei giusti resi perfetti, a Gesù, mediatore dell'alleanza nuova, e al sangue purificatore, che è più eloquente di quello di Abele» (Eb 12, 22-24).

Il rinnovarsi lo abbiamo vissuto nel Triduo Pasquale in cui Passione, Morte e Risurrezione sono stati il centro delle nostre celebrazioni liturgiche, della preghiera comunitaria e  personale espressa nell’altezza dei testi delle Ufficiature. Ma come ricorda san Paolo nella Lettera ai Romani, noi tutti siamo morti con Cristo, chiamati a risorgere con lui, a nuova vita (Rm 6,4; Col 2, 12; Ef 4, 23; Gal 3, 27) e, come abbiamo cantato nell’antifona gregoriana di domenica scorsa Quasimodo geniti infantes, san Pietro ci ha esortati prima a deporre tutto ciò che va contro l’altro (“Deposta dunque ogni malizia e ogni frode e ipocrisia, le gelosie e ogni maldicenza”) e poi «come bambini appena nati bramate il puro latte spirituale, per crescere con esso verso la salvezza: se davvero avete già gustato come è buono il Signore» (1Pt 2, 1-3).

    Il cristiano cresce e la colletta di oggi lo ricorda per inciso, nel nostro secondo livello, affermando la necessità della rinnovata giovinezza dell’anima (dove la CEI ha preferito “dello spirito”); il Salmo 43, 4 ricorda la gioia evocata dalla colletta e la giovinezza  che ne è all’origine (un tempo Deus juventutis meae) quando, secondo la Nova Vulgata e nella traduzione italiana del 2008, afferma: «Verrò all'altare di Dio, a Dio, mia gioiosa esultanza (ad Deum laetitiae exsultationis meae)».

Quindi, ritornando al motivo principale, l’esultanza dello spirito e la rinnovata giovinezza dipendono dalla constatazione suggerita dal Salmo 102, 2-5:

«Benedici il Signore, anima mia, non dimenticare tutti i suoi benefici. Egli perdona tutte le tue colpe, guarisce tutte le tue infermità, salva dalla fossa la tua vita, ti circonda di bontà e misericordia, sazia di beni la tua vecchiaia, si rinnova come aquila la tua giovinezza».

Nella Passione di Cristo, nella conformazione a Lui, Capo e Signore, la Chiesa si rinnova ed esulta vivendo quanti sono i benefici del Signore, che perdona, guarisce, salva dalla fossa della morte e circonda il suo popolo di bontà e misericordia.

Esultanza nella novità di vita che nasce e fiorisce dalla morte e risurrezione di Cristo, dall’aver rifiutato l’uomo vecchio per rivestire l’uomo nuovo. Si compie così il percorso espresso dalla colletta, nella gioia di essere suoi figli, in quella santa esultanza in adoptiónis se glóriam restitútum.


La novità di vita propria dei “risorti” nello spirito, «sale della terra e luce del mondo» consente di rivolgere lo sguardo oltre le necessità del tempo presente avendo lo sguardo fisso su «Gesù, colui che dà origine alla fede e la porta a compimento» (Eb 12, 2) e quindi essendo orientati possiamo vivere nella speranza, in attesa del giorno glorioso della risurrezione.
  

Resurrezione, miniatura dall’Exultet, manoscritto I, XI secolo, Archivio Capitolare, Bari.



mercoledì 15 aprile 2015

Liturgia e santificazione del tempo

Parlare della Liturgia delle Ore dopo il Vaticano II vuol dire fare riferimento, per certi versi in modo obbligato, a una categoria principale di significato con cui la Chiesa si esprime e interpreta il canto di lode per il suo Signore. La categoria teologica, liturgica e spirituale è quella della santificazione. Il concetto potrebbe essere semplicemente riassunto indicando che il tempo in cui siamo inseriti, la routine degli impegni settimanali, per il cattolico inserito seriamente nella preghiera è caratterizzato da una modifica del senso del tempo, che radicato nell'esperienza della lode al Signore, diviene un altro tempo, non parallelo e meta-fisico, ma santificato dal rapporto di intimo dialogo tra Dio e l’uomo.

