sabato 24 settembre 2016

Pane vivo che dà vita / 3

Propongo ai miei lettori una raccolta di catechesi, divulgative e di primo approccio alla messa. Sperando di fare cosa gradita vi auguro una buona lettura. 


Pane vivo che dà vita. Vivere la Messa / Francesco Bonomo


7. La pace sia con voi 


Prima di accostarci al Corpo e Sangue del Signore il sacerdote compie un altro piccolo gesto. Allarga le sue braccia e rivolto verso i fedeli dice: La pace del Signore sia sempre con voi. Cerchiamo di capire questo invito. Innanzitutto ricordiamo che l’uomo è fatto per la pace e che la pace è un dono che deriva da Dio stesso. Ma ci illuderemmo se cercassimo nel dono che Dio fa della pace, una pace del tutto materiale che sia assenza di guerre, di sofferenze e che corrisponda a un mondo senza pericoli e senza problemi. Queste sono conseguenze di ciò che intendiamo per pace. Il sacerdote nel dire La pace sia con voi non sta dicendo: vi auguro una vita senza problemi, senza guerre e senza sofferenze. La pace del Signore sia sempre con voi significa qualcosa di più. La frase vuole esprimere la convinzione che, dove e quando l'uomo si lascia illuminare dallo splendore della verità, intraprende quasi naturalmente il cammino della pace. Quindi la pace come assenza di conflitti è un significato molto riduttivo. La pace viene dall’ordine stesso che Dio ha stabilito quando creava il mondo. E in quest’ordine esiste un principio di verità che si manifesta e che deve essere seguito dagli uomini se sono desiderosi di giustizia. Allora se riconosco un ordine nella creazione, riconosco che quest’ordine è vero, allora nel preservare per giustizia quest’ordine si trova la pace, che è anche una pace materiale. È vero anche il contrario ovvero se non seguo l’ordine della creazione, non riconosco il vero e scelgo la menzogna, la giustizia passa in secondo piano e la pace non ha più nessun valore. «La pace è un desiderio insopprimibile presente nel cuore di ogni persona, al di là delle specifiche identità culturali. Proprio per questo ciascuno deve sentirsi impegnato al servizio di un bene tanto prezioso, lavorando perché non si insinui nessuna forma di falsità a inquinare i rapporti» (cfr. Bendetto XVI, 1.1.2006).
Nelle parole del sacerdote La pace del Signore sia sempre con voi c’è anche un altro elemento. Quando il giorno di Pasqua gli apostoli erano chiusi nel Cenacolo per paura dei Giudei, il Signore, Gesù risorto appare agli apostoli, mostra loro le sue ferite, e dice Pace a voi. Gesù dice questo ai suoi discepoli, cioè a coloro che di fronte alla sua sofferenza lo hanno rinnegato, sono scappati e non sono stati in grado di essere con lui ai piedi della croce.
Ma Gesù non recrimina, non si presenta davanti a loro per rinfacciare a ognuno le proprie colpe e le proprie infedeltà. Lui si presenta ai suoi apostoli dicendo solamente “Pace”. Quasi a dire “tutto quello che avete fatto o che non avete fatto, ora per me non conta. Per me conta che tra di voi e con voi ci sia la pace”, quella pace che viene dal perdono, dalla sua misericordia e dalla presenza del Signore Gesù tra di noi, Lui che non si scandalizza delle nostre miserie delle nostre infedeltà, della nostra paura di fronte al dolore.
Ascoltare il sacerdote che dice La pace sia con voi è quindi ascoltare Gesù stesso che dopo la sua risurrezione assicura la sua pace e chiede che questa pace non sia vissuta solo per noi, ma sia qualcosa che possiamo comunicare e trasmettere agli altri che ci sono intorno. Ecco perché la Chiesa oggi ci invita a scambiarci un segno di pace, non una semplice stretta di mano ma il desiderio di voler vivere in noi la pace che Gesù ha lasciato per noi.

