sabato 8 aprile 2017

Il triduo pasquale. Lettura complementare del Messale Romano e del Cerimoniale dei Vescovi / 1


Con il sopraggiungere della Settimana Santa e della grande celebrazione del Triduo Pasquale ogni anno ritornano dubbi e perplessità sul corretto funzionamento delle liturgie pasquali. In base a quanto pubblicato a cura dell’Ufficio delle Celebrazioni Liturgiche del Sommo Pontefice circa la scelta di integrare le lacune presenti nel Missale Romanum con l’applicazione del Caeremoniale Episcoporum, desideriamo riprendere alcune idee basilari e fornire alcuni esempi che speriamo possano essere utili per l’organizzazione e corretta celebrazione dei riti della santa e grande settimana.
Si parte innanzi tutto dal desiderio di chiarire perché per una messa celebrata da un presbitero ci si debba riferire al codice normativo delle rubriche per le messe episcopali. Il testo curato dall’Ufficio delle Celebrazioni cui abbiamo fatto riferimento afferma che

È giusto infatti presumere, come vincolanti, le disposizioni normative più dettagliate che il Cæremoniale Episcoporum (= CE, editio typica, reimpressio emendata del 2008) impartisce riguardo alla Missa stationalis, la Celebrazione eucaristica presieduta dal Vescovo diocesano alla presenza del suo presbiterio e degli altri ministri, con la partecipazione del popolo di Dio. Il fondamento legittimo di tale praesumptio risiede nel fatto che la Messa officiata dal Vescovo diocesano nella propria diocesi, speciale epifania della cattolicità della Chiesa particolare (cf. Sacrosanctum Concilium[= SC] n. 41), per risplendere di nobile semplicità (cf. SC n. 34) deve manifestare una peculiare esemplarità celebrativa, costituendo così un modello a cui le altre Liturgie eucaristiche che si celebrano in diocesi possano ispirarsi (cf. Benedetto XVI, Sacramentum Caritatis, n. 39).

In base a questo principio si ritiene giusto e doveroso riferirsi al CE2008 proprio per mantenere un criterio di unità e di oggettività. La creatività liturgica, che tanta parte ha avuto nella discussione e nella riforma della liturgia, correndo i rischi che sant’Agostino stesso denunciava (ovvero quelli di incappare in creatività di qualità scadente, mediocre nel contenuto e in grado di palesare solo ignoranza teologica), è e rimane un’opportunità preziosa da seguire quando prescritta sia dal MR2008 sia dal CE2008. Una possibilità che se motivata e fondata da studio ed esperienza non fa che arricchire la celebrazione. Ma riteniamo che questo sia uno degli aspetti che rendono il MR2008 e tutte le sue edizioni precedenti, edite dopo il Concilio Vaticano II, un testo liturgico molto esigente. In ciò si coglie facilmente il problema di una creatività che se concerne solo la fantasia e l’estro dei celebranti, senza un’adeguata preparazione, senza le basi di una visione intera dell’attuale liturgia romana e senza una solida base teologica, rischia di condurre a uno snaturamento dei signa sensibilia.

Riteniamo in questa sede di dover rettificare un principio valido. Seppure il Cerimoniale del Vescovi si stagli nel panorama liturgico come un testo di riferimento per colmare lacune dispositive del Messale, la sua natura è sempre quella di un testo che deve regolamentare la liturgia episcopale. Quindi se alcuni elementi delle celebrazioni sono chiariti dall’uso episcopale per il criterio di esemplarità celebrativa della liturgia stazionale del Vescovo diocesano, si deve comunque evitare di estendere alle celebrazioni presbiterali riti, gesti o parole che siano propri della celebrazione presieduta dal vescovo. Non ci si riferisce ovviamente alla presenza o meno delle insegne, di per sé concesse anche a presbiteri in alcuni casi rari oppure, per estensione, alle celebrazioni abbaziali, ma in modo particolare a elementi caratteristici della liturgia episcopale come si può ben vedere nel caso del triduo.
Andando per ordine intendiamo presentare sotto questi aspetti e in base ai principi esposti sopra alcuni doverosi interventi derivati dal CE2008 per colmare le lacune del MR2008.[1]

Giovedì santo – Cena Domini


È bene ricordare che l’impianto del CE non è quello di un mero manuale di rubriche ma per ogni aspetto della liturgia episcopale espone anche il sostrato teologico che nel culto si esprime. Mentre il MR è più laconico, il CE indulge ad elencare brevemente gli aspetti principali della celebrazione della Cena Domini