In sede di riforma del Breviario si è tenuto conto di quanto indicato dal Concilio: «Il divino ufficio, secondo la tradizione cristiana, è strutturato in modo da santificare tutto il corso del giorno e della notte per mezzo della lode divina» (SC 84). A cinquant'anni di distanza questo dettato conciliare lascia radicalmente perplessi nell'attuazione che ne è seguita, per vari motivi, soprattutto in riferimento alle veglie, ovvero la santificazione della notte, che raramente si vedono applicate nella forma prevista dalla Liturgia Horarum, con la conseguente dipsersione di un'ennesima ricchezza.

Quando si è provveduto a corredare la nuova Liturgia delle Ore di un’Institutio Generalis (IGLH) come per il Messale, l’indicazione conciliare è stata formulata in questo modo:
«Ma poiché la Liturgia delle Ore è santificazione della giornata, l'ordinamento dell'orazione è stato riveduto in modo che le Ore canoniche possano più facilmente corrispondere alle varie ore del giorno, tenuto conto delle condizioni in cui si svolge la vita degli uomini del nostro tempo» (IGLH 2).

Qui la Chiesa ha affermato il principio che da secoli ha animato la sua preghiera quotidiana, ovvero che dedicarsi all’orazione, liturgica e canonica, individuale o comunitaria, è santificare il tempo in cui viviamo. Cogliendo il senso di ciò che la Sacrosanctum Concilium ha dichiarato, l’IGLH ha ribadito che:
«Cristo ha comandato: “Bisogna pregare sempre senza stancarsi” (IGLH 18, 1). Perciò la Chiesa, obbedendo fedelmente a questo comando, non cessa mai d'innalzare preghiere e ci esorta con queste parole: “Per mezzo di lui (Gesù) offriamo continuamente un sacrificio di lode a Dio” (Eb 13, 15). A questo precetto la Chiesa ottempera non soltanto celebrando l'Eucaristia, ma anche in altri modi, e specialmente con la Liturgia delle Ore, la quale, tra le altre azioni liturgiche, ha come sua caratteristica per antica tradizione cristiana di santificare tutto il corso del giorno e della notte. Poiché, dunque, la santificazione del giorno e di tutta l'attività umana rientra nelle finalità della Liturgia delle Ore, il suo ordinamento è stato rinnovato in modo da far corrispondere, per quanto era possibile, la celebrazione delle Ore al loro vero tempo, sempre tenendo conto, però, delle condizioni della vita odierna. Perciò «sia per santificare veramente il giorno sia per recitare con frutto spirituale le stesse Ore, conviene che nella recita delle Ore si osservi il tempo, che corrisponde più da vicino al tempo vero di ciascuna Ora canonica» (IGLH 10-11)

In riferimento alla Sacrosanctum Concilium  la Chiesa ricorda ai fedeli che la santificazione non è solo del tempo, elemento materiale trasformato dalla recita delle Lodi o dei Vespri, ma è un evento che avvolge interamente l’uomo nella sua esperienza di preghiera. Tenendo presente che la preghiera liturgica, o in generale la preghiera della Chiesa non è una cantilenata recita di formule sterili e insignificanti ma un entrare in comunione con Dio, in dialogo con lui per partecipare al suo disegno di salvezza e percepire la forza del suo amore donativo, manifestato nel sacrificio del Figlio, sotto la guida dello Spirito che suggerisce il “come” ed il contenuto della preghiera, la Liturgia delle Ore inerisce alla santificazione dell’uomo secondo le dinamiche descritte dal testo conciliare sulla Liturgia:

«Nondimeno la liturgia è il culmine verso cui tende l'azione della Chiesa e, al tempo stesso, la fonte da cui promana tutta la sua energia. Il lavoro apostolico, infatti, è ordinato a che tutti, diventati figli di Dio mediante la fede e il battesimo, si riuniscano in assemblea, lodino Dio nella Chiesa, prendano parte al sacrificio e alla mensa del Signore. A sua volta, la liturgia spinge i fedeli, nutriti dei “sacramenti pasquali”, a vivere “in perfetta unione”; prega affinché “esprimano nella vita quanto hanno ricevuto mediante la fede”; la rinnovazione poi dell'alleanza di Dio con gli uomini nell'eucaristia introduce i fedeli nella pressante carità di Cristo e li infiamma con essa. Dalla liturgia, dunque, e particolarmente dall'eucaristia, deriva in noi, come da sorgente, la grazia, e si ottiene con la massima efficacia quella santificazione degli uomini nel Cristo e quella glorificazione di Dio, alla quale tendono, come a loro fine, tutte le altre attività della Chiesa». (SC 10).