 

8. Comunione con Lui


Arriva il momento più importante. Si è di fronte al Signore nel suo corpo e nel suo Sangue. Un momento intimo che non può essere rovinato da distrazioni. Prima di fare la comunione, si riconosce la nostra miseria e povertà di fronte al Signore che conosce l’animo dell’uomo e lo accoglie nella verità. Una serie di gesti semplici. Una processione. Il fedele che accede alla comunione si alza dal suo posto e si dirige dal sacerdote. In quei pochi passi è contenuto un mondo. È la realtà di ogni singolo. Quando una persona si alza, per dirigersi verso una meta porta con sé tutto il proprio mondo, la propria esistenza. Si lascia momentaneamente un posto; la direzione, la mèta in questo caso è il Signore. A lui tende la vita del credente, lui è il desiderio del cuore del cristiano. E se non è lui al centro del desiderio che anima e spinge a fare la comunione allora tutto si riduce a un semplice alzarsi, andare e tornare. Niente lo distingue più.
I cristiani non possono permettersi questo. Nel muoversi per raggiungere il sacerdote c’è un vero e proprio atto di fede. Quando il sacerdote mi presenta l’ostia consacrata, il Corpo del Signore, dice Il Corpo di Cristo. E rispondiamo Amen. Non vuol dire “grazie”! Quell’amen corrisponde al Credo! Perché questa parola ebraica ha in sé il significato di affidarsi e di potersi sorreggere su qualcosa di sicuro come la roccia. 

Stefano di Giovanni di Consolo da Cortona, Ultima Cena
Quando il sacerdote mostra l’ostia consacrata e dice Il Corpo di Cristo la mia risposta con l’amen è il voler dire e affermare con fede che sto credendo nel Corpo del Signore, che dico sì a quel cibo che mi nutre e mi dà vita. Si dice: “Sì credo fermamente!” alla presenza viva di Gesù e al suo sacrificio di passione, morte e risurrezione che illumina tutta la mia vita.
Come cristiani diamo il nostro assenso a una vita che si ispira e che vuole seguire il Signore crocifisso e risorto. Tornando a posto si riprende la propria posizione, si ritorna a contatto con la propria realtà personale, se così si può dire, si prende coscienza che ora, dopo aver mangiato e partecipato al sacrificio che Cristo ha fatto di se stesso per la salvezza, quel gesto supremo di amore è anche nella mia vita e si deve chiedere la grazia che non rimanga senza frutto. Così la Prima Comunione è l’inizio di un cammino nuovo con Gesù, l’inizio di «un'amicizia per tutta la vita con Gesù. Inizio di un cammino insieme, perché andando con Gesù andiamo bene e la vita diventa buona» (Benedetto XVI, 15.10.2005).
Vogliamo ricordare che tra i santi, il nome di Giovanni Bosco è quello più legato alla comunione. Nella sua opera di educazione e formazione cristiana dei giovani, insisteva proprio sull’importanza della partecipazione alla messa e alla confessione. Questo perché? Perché egli riteneva che i ragazzi non solo devono sapere di essere amati ma devono anche sentirsi amati e questi due sacramenti assicuravano il mezzo adeguato per trasmettere alle nuove generazione la coscienza dell’amore di Dio per il suo popolo. Diceva infatti:


«Tutti hanno bisogno di fare la s. Comunione: i buoni per mantenersi buoni, ed i cattivi per diventare buoni. Ma prima di accostarvi a ricevere l'adorabile Corpo di Gesù, dovete riflettere se nel cuore siete pronti. Chi ha peccato e non vuol staccarsi dal suo peccato, anche se si è confessato, non è degno di ricevere il Corpo di Gesù; invece di arricchirsi di grazie, si rende più colpevole […] Se invece ci si è confessati con il chiaro proposito di cambiare, accostiamoci pure al pane degli Angeli. Si badi però che la frequenza ai Sacramenti non è, da sola, sicuro indizio di bontà. C'è gente che, pur senza fare sacrilegi, va però con molta tiepidezza e per abitudine a ricevere la Santa Comunione; è la loro stessa superficialità che non permette loro di capire tutta l'importanza di quello che fanno. Per questo non ottengono i frutti della Santa Comunione. Se non potete comunicarvi sacramentalmente, fate almeno la Comunione Spirituale. Di che si tratta? Essa consiste in un ardente desiderio di ricevere Gesù nel vostro cuore» (cfr. P. Zago–A. Villa, Cuore a cuore. Per l'adorazione eucaristica personale e comunitaria, Città Nuova, Roma 2008, 102).

