lunedì 24 agosto 2015

Ancora sulla crisi liturgica

Siamo alle solite. In ambito liturgico la confusione e l'ignoranza spadroneggiano. Non ultimo, il caso del funerale di un capo mafioso a Roma e di tutta l'ipocrisa che lo hanno circondato.

Si capisce da dove vengono le polemiche per questi tipi di "funerali".

Allora dico la mia e affermo con tranquillità che se il funerale non si vuole negare, cosa che sarebbe quanto meno coerente, almeno non si celebri l'Eucaristia.

Mi permetto solo di ricordare la nota emanata dal Vicariato di Roma e del Cardinale Vicario, in occasione di un altro caso scandaloso di funerale concesso, avvenuto qualche tempo fa. 

Il testo, che riprende il nuovo "Rito delle Esequie" del 2012, è il seguente - riportato in parte - ovviamente reperibile sulla pagina web della Diocesi di Roma.

«Si raccomanda ai sacerdoti e diaconi l’osservanza puntuale e scrupolosa delle prescrizioni liturgiche, che vanno intese come obbliganti.
  In particolare:

- per la valutazione dei casi nei quali, a norma del Codice di Diritto canonico, non si possono concedere le esequie ecclesiastiche, si faccia riferimento all’Ordinario (cf. Can. 1184).

- Non si autorizzano interventi di commento e commiato durante il rito esequiale. Parroci e Rettori potranno autorizzare qualche eccezione solo in presenza di un testo scritto, sottoposto previamente alla loro approvazione, al termine della celebrazione. Non si deve concedere l’uso dell’ambone.
- Non si consenta di introdurre in chiesa e deporre intorno al feretro oggetti estranei alla celebrazione e allo spirito delle esequie cristiane. Il Parroco o Rettore, con prudenza pastorale, valuterà eventuali eccezioni.

– Durante il rito “si eviti il ricorso a testi o immagini registrati, come pure l’esecuzione di canti o musiche estranei alla liturgia” (Precisazioni, n. 6).

- Si ammettano alla proclamazione delle letture bibliche e alla proposta delle intenzioni di preghiera universale soltanto fedeli noti al parroco o al ministro celebrante, il quale si regolerà tenendo conto di quanto stabilito dalle norme vigenti in materia. Per le preghiere dei fedeli si utilizzi il testo contenuto nel Rito delle esequie. L’inserimento di altre intenzioni di preghiera deve previamente essere concordato con il celebrante (Precisazioni, n. 5).

- Per la valutazione “delle situazioni pastorali nelle quali è opportuno, o addirittura doveroso, tralasciare la celebrazione della Messa e ordinare il rito esequiale in forma di Liturgia della Parola” (Precisazioni, n. 2), il Parroco consulterà il Vescovo Ausiliare competente alle cui indicazioni si atterrà». 

Roma, 1 gennaio 2013

Nella cura pastorale dei parroci dovrebbe potersi vedere quest'attenzione. Agli occhi dei media non cambierebbe nulla, perché sempre di funerale in Chiesa si tratta, ma agli occhi di noi cristiani ci sarebbe sicuramente un segno di rispetto e osservanza delle norme e non solo l'abitudine ecclesiastica di abbinare "funerale" a "casula" e quindi alla messa. Esistono anche i piviali e le semplici stole e in questi casi sarebbe veramente "doveroso" lasciare le casule chiuse negli armadi della sacrestia.



sabato 22 agosto 2015

Etsi Deus non daretur

Si fa tanto parlar di crisi nella vita della chiesa. E non si accetta che questa crisi, invece di essere una crisi della teologia e della sua speculazione o studio, invece di essere una crisi dello ricerca e della pratica canonica, invece di essere una crisi della pastorale è una crisi di natura liturgica. E non si mettano subito le mani avanti per dire che ognuno tira l'acqua al suo mulino e se è un liturgista a focalizzare la crisi sulla liturgia, non poteva essere che questo perché si parla per parte presa. In realtà, dal mio personalissimo punto di vista, quando si parla di crisi nella chiesa attuale, solo chi vuole eludere il problema può continuare a negare che si tratti di crisi liturgica. 

Una riflessione in merito viene dalla trascorsa celebrazione dell'Assunta nelle nostre chiese e parrocchie.

