domenica 25 ottobre 2015

"Amore crescente inquisitio crescat inventi" - XXX Domenica del Tempo Ordinario

La XXX domenica del Tempo Ordinario presenta alla nostra contemplazione un Vangelo potente per il messaggio che trasmette, incastonato in una serie di testi capaci di delineare un percorso ricco che conduce di fronte al Signore Gesù.
    
L’Ordinamento generale del Messale Romano al n. 47 parlando dell’introito della messa, spiega che cosa sia l’antifona d’ingresso: «La funzione propria di questo canto è quella di dare inizio alla celebrazione, favorire l’unione dei fedeli riuniti, introdurre il loro spirito nel mistero del tempo liturgico o della festività, e accompagnare la processione del sacerdote e dei ministri». Il Graduale Romanum, - che, lo ricordiamo, in un mondo liturgico ideale dovrebbe essere il libro per eccellenza dei cantori, che il Messale stesso mette al primo posto tra le fonti del canto liturgico - esprime con una musica coinvolgente la bellezza del testo assegnato a questa domenica, tratto dal Salmo 104, 3-4


Gioisca il cuore di chi cerca il Signore.
Cercate il Signore e la sua potenza,
cercate sempre il suo volto.
Lætétur cor quæréntium Dóminum.
Quærite Dóminum, et confirmámini,
quærite fáciem eius semper.

Con la funzione di favorire l’unione dei fedeli riuniti e di introdurre il loro spirito nel mistero della celebrazione eucaristica che inizia, la Chiesa ha voluto citare con il Salmo la ricerca dell’uomo semplice, del fedele che non si accontenta di ciò che gli può essere stato raccontato su Dio, che non si accontenta della propria idea di Dio, ma lo cerca. L’atteggiamento di ricerca del Signore che non è un’affanno continuo nel cercare di scovare un Dio che non si vede e non si manifesta ma è un’azione che arreca gioia perché conduce proprio dinnanzi al suo volto. Cercare sempre il suo volto è stare alla Sua presenza, desiderare di stare con il Signore. Leggiamo come sant’Agostino nella sua Esposizione sul Salmo 104 commenta i versetti dell’antifona:

«Nessun dubbio che la fede ha già [trovato il volto del Signore] ma è pur vero che la speranza ancora lo cerca. La carità poi, se l'ha certo trovato per mezzo della fede, cerca però di possederlo per mezzo della visione, nella quale sarà finalmente trovato in maniera da soddisfare il nostro desiderio e da escludere ogni ulteriore ricerca. Ed infatti se la fede non potesse trovarlo già in questa vita, non si direbbe: Cercate il Signore, e neppure si direbbe, quando l'aveste trovato: L'empio abbandoni le sue vie, e l'uomo iniquo desista dai suoi pensieri (Is 55,6-7). Parimenti se, una volta trovato per mezzo della fede, egli non dovesse più essere ricercato, non si direbbe: Se infatti noi speriamo ciò che non vediamo, è per mezzo della pazienza che l’aspettiamo (Rm 8,25), e non si spiegherebbe quel che afferma san Giovanni: Noi sappiamo che, quando sarà apparso, saremo simili a lui, perché lo vedremo quale egli è (1Gv 3,2). O forse pur quando l'avremo visto faccia a faccia qual egli è, dovremo ancora continuare a ricercarlo e cercarlo senza fine, perché senza fine dovremo amarlo? Invero anche ad una persona presente diciamo: Non ti cerco, volendo dire: Non ti amo. Ed è per questo che l'amato viene cercato anche se è presente, mentre egli stesso è sollecitato da un moto costante di carità a non rendersi assente. Quindi se uno ama un altro, anche quando lo vede, vuol sempre, senza provarne fastidio, che lui sia presente, cioè cerca sempre che lui sia presente. È chiaro dunque che il cercate sempre il suo volto non significa che in questa ricerca, in cui si esprime l'amore, il ritrovamento rappresenti la fine, ma piuttosto che, nella misura in cui aumenta l'amore, aumenta la ricerca della persona trovata (Amore crescente inquisitio crescat inventi)».
Trovo illuminante questo brano agostiniano in funzione della colletta della XXX domenica che ripropone lo stesso percorso di ricerca nella fede, nella speranza e nella carità:
Dio onnipotente ed eterno,
accresci in noi la fede, la speranza e la carità,
e perché possiamo ottenere ciò che prometti,
fa' che amiamo ciò che comandi.
 