9. Eucaristia e missione 

 

Di solito alla fine della Messa il sacerdote o un diacono possono dire La messa è finita. Andate in pace. Nell'antichità ciò che noi chiamiamo messa, dal latino missa, significava semplicemente «dimissione». Nel mondo cristiano questa parola ha preso un altro significato e quindi non più quello solamente di dimissione ma quello ancor più impegnativo di «missione». Infatti la formula con cui si conclude la Messa sta a indicare che ciò cui si partecipa in chiesa non è qualcosa che rimane chiuso lì. La fede che i cristiani professano nel Dio trinitario non è un qualcosa che si possa vivere solo in una forma privata. Se infatti si vince una partita, una gara importante, un premio desiderato la felicità per il risultato ottenuto spinge in modo irrefrenabile a comunicare a tutti la propria soddisfazione per ciò che si è conseguito. Allo stesso modo se Cristo ha conquistato il cuore del credente, la sua vita non può non essere una vita di annuncio di ciò che per primi si è sperimentato. Quindi quando la Messa è finita per il cristiano inizia il momento difficile della missione di modo che tutto quello che si è sperimentato e vissuto durante la celebrazione si possa poi vivere concretamente nell’esistenza quotidiana.
Dopo la Messa si avverte subito il distacco tra quello che si vive in durante la liturgia e ciò che aspetta ogni credente fuori della porta della chiesa. L’impegno e la speranza è che grazie alla forza ricevuta dalla Parola di Dio e dalla comunione con il Signore, la vita di fede sia una testimonianza viva che si incarna nel quotidiano e non solo un credo professato con le labbra una volta a settimana. Se la fede è anche una scelta personale di adesione al Signore che si rivela questa scelta non si consuma nell’impegno della messa domenicale ma continua e si estende in tutte le pieghe del vissuto settimanale.

Conclusione

 

Nella vita della Chiesa cattolica, l’eucaristia costituisce un tesoro. Si può fare a meno di tante cose ma non si può rinunciare alla Messa e alla sua celebrazione per tutto quello che abbiamo cercato di trasmettere e spiegare in questo piccolo contributo. Siamo convinti della necessità dell’eucaristia a partire dalla testimonianza che i santi, credenti prima di noi, hanno dato su questo. In particolare ricordiamo l’estrema testimonianza di un gruppo di credenti dell’antichità, di un tempo ormai lontano da noi quando ancora gli antichi romani dominavano il mondo. Sotto la loro dominazione c’era anche un piccolo villaggio chiamato Abitene, nell’attuale Tunisia. Lì vivevano un gruppo di cristiani perseguitati per la loro fede da parte dell’imperatore Diocleziano. 


Per suo volere dovevano essere distrutte le sacre Scritture e distruggere i luoghi di riunione dei cristiani. Ma i cristiani di Abitene nonostante il pericolo dovuto alle decisioni imperiali ritenevano necessario celebrare il Signore. E dunque:

 
Arrestati, vennero processati a Cartagine. Non erano accusati per la fede che professavano, ma per l’aver continuato a radunarsi per le sacre celebrazioni. Perché avevano voluto sfidare l’imperatore? Uno di loro rispose con una formula di rara bellezza e profondità: «Non possiamo vivere senza la celebrazione domenicale». Ne nacque un dibattito a più voci, tra il proconsole e quel gruppo di cristiani, tra i quali c’erano anche donne, ragazzi e bambini. Tutti insistevano che la celebrazione della domenica era loro necessaria non soltanto perché li legava a Gesù crocifisso e risorto, ma anche per l’unità delle famiglie e dell’intera comunità. «Sono cristiano e, di mia volontà, ho partecipato all’assemblea domenicale con mio padre e i miei fratelli», disse uno dei bambini. E il sacerdote spiegò al persecutore: «Non lo sai, che è la domenica a fare il cristiano e che è il cristiano a fare la domenica, sicché l’una non può sussistere senza l’altro, e viceversa? Quando senti il nome 'cristiano', sappi che vi è una 'comunità riunita' che celebra il Signore; e quando senti dire 'comunità riunita', sappi che lì c’è il “cristiano”» (A. M. Sicari, Il santo del giorno, in Avvenire 12.2.2012). 

Francesco Bonomo

sabato 17 settembre 2016

Pane vivo che dà vita /2

Propongo ai miei lettori una raccolta di catechesi, divulgative e di primo approccio alla messa. Sperando di fare cosa gradita vi auguro una buona lettura. 


Pane vivo che dà vita. Vivere la Messa / Francesco Bonomo

 

4. La preghiera "per noi e per tutti"

 
Proprio perché siamo battezzati e abbiamo avuto il dono di poter ascoltare la Parola di Dio, possiamo pregare gli uni per gli altri con fervore perché siamo parte di una un’unica famiglia di credenti.
La preghiera cristiana è sempre rivolta al Padre. Come nella Parola noi ascoltiamo Dio che si manifesta per mezzo di Cristo nello Spirito santo (DV 2) così la nostra preghiera è rivolta al Padre per mezzo di Cristo nello Spirito Santo. Questo è ciò che si sente quando il sacerdote all’altare dice preghiamo o quando innalzando le braccia al cielo inizia la preghiera eucaristica. Come per la Parola di Dio il nostro ascolto è la risposta a lui che si sta rivelando così la preghiera della Chiesa è la risposta alla rivelazione di Dio.
La preghiera non può essere egoista, riversata sul proprio io o attenta solo alle proprie necessità. In casa, o in chiesa nel tempo che si vuole ritagliare per stare da soli con Dio la preghiera è personale. Quando si partecipa alla liturgia cristiana è la Chiesa che si rende presente e quindi non si prega più per se stessi ma per tutti e quindi anche per se stessi. La preghiera della Chiesa esprime il “noi” del popolo di Dio radunato per la celebrazione.
E questo “noi” è fondato sul Battesimo che abbiamo ricevuto e sulla professione della fede comune che abbiamo pronunciato ad alta voce dopo l’omelia.
In questa preghiera universale o dei fedeli non manca la nostra umanità. Purtroppo non basta esprimere quello che proviamo perché ci sia una preghiera. Saper riconoscere ciò che abbiamo dentro è un dono ma la coscienza di sé è altro dal porre l’esistenza dinnanzi a Dio. Un altro rischio è quello di non tener conto dei sentimenti che si provano e quindi di formulare preghiere che sono solo parole fredde e vuote. L’Antico e il Nuovo Testamento, in particolare l’esempio di Gesù, sono testimonianze della preghiera e sono il modello al quale la Chiesa si vuole conformare imparando a riconoscere l’umanità e saperla orientare verso Dio. La gioia, il dolore, la rabbia e la felicità, lo stupore o il dolore per il proprio peccato tutto può essere presentato a Dio e trasformato in preghiera di lode e ringraziamento, di supplica, di intercessione.