Prima della riforma liturgica preti e cerimonieri dovevano aver in mente il complicato ma non difficile meccanismo delle occorrenze e concorrenze delle feste. In date particolari più feste e commemorazioni potevano accavallarsi. Ogni edizione del messale e del breviario possedeva una sezione riguardante la concorrenza delle feste con norme necessarie per risolvere gli eventuali dubbi.
Con le riforme del Vaticano II e la pubblicazione del Calendarium romanum del 1969 tante complicazioni sono venute meno ma rimane una sostanziale incapacità di leggere gli attuali libri liturgici e saperli mettere in pratica, su questo come su altri punti.  E ciò si è visto per sabato 15 agosto 2015 in cui quasi mezza Italia si è trovata in una situazione inutilmente e inspiegabilmente anomala.

Più volte su questo blog mi sono riferito al valore delle poche vigiliae mantenute dal messale
del concilio con la loro caratterizzazione esclusiva  e pastoralmente sempre ignorate. La solennità dell'assunzione di Maria è una di quelle feste con vigilia e due formulari distinti (messa vespertina della vigilia e messa del giorno). Ma il problema non è stato ovviamente la vigilia che nella stragrande maggioranza dei casi è omessa, ma la seconda parte del formulario, la messa del giorno.

    Che cosa è successo? Ci siamo trovati di fronte a uno dei tanti casi moderni di concorrentia festorum. La solennità dell'Assunta, in Italia è rimasta al 15 agosto ed è di precetto. Come si ricorda, quest'anno il 15 era sabato. Quindi, quale messa si doveva celebrare la sera di sabato 15 agosto?
    Per ignoranza o per il semplice "copia-incolla", alcuni responsabili e addetti degli uffici liturgici, che non sanno o non sono in grado di applicare le norme e riportarle sulle pubblicazioni diocesane, quindi con aurea di ufficialità e con la funzione di derimere i dubbi di tanti pastori, hanno segnato la messa prefestiva della domenica per sabato 15 agosto, invece della messa propria dell'Assunta.

Partendo dalle Norme generali per l'ordinamento dell'anno liturgico e del caledario (Messale Romano 1983, LIV-LIX), stampate nel messale romano italiano dopo i famosi Principi e Norme, emergono tre semplici regole per comprendere in che modo preparare la liturgia.

  1. Il giorno liturgico.  Il n. 3 stabilisce che «il giorno liturgico decorre da una mezzanotte all'altra. La celebrazione delle domeniche e delle solennità inizia dai Vespri del giorno precedente». Noi aggiungiamo che i secondi Vespri non sono un puro accidente ma sono la naturale conclusione del giorno liturgico chiamato "domenica" o "solennità". Questa preghiera di chiusura, che nella pedagogia celebrativa della chiesa accompagna il fedele alla conclusione del tempo di grazia che è stato celebrato, non può essere sottovalutato.
  2. Il n. 5 afferma chiaramente che: «Per la sua particolare importanza la domenica cede la sua celebrazione alle solennità e alle feste del Signore».
  3. Il n. 60 trasmette la regola: «Se nello stesso giorno cadono più celebrazioni si fa quella che nell'elenco dei giorni liturgici occupa il posto superiore». Per questo la sera di sabato 15 agosto, dando applicazione alle semplici parole del numero citato, doveva essere celebrata la messa dell'Assunta in quanto:
     
    1. Nella Tabella dei giorni liturgici (Messale Romano 1983, n. 59, LVIII) la solennità della beata Vergine Maria si trova in I.3
    2. Le domeniche del tempo ordinario si trovano in II.6

Invece le cose non sono andate così. Questo mi fa pensare a una serie di problemi.

Il primo di natura morale, riguarda la coscienza dei credenti, che se non avvisati, recandosi in chiesa per soddisfare il precetto della solennità o quello della domenica, hanno perso uno dei due. Tenendo presente che
«le norme della chiesa sul precetto domenicale e festivo intendono favorire e sviluppare il senso della domenica e della festa», nel caso attuale «quando due giorni di precetto sono consecutivi, si adempie al precetto partecipando in entrambi i giorni alla Messa. Pertanto si deve partecipare a due messe».Non essendo a conoscenza di particolari dispense di massa per l'assolvimento del precetto di una delle due celebrazioni, permane il problema.