La santificazione dell’uomo si realizza nella Liturgia, luogo privilegiato in cui si può comunicare alla grazia. Non si tratta di una santificazione frutto di impegno esclusivamente umano se non come risposta libera e volontaria alla comunicazione di grazia che Dio compie nella celebrazione della Chiesa. La celebrazione dei misteri della vita di Cristo è comunione con la sua persona e quindi adesione alla suo desiderio di salvezza per l’umanità. In particolare i Principi e Norme della Liturgia delle Ore specificano che

«Nella Liturgia delle Ore si compie la santificazione dell'uomo e si esercita il culto divino in modo da realizzare in essa quasi quello scambio o dialogo fra Dio e gli uomini nel quale “Dio parla al suo popolo... il popolo a sua volta risponde a Dio con il canto e con la preghiera”. Senza dubbio i partecipanti possono ottenere dalla Liturgia delle Ore una santificazione larghissima per mezzo della parola salvifica di Dio che ha grande importanza in essa. Dalla Sacra Scrittura si scelgono, infatti, le letture. Da essa viene la Parola divina dei Salmi che si cantano davanti a Dio. Di afflato e ispirazione biblica sono permeate le altre preci, orazioni e canti. Non solo dunque quando si legge tutto ciò che è “stato scritto per nostra istruzione” (Rm 15, 4), ma anche quando la Chiesa prega o canta, si alimenta la fede dei partecipanti, le menti sono sollevate verso Dio per rendergli un ossequio ragionevole e ricevere con più abbondanza la sua grazia» (IGLH 14).

Nel solco del significato esposto, la Liturgia delle Ore è il tempo in cui si compie la santificazione e il suo strumento “primo” si riconosce nella Sacra Scrittura, letta e meditata nelle Ore, presente diffusamente nelle antifone, nei responsori negli inni e nelle orazioni di tutta l’ufficiatura. Inoltre la Sacra Scrittura e - in modo particolare i Salmi - e tutti i testi che ad essa si ispirano e sulla quale sono composti e conformati, immettono l’orante in quel dinamismo proprio della preghiera cristiana per cui essa è un atto di fede rivelativo perché, quando l’uomo prega, se non fugge dal presente per un mondo distopico, se non si rifugia nel sentimento di una religione intimistica, egli si riconosce  creatura fragile e caduca dinnanzi al Creatore, riconosce nell'atto di fede che è il pregare la sua stessa identità di essere redento, rinnovato, rigenerato dalle acque del Battesimo.

Nell’Institutio si ricorda che le Ore sono destinate e ordinate a santificare il tempo, ovvero ogni volta che il fedele entra nel tempo di preghiera, lasciandosi alle spalle il tempo lineare in cui vive, entra nel kairos o tempo di grazia, perché quei minuti di dialogo, di comunicazione tra il credente e il mistero di Cristo, per la comunione con lui è un’esperienza che allarga e diffonde tale mistero a tutta la vita. Per la preghiera del Mattino e il suo significato di santificazione del tempo, l’Institutio cita san Basilio Magno:

«Il Mattutino è fatto per consacrare a Dio i primi moti della nostra mente e del nostro spirito in modo da non intraprendere nulla prima di esserci rinfrancati col pensiero di Dio, come sta scritto: "Mi sono ricordato di Dio e ne ho avuto letizia" (Sal 76, 4); né il corpo si applichi al lavoro prima di aver fatto ciò che è stato detto: "Ti prego, Signore. Al mattino ascolta la mia voce; fin dal mattino t'invoco e sto in attesa" (Sal 5, 4-5)» (IGLH 38).