5. Benedetto sei tu, Signore


All’altare il sacerdote compie dei piccoli gesti per preparare ciò che serve alla celebrazione della seconda parte della messa: il calice con il vino e un goccio di acqua e il pane nella forma tradizionale delle ostie in uso nella Chiesa occidentale. I gesti che si compiono sono essenziali. Il sacerdote prende l’ostia, la tiene un po’ sollevata e dice una benedizione: «Benedetto sei tu, Signore, Dio dell'universo: dalla tua bontà abbiamo ricevuto questo pane …» poi prende il calice e nello stesso modo dice: «Benedetto sei tu, Signore, Dio dell'universo: dalla tua bontà abbiamo ricevuto questo vino …»
Nella messa la benedizione, il benedire, significa principalmente due cose.
La prima. Quando durante la presentazione del pane e del vino il sacerdote dice “Benedetto sei tu Signore” sta riconoscendo che Dio è l’origine e la fonte di ogni benedizione perché «Dio, benedetto nei secoli, che è al di sopra di tutte le cose, lui solo è buono e ha fatto bene ogni cosa, per colmare di benedizioni tutte le sue creature, e sempre, anche dopo la caduta dell'uomo, ha continuato a effonderle in segno del suo amore misericordioso».
Riconoscendo Dio, si riconosce Gesù Cristo come massima benedizione per gli uomini e che «volle manifestarsi nel Vangelo in atto di benedire i fratelli, specialmente i più piccoli, e di rivolgere al Padre la sua preghiera di benedizione. In ultimo, glorificato dal Padre e asceso al cielo, effuse sui suoi fratelli, acquistati con il suo sangue, il dono del suo Spirito, perché da lui guidati, lodassero e magnificassero in tutte le cose Dio Padre, lo adorassero, gli rendessero grazie, e nell'esercizio delle opere di misericordia meritassero di venir annoverati tra i benedetti nel regno dei cieli» (Rituale Romano. Benedizionale, nn. 1 e 3).


La seconda. La benedizione discende quindi da Dio. Leggendo l’Antico Testamento si può vedere che patriarchi, profeti, re, sacerdoti e gente del popolo di Israele hanno innalzato a Dio i loro ringraziamenti e le loro benedizioni per ciò che Egli ha compiuto per il suo popolo e nelle loro vite e poi hanno trasmesso sugli uomini e sulle cose la stessa benedizione di Dio. Quando sono gli uomini a benedire, ci sono questi due aspetti. Quando il sacerdote dice “Benedetto sei tu Signore” lo sta benedicendo per quello che Egli è e chiede di far discendere sul pane e sul vino la sua benedizione. Dire che Dio è benedetto vuol dire anche ricordare il suo aiuto, fare memoria della sua grazia che salva e affermare con fede che Lui è fedele all’alleanza che ha stabilito con noi. Quando il sacerdote benedice, noi tutti lodiamo Dio per la sua bontà e misericordia verso di noi. I fedeli nello stare in chiesa per celebrare e vivere la Messa, benedicono Dio con la loro presenza e con l’intenzione di innalzare a Lui lodi e ringraziamenti con la più importate delle preghiere. Nel gesto del sacerdote di sollevare la mano destra in segno di benedizione egli benedice le persone o gli oggetti e tutti i fedeli sono chiamati a pregare il Signore perché venga a salvarci e perché sia sempre pronto ad aiutarci. 



 6. Facendo memoria


Al centro di ogni Messa che si celebra nella Chiesa cattolica ci sono le parole di Gesù pronunciate nella sua Ultima cena a Gerusalemme con gli Apostoli. Di che cosa si fa memoria? Non solo di una “cena” tra amici. Infatti quella cena avviene poco prima della consegna che Gesù fa di se stesso «Solo così, il dono dell’Eucaristia, istituita nel Cenacolo, trova il suo compimento: Gesù dà realmente il suo corpo ed il suo sangue. Attraversando la soglia della morte, diventa Pane vivo» (Benedetto XVI 26.05.2005).
La Messa quindi è legata al momento dell’Ultima cena e al sacrificio di Cristo sulla Croce in cui Egli per noi ha sacrificato il suo Corpo e il suo Sangue. Non si ama a parole. E questo si vede nelle nostre relazioni tra amici, genitori e tra persone che si amano veramente. Non si può dire di amare ma si ama nella vita di tutti i giorni. Il segno supremo dell’amore di Cristo per noi sta nella sua scelta di non fuggire la morte, di non tornare indietro di fronte alla sofferenza, di accettare la sua morte come segno di un amore immenso nei confronti di ognuno di noi.
Il suo amore rimane a noi nella messa in cui ricordiamo e viviamo ciò che Lui ha fatto per noi. Nell’Ultima cena 