La seconda questione è di natura pastorale
mi porta a pensare che essendo in Italia, con un popolo che  manifesta
ancora una profonda affezione e devozione per la Madre di Dio, scegliere di non celebrare la messa serale dell'Assunta sia una decisione poco oculata. Inoltre dal punto di vista pastorale emerge il problema della comunicazione. Si ricorda in merito il caso della solennità dell'Immacolata, coincidente con la II domenica d'Avvento di per sé precedente e della scelta fatta, in funzione della devozione del popolo italiano, di "sacrificare" la domenica d'Avvento in favore dell'Immacolata, salvando la seconda lettura propria della domenica al posto di quella del formulario della solennità. Scelta discutibile ma pastoralmente comprensibile. In quel caso però la comunicazione fu chiara, precisa e puntuale. Per l'assunta del 2015 questi aggettivi non credono possano usarsi.
Anche se in molte parrocchie e diocesi, al di là della correttezza delle informazioni, si è lodevolmente provveduto alla comunicazione per i fedeli con annunci parrocchiali, circolari diocesane o web, questo non è avvenuto sempre e dovunque in tutta Italia.
Tra i tanti impegni pastorali delle nostre diocesi forse tale particolare aspetto non è molto valutato, ma dovendo la messa essere il nutrimento dei credenti, ci si aspetterebbe una maggiore sensibilizzazione che porti anche a diffondere la responsabilità di partecipare a due messe di precetto distinte e  consecutive, come ricordavamo più sopra.

Il terzo problema è di natura liturgica
perché la vicenda denota una scarsa cura delle celebrazioni, una mancanza di attenzione nei confronti di ciò che i libri liturgici prescrivono e del sensus fidelium ingannato.  


A conclusione di questo nostro intervento riteniamo di poter affermare che le problematiche esposte sono il segno di una crisi, che deve essere interpretata e non sottovalutata. Chiudiamo riportando un frammento tratto dagli insegnamenti di Benedetto XVI dal quale deriva il titolo di questo contributo: 



«La crisi ecclesiale in cui oggi ci troviamo dipende in gran parte dal culto della liturgia che talvolta viene addirittura concepita: etsi Deus non daretur».


domenica 9 agosto 2015

Mare calmo

Se un giorno siamo assaliti da prove inevitabili, ricordiamoci che è stato Gesù ad ordinarci di prendere la barca poiché vuole che lo precediamo sull'altra sponda. È impossibile infatti per chi non ha sopportato le onde e il vento contrario di giungere a quella sponda. Così, quando ci vedremo circondati da difficoltà molteplici e faticose, stanchi di navigare in esse con la povertà dei nostri mezzi, immaginiamo che la nostra barca è in mezzo al mare, agitata dalle onde che vorrebbero vederci «fare naufragio nella fede» (cf. 1 Tm 1, 19) o in qualche altra virtù. E se sentiamo il soffio del maligno accanirsi contro le nostre imprese, diciamoci che in questo momento il vento è contrario.
Quando, dunque, in mezzo a queste sofferenze, avremo sopportato bene le lunghe ore della notte oscura che regna nei momenti di prova, quando avremo lottato con tutte le nostre forze, stando attenti a evitare « il naufragio della fede » ..., possiamo essere certi che verso l'ultima parte della notte, « quando la notte sarà avanzata, e il giorno vicino » (cf. Rom 13, 12), il Figlio di Dio verrà verso di noi camminando sulle acque, per rendere per noi il mare calmo. 

Origene


mercoledì 5 agosto 2015

La trasfigurazione del Signore

La festa della Trasfigurazione si deve leggere in funzione della grande solennità del’Ascensione di cui è una prefigurazione. Secondo il teologo Louis Bouyer la vita cristiana è una vita ascensionale:
«Nella Scrittura la vita cristiana appare come animata da un dinamismo, un impulso che non si può non definire ascensionale. […] Il cammino terreno del Figlio di Dio, del quale la risurrezione rappresenta solamente il penultimo stadio, si completa e conclude nell’atto dell’ascensione. E che quest’ultima non sia da parte di Gesù un incomprensibile abbandono dei suoi, ma il coronamento della sua opera di redenzione è ciò che veniva preannunciato nei discorsi di addio: “È bene per voi che io me ne vada” (Gv 16,7). Allo stesso modo, ogni eucaristia, celebrando questo “esodo”, questo passaggio dalla terra al cielo, che Cristo nostro capo ha realizzato per primo ma per tutti noi, culmina infine nell’elevazione del per quel haec omnia; dopo di che, come se fossimo giunti alla presenza divina, osiamo rivolgerci con la gloriosa libertà dei figli di Dio a colui che dimora in una luce inaccessibile e dirgli finalmente Padre nostro che sei nei cieli!» (L. Bouyer, Il senso della vita monastica (Spiritualità occidentale), Qiqajon, Bose 2013, 50).
Basilica di sant'Apollinare in Classe, particolare dell'abside (VI sec.), Ravenna