Santificare il tempo non può essere un'azione che abbia la persona come unico soggetto agente. In questa azione il nostro riferimento è solo il Figlio di Dio che nell'incarnazione ha permesso all’Eterno entrare nel tempo, all’Infinito nel finito, all’Onnipotente nelle pieghe dell’umano. In Cristo noi riconosciamo i primordi della santificazione del tempo, di quel desiderio e aspirazione di compiere tutto secondo la volontà del Padre, di quel tempo materiale che si riempie della pienezza del Dio rivelato storicamente.
Nella Chiesa la santità è in riferimento a Cristo e non all’uomo in funzione del grado di partecipazione al mistero di salvezza operato da Cristo nella sua Passione, Morte e Risurrezione. Ma la santità non si ferma e non si chiude nell’ambito morale di una perfetta adesione e irreprensibile esecuzione della Legge.
La santificazione di cui parla La Chiesa nei testi citati permea la vita del credente, per cui l’intera esistenza si riveste di sacralità, dovuta al dono e alla sua non manipolabilità, perché posta nelle mani di Dio e non nelle nostre; la santità si estende ai tempi liturgici, al giorno liturgico che si distingue dalle 24 ore del calendario civile perché apre, immette e chiude per il credente la partecipazione alla storia della salvezza.  Dopo aver comunicato alla fonte della Vita, la fede e l’atto di preghiera che la esprime, esigono un’operosità “per la fede”, uno stile di vita che segue e attua ciò che si è creduto e pregato, una correttezza morale che è conformazione e “imitazione” del modello riconosciuto nel Signore Gesù.

Tutto il percorso, che abbiamo cercato di delineare per sommi capi, non si esaurisce nell’esperienza del singolo ma si esprime pienamente e visibilmente nel popolo dei redenti che prega e che è oggetto di salvezza. La plebs  Dei  è il popolo “santo” perché oggetto della volontà di salvezza e di santificazione e perché popolo di cristiani, cioè di uomini e donne che in Cristo e nella sua missione riconoscono la propria identità.
    Nella Liturgia delle Ore il tutto avviene in un “ingrediente” semplice che è il succedersi delle 24 ore, nella simbologia dell’esistenza che si alterna nel giorno e nella notte. Nell'elemento povero della quotidianità, la preghiera oraria della Chiesa crea una modificazione del tempo perché in essa si ricorda (passato) e si vivono (presente) i mirabilia Dei, con lo sguardo al tempo in cui Dio ancora si rende manifesto, all’hapax  degli eventi della vita di Cristo presenti qui e ora,  indicando la meta cui il popolo di Dio tende, che accomuna i credenti, viatores, con il desiderio per la Gerusalemme del cielo (futuro escatologico).
    Forse siamo ancora lontani da capire che La Liturgia delle Ore si caratterizza come santificazione dell’uomo proprio perché si fa carico della sua grandezza e infermità e si costituisce come il quadrante di un nuovo “orologio” non più solo condannato a rincorrere il susseguirsi dei secondi ma teso verso la sua stessa realizzazione e pienezza nella redenzione di Cristo; un tempo non chiuso nel recinto del fugit
irreparabile (Georgiche, III, 284) o dell’intimo ma che nel quotidiano dell’esistenza rende partecipe tutto dell’opus Dei (Regola di Benedetto 8-11).

lunedì 13 aprile 2015

“Allora mi divenne chiaro qual è il fondamento di una vera pietà liturgica"

di Romano Guardini


Duomo di Monreale, particolare del Pantocrator dell'Abside


Oggi ho visto qualcosa di grandioso: Monreale. Sono colmo di un senso di gratitudine per la sua esistenza. La giornata era piovosa. Quando ci arrivammo – era giovedì santo – la messa solenne era oltre la consacrazione. L’arcivescovo per la benedizione degli olii sacri stava seduto su un posto elevato sotto l’arco trionfale del coro. L’ampio spazio era affollato. Ovunque le persone stavano sedute sulle loro sedie, silenziose, e guardavano.

Che dovrei dire dello splendore di questo luogo? Dapprima lo sguardo del visitatore vede una basilica di proporzioni armoniose. Poi percepisce un movimento nella sua struttura, e questa si arricchisce di qualcosa di nuovo, un desiderio di trascendenza l’attraversa sino a trapassarla; ma tutto ciò procede fino a culminare in quella splendida luminosità.

Un breve istante storico, dunque. Non dura a lungo, gli subentra qualcosa di completamente Altro. Ma questo istante, pur breve, è di un’ineffabile bellezza.