«Dopo aver radunato i suoi Apostoli nel Cenacolo, Gesù prese nelle sue mani il pane, lo spezzò e lo diede loro dicendo: “Prendete e mangiatene tutti: questo è il mio corpo offerto per voi”. Poi prese nelle sue mani il calice del vino e disse loro: “Prendete e bevetene tutti: questo è il calice del mio sangue per la nuova ed eterna alleanza, versato per voi e per tutti in remissione dei peccati. Fate questo in memoria di me».
Ascoltare e guardare il sacerdote che celebra la Messa vuol dire vedere l’adempimento del comando del Signore: fate questo! Una serie di azioni e di gesti che non sono il risultato di un nostro pensiero, di un nostro bisogno di imitare Gesù come fossimo a teatro, ma sono il segno della nostra fede nella sua continua presenza tra noi perché tutto quello che avviene sull’altare si compie in memoria di Lui! Fate questo in memoria di me! Ma come insegna papa Francesco, la Messa non è 

«Una semplice commemorazione di ciò che Gesù ha fatto nell’Ultima Cena. Noi diciamo, per capire bene, che l’Eucaristia è ‘memoriale’, ossia un gesto che attualizza e rende presente l’evento della morte e risurrezione di Gesù: il pane è realmente il suo Corpo donato per noi, il vino è realmente il suo Sangue versato per noi. L’Eucaristia è Gesù stesso che si dona interamente a noi.Se vissuta con fede, la comunione eucaristica trasforma la nostra vita in un dono a Dio e ai fratelli: nutrirci di quel ‘Pane’ significa entrare in sintonia con il cuore di Cristo, assimilare le sue scelte, i suoi pensieri, i suoi comportamenti. Significa entrare in un dinamismo di amore e diventare persone di pace, persone di perdono, di riconciliazione, di condivisione solidale» (Francesco, Angelus 16.08.2015).  

sabato 10 settembre 2016

Pane vivo, che dà vita /1

Propongo ai miei lettori una raccolta di catechesi, divulgative e di primo approccio alla messa. Sperando di fare cosa gradita vi auguro una buona lettura. 




Pane vivo che dà vita. Vivere la Messa / Francesco Bonomo


Introduzione



Q
uesto piccolo libro raccoglie le catechesi che ho avuto modo di tenere in diverse occasioni presso alcune parrocchie romane. Sono il tentativo, seppur minimo di trasmettere a ragazzi e adulti il valore della messa domenicale e il grande dono della prima comunione.
Tutto il libro è animato dal desiderio di introdurre a tappe piccoli momenti della celebrazione eucaristica che sono continuamente ignorati o distrattamente considerati dagli abituali frequentatori delle liturgie parrocchiali. Eppure sono convinto che ragionare un po’ sui dettagli che la messa ci offre può aprire la strada alla sua comprensione
Quindi un piccolo libro che secondo i momenti della Messa cerca di spiegarne il contesto e l’origine per tentare di valutare in profondità la grandezza e la sapienza dei gesti e delle parole che la Chiesa mette davanti ai suoi membri.