Con questa messa, celebrata nelle ore vespertine del giovedì della settimana santa, la Chiesa inizia il sacro triduo pasquale, e intende commemorare quell’ultima cena nella quale il Signore Gesù, nella notte in cui veniva tradito, amando fino alla fine i suoi che erano nel mondo, offrì a Dio Padre il proprio corpo e il proprio sangue sotto le specie del pane e del vino e li diede agli apostoli perché se ne nutrissero e ordinò loro e ai loro successori nel sacerdozio di offrirli. Con questa messa dunque si fa memoria della istituzione dell’eucaristia, o memoriale della pasqua del Signore, con la quale si rende perennemente presente tra di noi sotto i segni del sacramento il sacrificio della nuova alleanza; si fa ugualmente memoria della istituzione del sacerdozio con il quale si rende presente nel mondo la missione e il sacrificio di Cristo; infine si fa memoria dell’amore con cui il Signore ci ha amati fino alla morte. Il vescovo si preoccupi di proporre opportunamente ai fedeli tutte queste verità mediante il ministero della parola, affinché possano penetrare più profondamente con la loro pietà in così grandi mi- steri e possano viverli più intensamente nella vita concreta.

Con queste indicazioni il CE ricorda che la sera del Giovedì santo con la Messa inizia il triduo pasquale. In essa si commemora annualmente la cena del Signore e il suo sacrificio per gli uomini, l’istituzione dell’Eucaristia e dell’istituzione del sacerdozio ministeriale. All’ultimo il CE pone l’accento sull’amore del Signore nel compiere il suo sacrificio pro nostra omniumque salute.
Nel MR1983 al n. 15 del formulario della messa vespertina del Giovedì santo nella sezione intitolata “Reposizione del santissimo Sacramento” (p. 143) si dice:

Dopo l’orazione, il sacerdote, in piedi, dinnanzi all’altare, pone l’incenso nel turibolo e incensa per tre volte il Santissimo Sacramento, quindi indossato il velo omerale, prende la pisside e la ricopre con il velo.

Evidentemente per la celebrazione presbiterale è previsto un solo turibolo. In quella del vescovo a partire da ciò che si deve preparare in più per la Messa si elenca invece un secondo turibolo. Oltre al turibolo si devono preparare candele e torce, di cui il MR1983 non parla. In questo caso abbiamo non solo una lacuna (il MR1983 non parla di candele e torce se non dei candelieri per la processione verso il luogo della reposizione, n. 16) ma anche una diversità tra la messa stazionale e quella presbiterale. In questo caso potrebbe sorgere un interrogativo: “Il doppio turibolo, come nel caso della processione del Corpus Domini (che da questa processione ha la sua origine e fonte) è un’esclusiva del vescovo? Cioè si può ritenere un dettaglio riservato alla celebrazione da lui presieduta?”. Tenendo conto che l’uso di due turiboli e delle candele per la processione verso il luogo della reposizione sono elementi di omaggio e onore per il Santissimo Sacramento e non per il vescovo, seppure si tratti di dettagli “di apparato” riteniamo che dove è possibile possano essere parte integrante di una processione anche presieduta dal presbitero.
Inoltre si ricorda che, a differenza di quanto detto nell’Ordinamento Generale del Messale Romano, rivisto nel 2000 (n. 276), secondo cui l’incenso è sempre previsto ad libitum, ovvero a volontà, per il Giovedì santo esso è obbligatorio, «il sacerdote pone l’incenso nel turibolo (n. 15) […] Apre la processione il crocifero; si portano le candele accese e l’incenso (n.16) il sacerdote pone l’incenso nel turibolo e incensa in ginocchio il Santissimo Sacramento (n.17)». Ne deriva che per la processione il turibolo ci deve essere e questo costituisce, in funzione del CE, un minimum che non deve essere disatteso, mentre il secondo turibolo è un maximum che non deve essere superato; si ritiene quindi che un secondo turibolo per la processione, dove è possibile, sia ad libitum qualcosa da estendere alla celebrazione presbiterale perché erga Sanctissimum e non propter Episcopum. Per la lacuna sulle candele e le torce per la processione, in base a quanto esposto sopra, sono da considerare utilizzabili anche nella celebrazione presbiterale, in base a CE2008, 307 che completa MR1983 descrivendo l’ordine della processione:

Si forma la processione che, attraverso la chiesa, accompagna il Sacramento al luogo della riposizione, preparato in una cappella. Precede l’accolito con la croce, accompagnato dagli accoliti che recano i candelabri con i ceri accesi; seguono il clero, i diaconi, i concelebranti, il ministro che porta il pastorale del vescovo, due ministri con i turiboli fumiganti, il vescovo che porta il Sacramento, un poco indietro i due diaconi che lo assistono, quindi i ministri che prestano servizio per il libro e la mitra. Tutti tengono in mano la candela, e attorno al Sacramento vengono recate torce. Frattanto si canta l’inno: Pange, Lingua (eccetto le due ultime strofe) o un altro canto eucaristico, secondo le consuetudini locali.