Il motivo di questa lunga citazione risiede nella capacità che ha di ricondurci direttamente al senso della festa. Iconograficamente parlando la Trasfigurazione appartiene a quelle feste che rappresentano la glorificazione del Signore, prima della sua Passione. Ecco perché da secoli la Chiesa commemora due volte in un anno l’evento di oggi. Nel nostro attuale Ordo Lectionum Missae le pericopi della trasfigurazione sono per la seconda domenica di Quaresima e per il 6 agosto. Nel cammino dei quaranta giorni di preparazione alla luce della Pasqua, la Chiesa mette il popolo credente di fronte alle vesti candide del Signore trasfigurato sul monte, con gli apostoli Pietro Giacomo e Giovanni con cui interloquisce e la Legge e i Profeti che gli rendono testimonianza.

Siamo al cospetto di una teofania dalle caratteristiche veterotestamentarie (cfr. Es 24,9; 34,29) e dalla dimensione trinitaria (cfr. Agostino e Tommaso)

Per la festa, basti dire che ha avuto una prima diffusione in Oriente (VI secolo in Siria Orientale, VIII secolo in Siria Occidentale, X secolo a Bisanzio) e ancora oggi è una delle più grandi feste dell’anno liturgico delle chiese orientali in particolare bizantine  presso le quali si parla di metamorphosis tou Soteros. Secondo Baumstark si tratterebbe di una delle tante celebrazioni legate all’evento della dedicazione, in questo caso di una basilica sul Tabor.


Sant'Apollinare in Classe, Ravenna, abside

Particolare rilievo acquista il Kondakion della festa per capire il ruolo chiave della trasfigurazione nella comprensione dell’opera redentiva di Cristo e "dell’autocomprensione liturgica della teologia bizantina", in quel continuo affermare che la liturgia e la teologia ortodosse non mirano all’annientamento del mondo ma alla sua trasfigurazione:
«Ti sei trasfigurato sul monte e i tuoi discepoli contemplarono come poterono la tua gloria, o Cristo Dio, affinché quando ti vedessero crocifisso potessero credere alla tua passione volontaria e poi predicare al mondo che tu sei veramente lo splendore del Padre».
L’iter di diffusione della festa in occidente è più lento. Si celebra in Spagna intorno al IX secolo, in Europa si afferma grazie alla riforma attuata dall’Ordine Cluniacense che l’accoglie nel suo calendario per poi essere inserita nelle consuetudini occidentali nel XV secolo, con successiva approvazione papale del culto, in seguito a motivi politici.
Parlando di raffigurazioni artistiche della trasfigurazione la mente non può che tornare ai grandi capolavori della nostra storia dell’arte. A mio avviso, il più significativo si trova a Ravenna nell’abside della basilica di sant’Apollinare in Classe (
sec. VI). La composizione grafica della trasfigurazione, la prima in occidente e ancor più preziosa per la sua rarità e la finissima composizione teologica, esprime in forma simbolica la scena evangelica presentando il volto di Cristo, al centro di una croce, in un cielo blu stellato, inserita in un aureola sontuosamente incorniciata da pietre e perle: la quadratura cristologica dell’immagine è data e imperniata nella professione di fede
 
1. con l’utilizzo dell’IXTHYS, il famoso acrostico paleocristiano 
2. le indicazioni cristologiche dell’alpha e dell’omega,
3. ed infine, alla base della croce, l’espressione Salus mundi.

Gli apostoli sono tre pecorelle (Pietro da solo e Giacomo e Giovanni insieme, sul lato opposto a quello di Pietro) al di sotto della croce in un mistico giardino e nel cielo dell’abside si stagliano le due figure a mezzo busto di Mosè ed Elia.
La mano nel nimbo (Spirito) al vertice del catino rappresenta la voce del Padre nella teofania descritta dagli evangelisti. Ecco che tutta l’iconografia classense ha una dimensione trinitaria. 
Inoltre se si considera il valore liturgico dell’abside, quell’oriente ideale o reale, come lo definisce S. Heid, verso cui tende tutta la celebrazione del mistero eucaristico, avere un’abside che accoglie la trasfigurazione in una forma così sublime significa che tutto, il ciclo architettonico, iconografico e celebrativo confluiscono in questo spazio di colore e forme teologiche nel quale, per esempio, la sola colletta di questa festa assume una profondità sublime.