1. Il Signore sia con voi


Quando ci si trova insieme per buona educazione si salutano tutti coloro che si incontrano. Se sono in una grande sala piena di gente o in un piccolo negozio, tra amici o di fronte a un’altra persona devo salutare. Perché? Il saluto è l’inizio di un dialogo. Cominciare a parlare con qualcuno senza aver salutato non solo è una forma di maleducazione ma significa anche non prestare attenzione a chi ci sta di fronte. Io pretendo attenzione e chiunque deve pretendere attenzione perché sono una persona, una creatura amata, e come lo sono io lo sono gli altri e quindi noi ci salutiamo.
         Il primo dialogo che il sacerdote realizza nella messa è il saluto iniziale che alcuni chiamano liturgico. Non è un saluto di cortesia. Il sacerdote infatti non sta dicendo buonasera a tutti. Se fosse un semplice saluto non ci sarebbe stato bisogno di questa formula bellissima il Signore sia con voi.
Allora che saluto è? Di cosa si tratta?
Il sacerdote allargando le braccia, rivolto verso il popolo dice: Il Signore sia con voi. Questo saluto del sacerdote principalmente è un augurio. Nella messa si radunano i credenti, coloro che sono stati spinti dall’amore per il Signore a raggiungere la chiesa per poterlo ringraziare con la preghiera più grande che noi cristiani cattolici abbiamo, la messa! Quando noi credenti ci siamo radunati il sacerdote ci saluta e la prima cosa che dice è Il Signore. Egli sta augurando a tutti la presenza del Signore. Parliamo di Gesù. Nei Vangeli e negli scritti del Nuovo Testamento Gesù è chiamato Signore dopo la sua risurrezione. Nella Messa noi ricordiamo proprio quello che Gesù ha sofferto nella sua via crucis, nella morte e nella risurrezione gloriosa. Quando il sacerdote dice il Signore sta proprio ricordando, ad ogni singolo fedele che siamo in chiesa perché Gesù è risorto e lo fa solamente con una parola Signore.
L’augurio del sacerdote è anche sia con voi. Egli che rappresenta proprio Dio al suo altare ci sta augurando che quel Signore risorto, quel Gesù che ha sofferto ed è morto per noi e per noi è risorto possa vivere accanto a noi, possa essere continuamente accanto a noi perché è una promessa di Gesù stesso «Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28,20).


 

2.   Dio parla a noi


Se guardiamo alla vita di tutti i giorni facilmente ci accorgiamo che siamo letteralmente ricoperti da una valanga di parole. I social network, la televisione, i messaggi di testo, internet, i libri, i giornali, le pubblicità che vediamo dovunque. La parola scritta è quindi diffusa grandemente nel tempo in cui stiamo vivendo. Di fronte a questo fiume di parole abbiamo perso la capacità di fermarci su ciò che leggiamo perché sono così tante le frasi scritte che passano dinnanzi ai nostri occhi che difficilmente facciamo veramente attenzione a ciò che leggiamo.
In alcuni casi il tempo che noi stessi passiamo a scrivere relazionandoci con internet e telefonini ci ha distaccato dalla vera capacità umana che sta nel parlare e nell’ascoltare chi ci sta di fronte. Siamo ancora in grado di ascoltare e leggere ciò che abbiamo di fronte ma siamo abituati a contenuti ristretti, testi brevi, che vadano subito al centro della questione.
Anche durante la Messa incontriamo un testo scritto, e se ci si fa attenzione la chiesa è rimasta uno dei pochi luoghi in cui si possono ascoltare dei testi letti. Infatti in ogni Messa avviene quella che si chiama la Liturgia della Parola. Da un luogo sopraelevato e visibile a tutti, che si chiama ambone, uomini e donne rivolti verso di noi leggono dei testi bellissimi. Questi testi sono presi dalla Bibbia e sono Parola di Dio. Che vuol dire questo? La Bibbia è un testo che ci racconta la fede di tanti uomini e donne che hanno accolto il “Padre che con molta amorevolezza viene incontro ai suoi figli ed entra in conversazione con essi” (DV 21). Quando siamo seduti in chiesa e ascoltiamo leggere la Parola di Dio, ogni volta, si realizza questo: il Padre parla con noi! E se non riusciamo a prestare attenzione a ciò che ci viene detto rischiamo di perdere l’occasione di entrare in dialogo con lui. Ecco quindi che entrando in chiesa si dovrebbe fare lo sforzo di scollegarsi da tutte le parole che si ascoltano fuori e cercare di focalizzarsi invece su ciò che Dio ha da dire a noi. L’importanza della Sacra Scrittura letta in chiesa durante la messa non sta solo nella possibilità di un incontro con Dio fatto di parole lette e ascoltate, ma è anche il tempo giusto per trovare il nutrimento per la nostra fede. Se io ho fiducia in Dio, nella sua opera e nel suo amore per me questa fiducia ha
però bisogno di crescere. Così avviene con gli amici. Solo frequentando coloro che ho scelto come i “migliori” tra le persone che conosco, solo stando con loro e accettando le loro parole verso di me, posso far crescere, nutrire e maturare il rapporto di amicizia, che come dice la Bibbia sono un vero e proprio tesoro (cfr. Sir 6). Allo stesso modo ascoltando con perseveranza la Parola di Dio posso imparare a conoscerlo e continuare ad avere il desiderio di stare con lui. 