Omnípotens sempitérne Deus, da nobis fídei, spei et caritátis augméntum, et, ut mereámur ássequi quod promíttis, fac nos amáre quod præcipis.
Nella misura in cui cerchiamo il Signore, vogliamo stare con Lui, ritagliamo nella nostra vita uno spazio che sia solo ed esclusivamente suo, alla luce di quanto letto in Agostino, nella misura in cui aumenta l’amore, aumenta la ricerca della persona amata, la colletta pone bene in evidenza l’augmentum della fede, che ha già trovato, della speranza, che ancora cerca, e della carità che in fede e speranza ancora cerca per colmare il nostro desiderio di lui. In funzione di questa dinamica possiamo quindi chiedere di poter ottenere ciò che promette il Signore e di amare ciò che egli comanda. Il cattolicesimo si regge su dinamiche di questo tipo. È impensabile gestirlo e concepirlo come un agglomerato ordinato di norme, precetti e prescrizioni varie da dover seguire senza un'amorosa ricerca del Signore che conduca a chiedere fac nos amáre quod præcipis!
  


La Liturgia della Parola, prepara al Vangelo passando per un brano tolto dal così detto “libro della consolazione” di Geremia. Qui la consolazione e il conforto trovano il loro culmine nell’annuncio: «Il Signore ha salvato il suo popolo, il resto d’Israele». Il profeta chiede di cantare di gioia perché il Signore ha salvato il suo popolo, e non altri; non le potenze del mondo, non le armi hanno salvato ma il solo Signore. Il brano profetico ridiscende descrivendo come il Signore ha manifestato la sua salvezza incalzando con una serie di verbi di movimento: riconduco, raduno, ritorneranno (v. 8); partiti, riporterò, ricondurrò, non inciamperanno (v.9). Il brano si chiude con una definizione; tutto ciò che il Signore ha compiuto è stato fatto «perché io sono un padre per Israele, Èfraim è il mio primogenito» (v.9). Il Salmo 125 riprende alcune espressioni della prima lettura mentre la seconda mette davanti a noi il Cristo “sommo sacerdote” (Eb 5,5-6) presente ed agente come tale nel Vangelo.

Bartimeo è il cieco, il povero al margine della società ebraica che mendica sul ciglio della strada. Sente che sta passando Gesù e grida “Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!”. Forse un grido per attirare l’attenzione? Dalle ultime parole che Gesù gli rivolge non sembra. Infatti quando balza in piedi per raggiungere Gesù e chiedere il miracolo “Che io veda di nuovo” Gesù assicura “La tua fede ti ha salvato”. Poche righe di vangelo che sconvolgono. Bartimeo ha osato uscire dal mondo in cui era stato relegato. Al suo grido cercano di farlo star zitto quasi a dire “Come ti permetti tu? Che intenzioni hai? Vuoi forse scavalcare la tua posizione sociale, andare oltre il limite che la cecità ti ha imposto? Sei mendicante, continua a stare sul margine della strada, non in prima fila, non in vista, non davanti a Gesù”. Eppure il grido prorompe e da secoli la nota preghiera del cuore imparata dalle pagine della Filocalia e del Racconto di un pellegrino russo, mormorata in continuazione a ritmo di sistole e diastole riaffiora silenziosa per cercare quel volto, per stare dinnanzi al Signore (persona da πρόσωπον / prósōpon che indica il volto dell'individuo, ma anche la maschera dell'attore e il personaggio rappresentato, implica lo stare davanti all’altro (cfr. L’idea di persona, a cura di V. Melchiorre (Metafisica e storia della Metafisica 16), Vita e Pensiero, Milano 1996).

Facilmente possiamo declinare Bartimeo con la nostra condizione di credenti. La liturgia stessa ci mette nelle condizioni del cieco mendicante ponendo sulle labbra il canto del Kyrie eleison - Signore pietà chiedendo di vedere nuovamente considerando non solo la nuova possibilità di contemplare ma anche un nuova condotta di vita che necessariamente segue lo slancio di ricerca del Signore, avendo il desiderio di cercare così come ci ricordavano sant’Agostino, la colletta e l’antifona d’introito. Di fronte al Signore che chiede «Che cosa vuoi che io faccia per te?» credo debba nascere il desiderio di poter vedere «Rabbunì, che io veda di nuovo!».

Nella liturgia eucaristica si impone ciò che indica l’OGMR al n. 79: «L’azione di grazie (che si esprime particolarmente nel prefazio): il sacerdote, a nome di tutto il popolo santo, glorifica Dio Padre e gli rende grazie per tutta l’opera della salvezza o per qualche suo aspetto particolare, a seconda della diversità del giorno, della festa o del Tempo». Tenendo a mente questo principio credo sia particolarmente indicato il prefazio comune VIII come commento all’intero formulario di questa domenica.

È veramente giusto lodarti e ringraziarti, Padre santo, Dio onnipotente ed eterno, in ogni momento della nostra vita,nella salute e nella malattia nella sofferenza e nella gioia, per Cristo tuo servo e nostro Redentore. Nella sua vita mortale egli passò beneficando e sanando tutti coloro che erano prigionieri del male. Ancor oggi come buon samaritano viene accanto ad ogni uomo piagato nel corpo e nello spirito e versa sulle sue ferite l’olio della consolazione e il vino della speranza. Per questo dono della tua grazia, anche la notte del dolore si apre alla luce pasquale del tuo Figlio crocifisso e risorto.