Interessante in merito alla festa è la didascalia composta per il Messale italiano (ed. 1983, p. 551) che definisce la Trasfigurazione:
«Manifestazione anticipata della gloria del Signore e profezia del suo esodo al Padre, l’odierna celebrazione mette in luce la dimensione pasquale ed escatologica della liturgia  e di tutta la vita cristiana. La parola del Padre preannunzia l’adozione filiale di coloro che, ascoltando e seguendo il Figlio prediletto, diventano suoi fratelli (Lc 8,21) e partecipi della trasfigurazione eterna».

Alla luce di questa spiegazione si può leggere il percorso della colletta
O Dio, che nella gloriosa Trasfigurazione del Cristo Signore, hai confermato i misteri della fede con la testimonianza della legge e dei profeti, e hai mirabilmente preannunziato la nostra definitiva adozione a tuoi figli, fa che ascoltiamo la parola del tuo amatissimo Figlio per diventare coeredi della sua vita immortale.

Esso è delineato in un cammino spirituale:

1. contemplare il Cristo trasfigurato prima della sua passione come anticipazione di gloria

2. assentire all’autorità di Mosè e di Elia che ne confermano “i misteri della fede” che celebriamo

3. preannuncio della definitiva adozione a figli

4. impegno nella fede ex auditu, sull’ascolto della parola del Figlio e la successiva concretizzazione della Parola ascoltata secondo il dettato evangelico ripreso dal Messale

5. Contemplazione, ascolto, pratica della professione cristiana e destinazione escatologica. Trasformazione escatologica che come affermato nella preghiera dopo la comunione avviene proprio partecipando alla mensa e consumando il pane del cielo.

Sull’ultimo punto vorrei ricordare l’essenziale dimensione, teologica e spirituale, del tema dell’oriente, citando ancora il grande Bouyer: 

«Al vertice del cristianesimo tradizionale c’è la visione del Cristo-Oriente, che attira a sé, fino al santuario celeste, l’umanità strappata alle profondità dello sh’ol, senza che essa possa più fermarsi alla superficie della terra» (p. 53).

Nella teologia orientale della Trasfigurazione - metamorfosi ritorna preponderante il tema della divinizzazione. Ma possiamo comprendere qualcosa di tutto ciò se proviamo a spiegare ciò che introduceva il messale in merito alla festa del 6 agosto. In esso si dichiara infatti che la festa della Trasfigurazione «mette in luce la dimensione pasquale ed escatologica della liturgia».
Nella trasfigurazione vediamo che cos’è la divinizzazione, un pregustare la gloria, ma senza dimenticare la croce. Ecco perché è così evocativa l’abside ravennate, perché in essa il Cristo non ha un corpo ma è un volto al centro di una Croce gloriosa. L’ignominia del patibolo è rappresentata quindi gloriosa con al centro il Cristo nel suo essere risplendente. «La festa che si celebra sulla terra, la liturgia come servizio di Dio all’uomo e al mondo in quanto “costante e quotidiana approvazione del mondo per un motivo particolare e in un modo non usuale”, non può essere altro che una estensione della festa intratrinitaria alla creazione, prodotta dall’amore e dalla gioia sovrabbondanti delle persone divine tra di loro: perfetta affermazione della creazione e gioia per essa, comunicazione con essa in vista della sua divinizzazione, sua partecipazione alla vita divina» (M., Kunzler, La liurgia della Chiesa, 576).

