Pane vivo che dà vita /2

Propongo ai miei lettori una raccolta di catechesi, divulgative e di primo approccio alla messa. Sperando di fare cosa gradita vi auguro una buona lettura. 


Pane vivo che dà vita. Vivere la Messa / Francesco Bonomo

 

4. La preghiera "per noi e per tutti"

 
Proprio perché siamo battezzati e abbiamo avuto il dono di poter ascoltare la Parola di Dio, possiamo pregare gli uni per gli altri con fervore perché siamo parte di una un’unica famiglia di credenti.
La preghiera cristiana è sempre rivolta al Padre. Come nella Parola noi ascoltiamo Dio che si manifesta per mezzo di Cristo nello Spirito santo (DV 2) così la nostra preghiera è rivolta al Padre per mezzo di Cristo nello Spirito Santo. Questo è ciò che si sente quando il sacerdote all’altare dice preghiamo o quando innalzando le braccia al cielo inizia la preghiera eucaristica. Come per la Parola di Dio il nostro ascolto è la risposta a lui che si sta rivelando così la preghiera della Chiesa è la risposta alla rivelazione di Dio.
La preghiera non può essere egoista, riversata sul proprio io o attenta solo alle proprie necessità. In casa, o in chiesa nel tempo che si vuole ritagliare per stare da soli con Dio la preghiera è personale. Quando si partecipa alla liturgia cristiana è la Chiesa che si rende presente e quindi non si prega più per se stessi ma per tutti e quindi anche per se stessi. La preghiera della Chiesa esprime il “noi” del popolo di Dio radunato per la celebrazione.
E questo “noi” è fondato sul Battesimo che abbiamo ricevuto e sulla professione della fede comune che abbiamo pronunciato ad alta voce dopo l’omelia.
In questa preghiera universale o dei fedeli non manca la nostra umanità. Purtroppo non basta esprimere quello che proviamo perché ci sia una preghiera. Saper riconoscere ciò che abbiamo dentro è un dono ma la coscienza di sé è altro dal porre l’esistenza dinnanzi a Dio. Un altro rischio è quello di non tener conto dei sentimenti che si provano e quindi di formulare preghiere che sono solo parole fredde e vuote. L’Antico e il Nuovo Testamento, in particolare l’esempio di Gesù, sono testimonianze della preghiera e sono il modello al quale la Chiesa si vuole conformare imparando a riconoscere l’umanità e saperla orientare verso Dio. La gioia, il dolore, la rabbia e la felicità, lo stupore o il dolore per il proprio peccato tutto può essere presentato a Dio e trasformato in preghiera di lode e ringraziamento, di supplica, di intercessione.

5. Benedetto sei tu, Signore


All’altare il sacerdote compie dei piccoli gesti per preparare ciò che serve alla celebrazione della seconda parte della messa: il calice con il vino e un goccio di acqua e il pane nella forma tradizionale delle ostie in uso nella Chiesa occidentale. I gesti che si compiono sono essenziali. Il sacerdote prende l’ostia, la tiene un po’ sollevata e dice una benedizione: «Benedetto sei tu, Signore, Dio dell'universo: dalla tua bontà abbiamo ricevuto questo pane …» poi prende il calice e nello stesso modo dice: «Benedetto sei tu, Signore, Dio dell'universo: dalla tua bontà abbiamo ricevuto questo vino …»
Nella messa la benedizione, il benedire, significa principalmente due cose.
La prima. Quando durante la presentazione del pane e del vino il sacerdote dice “Benedetto sei tu Signore” sta riconoscendo che Dio è l’origine e la fonte di ogni benedizione perché «Dio, benedetto nei secoli, che è al di sopra di tutte le cose, lui solo è buono e ha fatto bene ogni cosa, per colmare di benedizioni tutte le sue creature, e sempre, anche dopo la caduta dell'uomo, ha continuato a effonderle in segno del suo amore misericordioso».
Riconoscendo Dio, si riconosce Gesù Cristo come massima benedizione per gli uomini e che «volle manifestarsi nel Vangelo in atto di benedire i fratelli, specialmente i più piccoli, e di rivolgere al Padre la sua preghiera di benedizione. In ultimo, glorificato dal Padre e asceso al cielo, effuse sui suoi fratelli, acquistati con il suo sangue, il dono del suo Spirito, perché da lui guidati, lodassero e magnificassero in tutte le cose Dio Padre, lo adorassero, gli rendessero grazie, e nell'esercizio delle opere di misericordia meritassero di venir annoverati tra i benedetti nel regno dei cieli» (Rituale Romano. Benedizionale, nn. 1 e 3).