La liturgia spinge alla lode e al ringraziamento in ogni momento della nostra vita. L’esistenza non è certo fatta solo di momenti gioiosi e felici ma anche di sofferenze, affanni e dolori, nella salute e nella malattia nella sofferenza e nella gioia. Tutti gli aspetti della quotidiana esistenza entrano nella lode perenne al Dio onnipotente per mezzo di Cristo “tuo servo e nostro Redentore”. Poi il prefazio continua dando altre definizioni di Cristo che mostra la sua benevolenza e la sua forza taumaturgica, come nei confronti del cieco nato, prigioniero del male, dando così un taglio morale e non solo miracolistico all’azione di Gesù. Nel Vangelo il cieco chiede il miracolo e Gesù parla di fede che salva tutta la persona, nella sua componente fisica e spirituale.
    Il prefazio attualizza il vangelo, riferendosi a Gesù come al buon samaritano che ancora passa accanto all’individuo per sanarlo e beneficarlo quasi a dire che vivere e celebrare il mistero di Cristo nell'ordinario è accettare di vivere da discepoli da infermi che riconoscono la propria debolezza, non più ostacolo ma realtà vera da presentare al Signore; è riconoscere che Dio si china su di noi («Chi è come il Signore, nostro Dio, che siede nell’alto e si china a guardare sui cieli e sulla terra? Solleva dalla polvere il debole, dall'immondizia rialza il povero» Sal 113, 5-7) e ci salva. L'olio e il vino possono alludere ai sacramenti dell'Unzione dei malati e dell'Eucaristia. Gesù cammina accanto a ciascuno per guarirlo e consolarlo. I segni della sua presenza, oltre i sacramenti, sono le persone che nel suo nome hanno compassione del prossimo e se ne prendono cura e nelle quali si può riconoscer il volto di Dio stesso (cfr. M. Augé, Liturgia, San Paolo 1992).
Infine la conclusione del Prefazio, che maggiormente ci ricollega al vangelo contestualizza l’opera di Gesù nel suo mistero di passione, morte e risurrezione: «Per questo dono della tua grazia, anche la notte del dolore si apre alla luce pasquale del tuo Figlio crocifisso e risorto».
Come fedeli che vedono percepiamo la luce della Pasqua. Il lume pasquale che avanza nelle tenebre della chiesa buia e il dividersi delle fiammelle che non diminuisce ma aumenta lo splendore della notte di veglia ci riporta al catecumenato, all’itinerario che la Chiesa ha voluto per far passare dalle tenebre alla sua luce meravigliosa (1Pt 2,9) verso il sacramento del Battesimo che come sappiamo «nella Chiesa antica era chiamato anche "Illuminazione". La fede è un cammino di illuminazione: parte dall'umiltà di riconoscersi bisognosi di salvezza e giunge all'incontro personale con Cristo, che chiama a seguirlo sulla via dell'amore. Su questo modello sono impostati nella Chiesa gli itinerari di iniziazione cristiana, che preparano ai sacramenti del Battesimo, della Confermazione (o Cresima) e dell’Eucaristia» (Benedetto XVI, Angelus 29.10.2006).



mercoledì 21 ottobre 2015

Quando Ratzinger metteva in guardia...

«Sono tratti costitutivi della fede la disponibilità a soffrire ma anche il coraggio di lottare. Ciò non manca certo a quegli uomini che dicono: la fede dovrebbe essere protesta e resistenza contro il potere di questo mondo. Ma quando si va a vedere più da vicino ci si rende conto che in realtà tali gruppi vogliono per lo più avere un altoparlante per le loro grida e per i loro slogan di partito.
Accade tutt’altra cosa, invece, quando la Chiesa si oppone ai veri poteri e peccati di quest’epoca, quando essa denuncia la distruzione del matrimonio, la distruzione della famiglia, l’uccisione dei bambini non ancora nati, le deformazioni della fede: allora le si contrappone subito un Gesù che sarebbe stato solo misericordioso, sarebbe stato sempre comprensivo e non avrebbe mai fatto male a nessuno. E viene formulata la massima: non si può essere cristiani a spese dell’essere uomini; e per essere uomini si intende poi ciò che pare e piace a ciascuno. Esser cristiani è un optional gradito, ma non deve costare nulla... Cristo è salito sulla croce: un Gesù disponibile a tollerare tutto non sarebbe stato crocifisso».

Da Joseph Ratzinger, Collaboratori della verità, San Paolo 1994

Astitit Regina! La regalità di Maria e la Chiesa regina eterna

Santa Maria antiqua al Foro romano, la Theotokos in trono Dopo la riapertura del meraviglioso sito d...