    Sembrano adatte le prime parole della Sacrosanctum concilium quando specifica la natura umana e divina della Liturgia. Se si pensa che l’evento della trasfigurazione si pone a metà strada, sul monte, tra il cielo e la terra, e se manteniamo l’assetto della trasfigurazione che mette in luce la dimensione pasquale ed escatologica della liturgia allora troviamo in questo brano la perfetta conclusione del nostro piccolo contributo:
«La liturgia infatti, mediante la quale, specialmente nel divino sacrificio dell'eucaristia, «si attua l'opera della nostra redenzione», contribuisce in sommo grado a che i fedeli esprimano nella loro vita e manifestino agli altri il mistero di Cristo e la genuina natura della vera Chiesa. Questa ha infatti la caratteristica di essere nello stesso tempo umana e divina, visibile ma dotata di realtà invisibili, fervente nell'azione e dedita alla contemplazione, presente nel mondo e tuttavia pellegrina; tutto questo in modo tale, però, che ciò che in essa è umano sia ordinato e subordinato al divino, il visibile all'invisibile, l'azione alla contemplazione, la realtà presente alla città futura, verso la quale siamo incamminati. In tal modo la liturgia, mentre ogni giorno edifica quelli che sono nella Chiesa per farne un tempio santo nel Signore, un'abitazione di Dio nello Spirito, fino a raggiungere la misura della pienezza di Cristo, nello stesso tempo e in modo mirabile fortifica le loro energie perché possano predicare il Cristo. Così a coloro che sono fuori essa mostra la Chiesa, come vessillo innalzato di fronte alle nazioni, sotto il quale i figli di Dio dispersi possano raccogliersi, finché ci sia un solo ovile e un solo pastore» (SC 2).
 
La basilica della Trasfigurazione sul monte Tabor

lunedì 3 agosto 2015

La Pasqua nelle domeniche ordinarie - 3

La colletta della XV domenica del Tempo Ordinario, anticamente destinata per i suoi temi alla III domenica dopo Pasqua, è un concentrato di suggestioni estese e profonde.

Come sempre in questo spazio, presentiamo solo alcuni dettagli dell' immensa mole di significati e di piste di approfondimento.

La colletta ha la sua fonte nel Sacramentario Veronese n.75, collocata nel mese di aprile. Da qui è migrata nel Gelasianum Vetus n. 546, nel tempo pasquale, «dominica IIa post clausum Paschae» e poi nell’Hadrianeum 1117 fino alla riforma conciliare del Messale che l’ha assegnata anche al lunedì della III settimana di pasqua.
Il testo latino, originale o attuale, suscita nelle orecchie un piacere particolare dovuto alla stilistica del testo che, per ovvi motivi, in traduzione si perde. Ma la forza dei contenuti non diminuisce.
O Dio, che mostri agli erranti la luce della tua verità, perché possano tornare sulla retta via, concedi a tutti coloro che si professano cristiani di respingere ciò che è contrario a questo nome e di seguire ciò che gli è conforme. Per il nostro Signore...

Deus, qui errántibus, ut in viam possint redíre, veritátis tuæ lumen osténdis, da cunctis qui christiána professióne censéntur, et illa respúere, quæ huic inimíca sunt nómini, et ea quæ sunt apta sectári. Per Dóminum.

Leggendo la preghiera viene in mente un passo della Sapienza:
«Allora il giusto starà con grande fiducia di fronte a coloro che lo hanno perseguitato e a quelli che hanno disprezzato le sue sofferenze. Alla sua vista saranno presi da terribile spavento, stupiti per la sua sorprendente salvezza. Pentiti, diranno tra loro, gemendo con animo angosciato: «Questi è colui che noi una volta abbiamo deriso e, stolti, abbiamo preso a bersaglio del nostro scherno; abbiamo considerato una pazzia la sua vita e la sua morte disonorevole. Come mai è stato annoverato tra i figli di Dio e la sua eredità è ora tra i santi? Abbiamo dunque abbandonato la via della verità, la luce della giustizia non ci ha illuminati e il sole non è sorto per noi. Ci siamo inoltrati per sentieri iniqui e rovinosi, abbiamo percorso deserti senza strade, ma non abbiamo conosciuto la via del Signore. Quale profitto ci ha dato la superbia? Quale vantaggio ci ha portato la ricchezza con la spavalderia? Tutto questo è passato come ombra e come notizia fugace. I giusti al contrario vivono per sempre, la loro ricompensa è presso il Signore e di essi ha cura l’Altissimo» (5, 1-9.15).

