Pane vivo, che dà vita /1

Propongo ai miei lettori una raccolta di catechesi, divulgative e di primo approccio alla messa. Sperando di fare cosa gradita vi auguro una buona lettura. 




Pane vivo che dà vita. Vivere la Messa / Francesco Bonomo


Introduzione



Q
uesto piccolo libro raccoglie le catechesi che ho avuto modo di tenere in diverse occasioni presso alcune parrocchie romane. Sono il tentativo, seppur minimo di trasmettere a ragazzi e adulti il valore della messa domenicale e il grande dono della prima comunione.
Tutto il libro è animato dal desiderio di introdurre a tappe piccoli momenti della celebrazione eucaristica che sono continuamente ignorati o distrattamente considerati dagli abituali frequentatori delle liturgie parrocchiali. Eppure sono convinto che ragionare un po’ sui dettagli che la messa ci offre può aprire la strada alla sua comprensione
Quindi un piccolo libro che secondo i momenti della Messa cerca di spiegarne il contesto e l’origine per tentare di valutare in profondità la grandezza e la sapienza dei gesti e delle parole che la Chiesa mette davanti ai suoi membri.

1. Il Signore sia con voi


Quando ci si trova insieme per buona educazione si salutano tutti coloro che si incontrano. Se sono in una grande sala piena di gente o in un piccolo negozio, tra amici o di fronte a un’altra persona devo salutare. Perché? Il saluto è l’inizio di un dialogo. Cominciare a parlare con qualcuno senza aver salutato non solo è una forma di maleducazione ma significa anche non prestare attenzione a chi ci sta di fronte. Io pretendo attenzione e chiunque deve pretendere attenzione perché sono una persona, una creatura amata, e come lo sono io lo sono gli altri e quindi noi ci salutiamo.
         Il primo dialogo che il sacerdote realizza nella messa è il saluto iniziale che alcuni chiamano liturgico. Non è un saluto di cortesia. Il sacerdote infatti non sta dicendo buonasera a tutti. Se fosse un semplice saluto non ci sarebbe stato bisogno di questa formula bellissima il Signore sia con voi.
Allora che saluto è? Di cosa si tratta?
Il sacerdote allargando le braccia, rivolto verso il popolo dice: Il Signore sia con voi. Questo saluto del sacerdote principalmente è un augurio. Nella messa si radunano i credenti, coloro che sono stati spinti dall’amore per il Signore a raggiungere la chiesa per poterlo ringraziare con la preghiera più grande che noi cristiani cattolici abbiamo, la messa! Quando noi credenti ci siamo radunati il sacerdote ci saluta e la prima cosa che dice è Il Signore. Egli sta augurando a tutti la presenza del Signore. Parliamo di Gesù. Nei Vangeli e negli scritti del Nuovo Testamento Gesù è chiamato Signore dopo la sua risurrezione. Nella Messa noi ricordiamo proprio quello che Gesù ha sofferto nella sua via crucis, nella morte e nella risurrezione gloriosa. Quando il sacerdote dice il Signore sta proprio ricordando, ad ogni singolo fedele che siamo in chiesa perché Gesù è risorto e lo fa solamente con una parola Signore.
L’augurio del sacerdote è anche sia con voi. Egli che rappresenta proprio Dio al suo altare ci sta augurando che quel Signore risorto, quel Gesù che ha sofferto ed è morto per noi e per noi è risorto possa vivere accanto a noi, possa essere continuamente accanto a noi perché è una promessa di Gesù stesso «Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28,20).


 