La seconda. La benedizione discende quindi da Dio. Leggendo l’Antico Testamento si può vedere che patriarchi, profeti, re, sacerdoti e gente del popolo di Israele hanno innalzato a Dio i loro ringraziamenti e le loro benedizioni per ciò che Egli ha compiuto per il suo popolo e nelle loro vite e poi hanno trasmesso sugli uomini e sulle cose la stessa benedizione di Dio. Quando sono gli uomini a benedire, ci sono questi due aspetti. Quando il sacerdote dice “Benedetto sei tu Signore” lo sta benedicendo per quello che Egli è e chiede di far discendere sul pane e sul vino la sua benedizione. Dire che Dio è benedetto vuol dire anche ricordare il suo aiuto, fare memoria della sua grazia che salva e affermare con fede che Lui è fedele all’alleanza che ha stabilito con noi. Quando il sacerdote benedice, noi tutti lodiamo Dio per la sua bontà e misericordia verso di noi. I fedeli nello stare in chiesa per celebrare e vivere la Messa, benedicono Dio con la loro presenza e con l’intenzione di innalzare a Lui lodi e ringraziamenti con la più importate delle preghiere. Nel gesto del sacerdote di sollevare la mano destra in segno di benedizione egli benedice le persone o gli oggetti e tutti i fedeli sono chiamati a pregare il Signore perché venga a salvarci e perché sia sempre pronto ad aiutarci. 



 6. Facendo memoria


Al centro di ogni Messa che si celebra nella Chiesa cattolica ci sono le parole di Gesù pronunciate nella sua Ultima cena a Gerusalemme con gli Apostoli. Di che cosa si fa memoria? Non solo di una “cena” tra amici. Infatti quella cena avviene poco prima della consegna che Gesù fa di se stesso «Solo così, il dono dell’Eucaristia, istituita nel Cenacolo, trova il suo compimento: Gesù dà realmente il suo corpo ed il suo sangue. Attraversando la soglia della morte, diventa Pane vivo» (Benedetto XVI 26.05.2005).
La Messa quindi è legata al momento dell’Ultima cena e al sacrificio di Cristo sulla Croce in cui Egli per noi ha sacrificato il suo Corpo e il suo Sangue. Non si ama a parole. E questo si vede nelle nostre relazioni tra amici, genitori e tra persone che si amano veramente. Non si può dire di amare ma si ama nella vita di tutti i giorni. Il segno supremo dell’amore di Cristo per noi sta nella sua scelta di non fuggire la morte, di non tornare indietro di fronte alla sofferenza, di accettare la sua morte come segno di un amore immenso nei confronti di ognuno di noi.
Il suo amore rimane a noi nella messa in cui ricordiamo e viviamo ciò che Lui ha fatto per noi. Nell’Ultima cena 

«Dopo aver radunato i suoi Apostoli nel Cenacolo, Gesù prese nelle sue mani il pane, lo spezzò e lo diede loro dicendo: “Prendete e mangiatene tutti: questo è il mio corpo offerto per voi”. Poi prese nelle sue mani il calice del vino e disse loro: “Prendete e bevetene tutti: questo è il calice del mio sangue per la nuova ed eterna alleanza, versato per voi e per tutti in remissione dei peccati. Fate questo in memoria di me».
Ascoltare e guardare il sacerdote che celebra la Messa vuol dire vedere l’adempimento del comando del Signore: fate questo! Una serie di azioni e di gesti che non sono il risultato di un nostro pensiero, di un nostro bisogno di imitare Gesù come fossimo a teatro, ma sono il segno della nostra fede nella sua continua presenza tra noi perché tutto quello che avviene sull’altare si compie in memoria di Lui! Fate questo in memoria di me! Ma come insegna papa Francesco, la Messa non è 

«Una semplice commemorazione di ciò che Gesù ha fatto nell’Ultima Cena. Noi diciamo, per capire bene, che l’Eucaristia è ‘memoriale’, ossia un gesto che attualizza e rende presente l’evento della morte e risurrezione di Gesù: il pane è realmente il suo Corpo donato per noi, il vino è realmente il suo Sangue versato per noi. L’Eucaristia è Gesù stesso che si dona interamente a noi.Se vissuta con fede, la comunione eucaristica trasforma la nostra vita in un dono a Dio e ai fratelli: nutrirci di quel ‘Pane’ significa entrare in sintonia con il cuore di Cristo, assimilare le sue scelte, i suoi pensieri, i suoi comportamenti. Significa entrare in un dinamismo di amore e diventare persone di pace, persone di perdono, di riconciliazione, di condivisione solidale» (Francesco, Angelus 16.08.2015).  

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