    Il capitolo appartiene a ciò che gli esegeti identificano con il tema della “prova del giusto”, del giusto perseguitato dagli empi, da ricollegare ovviamente ai “canti del Servo del Signore” di Isaia e che noi leggiamo nella domenica delle Palme, nei successivi primi tre giorni della settimana santa, per concludere con la lettura del carme più esteso come prima lettura della celebrazione della passione al Venerdì santo. In particolare il testo di Sap 5 ci riporta di fronte alla grande scena del giudizio escatologico in cui l’empietà si umanizza e si erge per condannare gli empi confusi a causa delle opere compiute (cfr. G. Bellia - A. Passaro, Il libro della Sapienza. Tradizione, redazione, teologia, Città Nuova, Roma 2004, 175-190). Nel brano colpisce il mea culpa: 
«Abbiamo dunque abbandonato la via della verità, la luce della giustizia non ci ha illuminati e il sole non è sorto per noi. Ci siamo inoltrati per sentieri iniqui e rovinosi, abbiamo percorso deserti senza strade, ma non abbiamo conosciuto la via del Signore»
Giotto, giudizio universale, 1306

Affresco, 1000 x 840 cm - Controfacciata della Cappella degli Scrovegni, Padova, Italia

E qui si trova una fonte biblica della prima parte della nostra colletta. In essa si parla di “abbandonare la via”, quindi dell’erranza, dell’essere lontani dal Signore per aver scelto sentieri che allontanano da lui. Il tema è prevalentemente scritturistico come possiamo vedere facilmente, sfogliando le voci di una concordanza biblica. Miriadi di versetti che si rincorrono uno con l’altro per affermare sempre che il peccato non è l’ultima parola! La nostra umanità di fronte al trascendente non resiste, non riesce a mantenere la rotta soprattutto quando si dà voce al mondo e alle sue frammentazioni, che hanno proprio la capacità di distogliere dall’Uno, come diceva Plotino. E l’umano cade nella frammentazione, non riesce a mantenere una sola via. Ma la Sacra Scrittura e la Liturgia in questo caso, in cui Dio è soggetto di un’azione nei confronti di coloro che vagano senza meta, ricordano che l’erranza corrisponde all’errore e che nel gioco di composizione del testo Dio mostra la luce della sua verità per diradare le tenebre dell’errore. Sembra allora un errare su vie tortuose e buie. Ricordiamo che l’Inferno dantesco è un luogo buio, perché senza Dio.
Risuona il Salmo 43 quando chiede: «Manda la tua luce e la tua verità: siano esse a guidarmi, mi conducano alla tua santa montagna, alla tua dimora».

Il tema pasquale della luce che abbiamo affrontato più sopra,  si articola e declina qui con la verità.
Si denotano le caratteristiche morali dell’opposizione tra verità/luce e i lemmi contrari di tenebra/errore come nel quarto Vangelo: «Invece chi fa la verità viene verso la luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio» (Gv 3,21)  e si scorge la speranza che l’orazione infonde.



La preparazione del cero durante il lucernario della Veglia pasquale. Londra, The Brompton Oratory 2015
Da quando è stata composta questa colletta, la Chiesa chiede con continuità che Dio, che mostri agli erranti la luce della tua verità, perché possano tornare sulla retta via. Lo zelo missionario, l’impegno ascetico, la vita cristiana integrale, la spiritualità cristiana, oserei dire, si fonda e si basa sui concetti espressi dal testo liturgico, in un continuo chiedere che Dio ci illumini con la sua verità, che è Cristo, «io sono la via, la verità e la vita» (Gv 14,6), con la sua Parola perché «Ho scelto la via della fedeltà, mi sono proposto i tuoi giudizi» e ancora perché «Lampada per i miei passi è la tua parola, luce sul mio cammino» (Sal 119, 30; 105). Il tutto per ricordare che chi è nell’errore, chi vaga sui sentieri lontani dal Signore, non è condannato a questa lontananza bensì sempre viene offerta la nuova possibilità di riprendere luce, di seguire la verità e di riconquistare la retta via.

Suggestivo in merito è il salmo 113 A dell’Hallel «Esodico e pasquale, usato appunto nella liturgia sinagogale (e cristiana) dell’ottava di pasqua. Un carme musicale, ritmico, armonico e quasi processionale» (G. Ravasi, Il libro dei Salmi. Commento e attualizzazione, III, Edizioni Dehoniane, Bologna 2008, 348), variamente impiegato dalla liturgia pasquale, che troviamo citato nel Purgatorio dantesco (II, 46; cfr. Epistola XIII a Cangrande della Scala), con il suo senso di pellegrinaggio, di dispersione nel deserto per poi essere ricondotti alla terra promessa.