2.   Dio parla a noi


Se guardiamo alla vita di tutti i giorni facilmente ci accorgiamo che siamo letteralmente ricoperti da una valanga di parole. I social network, la televisione, i messaggi di testo, internet, i libri, i giornali, le pubblicità che vediamo dovunque. La parola scritta è quindi diffusa grandemente nel tempo in cui stiamo vivendo. Di fronte a questo fiume di parole abbiamo perso la capacità di fermarci su ciò che leggiamo perché sono così tante le frasi scritte che passano dinnanzi ai nostri occhi che difficilmente facciamo veramente attenzione a ciò che leggiamo.
In alcuni casi il tempo che noi stessi passiamo a scrivere relazionandoci con internet e telefonini ci ha distaccato dalla vera capacità umana che sta nel parlare e nell’ascoltare chi ci sta di fronte. Siamo ancora in grado di ascoltare e leggere ciò che abbiamo di fronte ma siamo abituati a contenuti ristretti, testi brevi, che vadano subito al centro della questione.
Anche durante la Messa incontriamo un testo scritto, e se ci si fa attenzione la chiesa è rimasta uno dei pochi luoghi in cui si possono ascoltare dei testi letti. Infatti in ogni Messa avviene quella che si chiama la Liturgia della Parola. Da un luogo sopraelevato e visibile a tutti, che si chiama ambone, uomini e donne rivolti verso di noi leggono dei testi bellissimi. Questi testi sono presi dalla Bibbia e sono Parola di Dio. Che vuol dire questo? La Bibbia è un testo che ci racconta la fede di tanti uomini e donne che hanno accolto il “Padre che con molta amorevolezza viene incontro ai suoi figli ed entra in conversazione con essi” (DV 21). Quando siamo seduti in chiesa e ascoltiamo leggere la Parola di Dio, ogni volta, si realizza questo: il Padre parla con noi! E se non riusciamo a prestare attenzione a ciò che ci viene detto rischiamo di perdere l’occasione di entrare in dialogo con lui. Ecco quindi che entrando in chiesa si dovrebbe fare lo sforzo di scollegarsi da tutte le parole che si ascoltano fuori e cercare di focalizzarsi invece su ciò che Dio ha da dire a noi. L’importanza della Sacra Scrittura letta in chiesa durante la messa non sta solo nella possibilità di un incontro con Dio fatto di parole lette e ascoltate, ma è anche il tempo giusto per trovare il nutrimento per la nostra fede. Se io ho fiducia in Dio, nella sua opera e nel suo amore per me questa fiducia ha
però bisogno di crescere. Così avviene con gli amici. Solo frequentando coloro che ho scelto come i “migliori” tra le persone che conosco, solo stando con loro e accettando le loro parole verso di me, posso far crescere, nutrire e maturare il rapporto di amicizia, che come dice la Bibbia sono un vero e proprio tesoro (cfr. Sir 6). Allo stesso modo ascoltando con perseveranza la Parola di Dio posso imparare a conoscerlo e continuare ad avere il desiderio di stare con lui. 


3.   La professione della nostra fede


Dopo le letture, il sacerdote che celebra per noi la messa fa l’omelia, che è una breve spiegazione dei brani biblici che abbiamo ascoltato. Fa questo perché le letture sono state scelte secondo dei criteri particolari e una volta proclamate insieme una dopo l’altra, può succedere che perdiamo dei particolari interessanti o dei dettagli utili alla comprensione. Così il sacerdote raccoglie tutto quello che i testi ascoltati trasmettono e li consegna a noi in forma di spiegazione.
Poi arriva un momento particolare, in cui si sta in piedi e tutti insieme diciamo un lungo testo chiamato Credo o professione di fede. Questo testo che è stato composto molti secoli fa è un piccolo riassunto di tutto ciò in cui noi cattolici crediamo. Per questo si capisce quanto è importante perché in poche parole riporta alla nostra memoria tutta la storia della salvezza cioè tutto ciò che Dio ha fatto per noi e per cui noi crediamo.
La fede infatti è principalmente un suo dono, perché “è impossibile credere senza la grazia e gli aiuti interiori dello Spirito Santo” (CCC 154). Ma se riceviamo un dono, bisogna anche reagire al dono che ci viene fatto e quindi nel credere c’è ogni singolo uomo che compie, per sua volontà, l’atto di credere in ciò che Dio ci manifesta e sceglie di “aderire alle verità da lui rivelate” (CCC 154).
Consegna delle chiavi, Cappella Sistina in Vaticano, Perugino, 1481-1482
Ma posso credere da solo? Singolarmente il credente compie l’atto di credere, infatti quando in chiesa si fa la professione di fede, si dice “Credo!”, io credo. In chiesa durante la messa domenicale non si è soli, ogni fedele è circondato da tanti altri credenti che nello stesso momento e con le stesse intenzioni dicono all’unisono “Credo!”. Quindi tutti quelli che sono in chiesa, anzi tutti coloro che la domenica, nelle altre chiese del mondo, fanno la professione di fede, pronunciano tutti lo stesso Credo, perché tutti hanno “un solo corpo e un solo spirito, come una sola è la speranza alla quale siete stati chiamati, quella della vostra vocazione; un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo.
Un solo Dio e Padre di tutti, che è al di sopra di tutti, opera per mezzo di tutti ed è presente in tutti” (Ef 4,4-6).
Tutto questo è possibile perché abbiamo ricevuto il Battesimo, che è il fondamento di tutta la vita cristiana, la porta d'ingresso alla vita spirituale e la porta che apre l'accesso agli altri sacramenti” (CCC 1213). Ed è ovvio che quando siamo dinnanzi ad una porta aperta siamo invitati a non rimanere sulla soglia, quindi a prendere una decisione, varcando la soglia oppure rimanendo fuori. Professare la fede significa quindi continuamente ribadire il nostro desiderio di attraversare quella porta per andare incontro con le buone opere al Cristo perché 

il Battesimo è per così dire il ponte che Egli ha costruito tra sé e noi, la strada per la quale si rende a noi accessibile; è l'arcobaleno divino sulla nostra vita, la promessa del grande sì di Dio, la porta della speranza e, nello stesso tempo, il segno che ci indica il cammino da percorrere in modo attivo e gioioso per incontrarlo e sentirci da Lui amati” (Benedetto XVI 11-1-2009).

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