Oro su tutte le pareti. Figure sopra figure, in tutte le volte e in tutte le arcate. Fuoriuscivano dallo sfondo aureo come da un cosmo. Dall’oro irrompevano ovunque colori che hanno in sé qualcosa di radioso.

Tuttavia la luce era attutita. L’oro dormiva, e tutti i colori dormivano. Si vedeva che c’erano e attendevano. E quali sarebbero se rifulgesse il loro splendore! Solo qui o là un bordo luccicava, e un’aura chiaroscura si spalmava sul mantello blu della figura del Cristo nell’abside.

Quando portarono gli olii sacri alla sagrestia, mentre la processione, accompagnata dall’insistente melodia dell’antico inno, si snodava attraverso quella folla di figure del duomo, questo si rianimò.

Le sue forme si mossero. Entrando in relazione con le persone che avanzavano con solennità, nello sfiorarsi delle vesti e dei colori alle pareti e nelle arcate, gli spazi si misero in movimento. Gli spazi vennero incontro alle orecchie tese in ascolto e agli occhi in contemplazione.

La folla stava seduta e guardava. Le donne portavano il velo. Nei loro vestiti e nei loro panni i colori aspettavano il sole per poter risplendere. I volti marcati degli uomini erano belli. Quasi nessuno leggeva. Tutti vivevano nello sguardo, tutti erano protesi a contemplare.

Allora mi divenne chiaro qual è il fondamento di una vera pietà liturgica: la capacità di cogliere il “santo” nell’immagine e nel suo dinamismo.
* * *
Monreale, sabato santo. Al nostro arrivo la cerimonia sacra era alla benedizione del cero pasquale. Subito dopo il diacono avanzò solennemente lungo la navata principale e portò il Lumen Christi.

L’Exsultet fu cantato davanti all’altare maggiore. Il vescovo stava seduto sul suo trono di pietra elevato alla destra dell’altare e ascoltava. Seguirono le letture tratte dai profeti, ed io vi ritrovai il significato sublime di quelle immagini musive.

Poi la benedizione dell’acqua battesimale in mezzo alla chiesa. Intorno al fonte stavano seduti tutti gli assistenti, al centro il vescovo, la gente stava attorno. Portarono dei bambini, si notava la fierezza commossa dei loro genitori, ed il vescovo li battezzò.

Tutto era così familiare. La condotta del popolo era allo stesso tempo disinvolta e devota, e quando uno parlava al vicino, non disturbava. In questo modo la sacra cerimonia continuò il suo corso. Si dislocava un po’ in tutta la grande chiesa: ora si svolgeva nel coro, ora nelle navate, ora sotto l’arco trionfale. L’ampiezza e la maestosità del luogo abbracciarono ogni movimento e ogni figura, li fecero reciprocamente compenetrare sino ad unirsi.

Di tanto in tanto un raggio di sole penetrava nella volta, e allora un sorriso aureo pervadeva lo spazio in alto. E ovunque su un vestito o un velo ci fosse un colore in attesa, esso era richiamato dall’oro che riempiva ogni angolo, veniva condotto alla sua vera forza e assunto in una trama armoniosa che colmava il cuore di felicità.

La cosa più bella però era il popolo. Le donne con i loro fazzoletti, gli uomini con i loro mantelli sulle spalle. Ovunque volti marcati e un comportamento sereno. Quasi nessuno che leggeva, quasi nessuno chino a pregare da solo. Tutti guardavano.

La sacra cerimonia si protrasse per più di quattro ore, eppure sempre ci fu una viva partecipazione. Ci sono modi diversi di partecipazione orante. L’uno si realizza ascoltando, parlando, gesticolando. L’altro invece si svolge guardando. Il primo è buono, e noi del Nord Europa non ne conosciamo altro. Ma abbiamo perso qualcosa che a Monreale ancora c’era: la capacità di vivere-nello-sguardo, di stare nella visione, di accogliere il sacro dalla forma e dall’evento, contemplando.

Me ne stavo per andare, quando improvvisamente scorsi tutti quegli occhi rivolti a me. Quasi spaventato distolsi lo sguardo, come se provassi pudore a scrutare in quegli occhi ch’erano già stati dischiusi sull’altare.

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