Il testo eucologico si ferma poi sulla conseguenza pratica della petizione. Chiedere a Dio di mostrarci la luce della sua verità per poter riconquistare la retta via cosa significa? La liturgia spiega cosa praticamente si deve fare per seguire la luce della verità che è Cristo stesso. In un testo così breve per genere letterario, senza mezzi termini, si afferma ciò che 1Tm 6,11 dichiarava:
«Ma tu, uomo di Dio, fuggi queste cose; tendi alla giustizia, alla pietà, alla fede, alla carità, alla pazienza, alla mitezza. Combatti la buona battaglia della fede, cerca di raggiungere la vita eterna alla quale sei stato chiamato e per la quale hai fatto la tua bella professione di fede davanti a molti testimoni».

Insegna il Catechismo della Chiesa Cattolica (185) che
«chi dice: « Io credo », dice: « Io aderisco a ciò che noi crediamo» e inoltre «La prima “professione di fede” si fa al momento del Battesimo. Il “Simbolo della fede” è innanzi tutto il Simbolo battesimale. Poiché il Battesimo viene dato “nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo” (Mt 28,19), le verità di fede professate al momento del Battesimo sono articolate in base al loro riferimento alle tre Persone della Santa Trinità».  
Ecco perché il testo ha una natura pasquale, perché in esso si riscontra lo stesso centro della professare la fede che viene dal Battesimo stesso.
    La comunione nella fede richiede un linguaggio comune della fede, normativo per tutti e che unisca nella medesima confessione di fede». Fare la propria “bella professione di fede” rimanda a coloro che christiána professióne censéntur  in due ordini di azioni.
    Il primo modo di essere cristiani di rendere ovvero reale la propria professione di fede davanti a molti testimoni è dato dal verbo respúere. Respingere è un atto di forza, e ha come oggetto tutto il male possibile: il cristiano è quindi chiamato a rigettare, rifiutare, ostacolare, buttar via, porre resistenza a tutto ciò che è un compromesso con il male. Si parla di nemici, di respingere quae huic  inimica sunto nomini e i nemici non si respingono nella rilassatezza delle proprie convinzioni morali o nella quiescenza di un senso religioso annacquato o conformista. Leggere il testo nel suo contesto storico vorrebbe dire ricondurlo alla strenua resistenza messa in atto dai cristiani alla seduzioni del paganesimo e in un tempo di conversioni dal paganesimo alla fede cristiana, la tentazione di mischiare le due esperienze religiose o di tendere nella vita più alle pratiche pagane che a quelle cristiane, può dar ragione dei termini decisi impiegati (in particolare si veda B. Capelle, Messes du pape s. Gélase dans le sacramentaire léonien Revue Bénédectine 56 (1945/46) p. 12-41; Gélase Ier, Lettre contre les Lupercales et dix-huit messes du Sacramentaire léonien, a cura di G. Pomarès (Sources chrétiennes 65), Éditions du Cerf, Paris 1959, 82 in particolare).   

Se nella nostra christiana professione questo non c’è, viene meno automaticamente anche il verbo  censeor, ne viene meno quindi l’essenza stessa della professione e dell’essere cristiano. Non a caso nella veglia pasquale, nella liturgia battesimale il vescovo chiedere ai catecumeni di rinunciare  e come ovvio non si tratta solo di rispondere a delle domandina ben formulate che il celebrante propone ma si tratta di esprimere con la parola quello che quotidianamente poniamo in essere. 

In positivo, quale conseguenza, chi si professa cristiano deve essere soggetto del verbo seguire. Ma cosa seguire? Quae sunt apta! Tutto ciò che è adatto, conforme alla scelta che si è fatta pronunciando il Credo.
Ancora san Paolo amplifica il senso di questo verbo quando elenca cosa bisogna ricercare in Fil 4, 8:
«In conclusione, fratelli, tutto quello che è vero, nobile, giusto, puro, amabile, onorato, quello che è virtù e merita lode, tutto questo sia oggetto dei vostri pensieri. Ciò che avete imparato, ricevuto, ascoltato e veduto in me, è quello che dovete fare. E il Dio della pace sarà con voi!»

La vocazione di san Matteo

Non sono uno storico dell'arte e non sono un'esperto. Quindi da non addetto ai lavori mi accosto a un dipinto complesso e sudiatiss...