3.   La professione della nostra fede


Dopo le letture, il sacerdote che celebra per noi la messa fa l’omelia, che è una breve spiegazione dei brani biblici che abbiamo ascoltato. Fa questo perché le letture sono state scelte secondo dei criteri particolari e una volta proclamate insieme una dopo l’altra, può succedere che perdiamo dei particolari interessanti o dei dettagli utili alla comprensione. Così il sacerdote raccoglie tutto quello che i testi ascoltati trasmettono e li consegna a noi in forma di spiegazione.
Poi arriva un momento particolare, in cui si sta in piedi e tutti insieme diciamo un lungo testo chiamato Credo o professione di fede. Questo testo che è stato composto molti secoli fa è un piccolo riassunto di tutto ciò in cui noi cattolici crediamo. Per questo si capisce quanto è importante perché in poche parole riporta alla nostra memoria tutta la storia della salvezza cioè tutto ciò che Dio ha fatto per noi e per cui noi crediamo.
La fede infatti è principalmente un suo dono, perché “è impossibile credere senza la grazia e gli aiuti interiori dello Spirito Santo” (CCC 154). Ma se riceviamo un dono, bisogna anche reagire al dono che ci viene fatto e quindi nel credere c’è ogni singolo uomo che compie, per sua volontà, l’atto di credere in ciò che Dio ci manifesta e sceglie di “aderire alle verità da lui rivelate” (CCC 154).
Consegna delle chiavi, Cappella Sistina in Vaticano, Perugino, 1481-1482
Ma posso credere da solo? Singolarmente il credente compie l’atto di credere, infatti quando in chiesa si fa la professione di fede, si dice “Credo!”, io credo. In chiesa durante la messa domenicale non si è soli, ogni fedele è circondato da tanti altri credenti che nello stesso momento e con le stesse intenzioni dicono all’unisono “Credo!”. Quindi tutti quelli che sono in chiesa, anzi tutti coloro che la domenica, nelle altre chiese del mondo, fanno la professione di fede, pronunciano tutti lo stesso Credo, perché tutti hanno “un solo corpo e un solo spirito, come una sola è la speranza alla quale siete stati chiamati, quella della vostra vocazione; un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo.
Un solo Dio e Padre di tutti, che è al di sopra di tutti, opera per mezzo di tutti ed è presente in tutti” (Ef 4,4-6).
Tutto questo è possibile perché abbiamo ricevuto il Battesimo, che è il fondamento di tutta la vita cristiana, la porta d'ingresso alla vita spirituale e la porta che apre l'accesso agli altri sacramenti” (CCC 1213). Ed è ovvio che quando siamo dinnanzi ad una porta aperta siamo invitati a non rimanere sulla soglia, quindi a prendere una decisione, varcando la soglia oppure rimanendo fuori. Professare la fede significa quindi continuamente ribadire il nostro desiderio di attraversare quella porta per andare incontro con le buone opere al Cristo perché 

il Battesimo è per così dire il ponte che Egli ha costruito tra sé e noi, la strada per la quale si rende a noi accessibile; è l'arcobaleno divino sulla nostra vita, la promessa del grande sì di Dio, la porta della speranza e, nello stesso tempo, il segno che ci indica il cammino da percorrere in modo attivo e gioioso per incontrarlo e sentirci da Lui amati” (Benedetto XVI 11-1-2009).

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