Eccetto le parti riservate al vescovo, in particolare per le insegne, si sottolinea solo il fatto che la processione non ha i ministranti del turibolo all’inizio della processione ma subito davanti al celebrante che reca la pisside coperta dal velo e che tutti i ministri che intervengono alla processione e hanno le mani libere portano una candela accesa. 
Nel MR2008, alla stregua di quanto detto in CE2008, compare invece l'indicazione delle torce per la processione del Santissimo verso il luogo della reposizione. Nella lunga rubrica 38 è stato definito meglio ciò che non compare nel MR1983: 


Instruitur processio, qua defertur Ss.mum Sacramentum cum intorticiis et incenso per ecclesiam ad locum repositionis, paratum in aliqua ecclesiale parte del in a liquo sacello convenienter ornato. Praecedit minister laicus cum croce medius inter alios duos cum cereis accensis. Sequuntur alii candela accensas gestantes. Ante sacerdotem deferentem Ss. Sacramentum, procedit thuriferarius cum thuribolo fumiganti.

Dal momento in cui si provvede a tre edizioni successive dello stesso Messale ci si sarebbe aspettati di non trovare più lacune nel Messale poi da integrare con il Cerimoniale (editi entrambi in edizione typica nel 2008). In questa rubrica si delinea meglio la processione che avviene in chiesa per raggiungere il luogo della reposizione con il crocifero, i ceroferari, gli altri ministri presenti con le candele o torce accese, questa volta indicate, ma si parla di un solo turiferario che precede il sacerdote con la pisside in mano. Allora qui o si considera in senso stretto la rubrica per cui per il Santissimo in processione è previsto un solo turibolo nel rito presbiterale e due per quello episcopale, inserendo così una distinzione di "apparato" per certi versi incocepibile perché il secondo turibolo sarebbe propter Episcopum e non erga Sanctissimum, o si consta che permane un'incongruenza da leggere alla luce del CE2008 come indicato sopra, per cui si estende l'uso del doppio turibolo nonostante il MR2008, anche al rito presbiterale senza considerarlo esclusiva del rito episcopale perché considerato anche qui modello di celebrazione.

Un altro dettaglio riguarda la pisside. Giunti al luogo della reposizione il MR1983 dice che il sacerdote «depone la pisside» ma non si specifica dove. Il CE2008 afferma che la pisside si depone sull’altare (dando per scontato che nel luogo della reposizione ci sia, supposizione che sempre più spesso non corrisponde a realtà anche nelle cattedrali) e depone la pisside direttamente nel tabernacolo aperto, ciò che ormai deve considerararsi la forma più diffusa soprattutto nelle chiese in cui il luogo della eposizione non prevede nessun altare.

Cum pervenerit ad locum depositionis, Episcopus diacono pyxim tradit, qui eam deponit super altare aut in tabernaculo, cuius porta aperta manet.[2]

Invece nella rubrica 39 del MR2008 si legge: 


Sacerdos, adiuvante si opus sit diacono, deponit pyxidem in tabernaculo, cuius porta aperta manet

Quindi il riferimento a un altare, peraltro presente nella rubrica precedente è sparito e rimane un unica possibilità che prevede la deposizione della pisside solo ed esclusivamente nel tabernacolo che rimane con la porta aperta. Quindi salta il gesto di incensare la pisside sull'altare per poi disporla nel tabernacolo e chiuderne la porticina.

Per la benedizione dell’incenso ricordiamo che l’Ordinamento Generale del Messale Romano, dopo la revisione, al n. 278 stabilisce: 



Sacerdos, cum incensum ponit in thuribulum, illud benedicit signo crucis, nihil dicens - Il sacerdote quando mette l’incenso nel turibolo lo benedice tracciando un segno di croce, senza nulla dire

Nel caso del Giovedì santo il Messale afferma che il sacerdote impone solamente l’incenso, e non dice nulla sulla sua benedizione, mentre il CE2008, 306 dice che il vescovo infonde e benedice l’incenso. È chiaro che sia OGMR 278 e CE2008, 306 parlano di infusione e benedizione dell’incenso.
Riteniamo sia comunque bene ricordare che il CE1600 nel Liber I, de ordine et modo imponendi thus, dopo aver ricordato, come l’attuale CE, che l’incenso deve produrre un buon odore
[3] (e quindi che l’incenso sia buono è un dettaglio prescritto dal CE), più avanti dispone che

Si Sanctissimum Sacramentum super altare espositum sit, semper ab Episcopo, vel alio celebrante, genuflexo thurificandum est triplici ductu: quod si ipsum solum Sacramentum sit thurificandum, ut in principio, et fine processionis feria quinta, et sexta maioris hebdomadae et in festo eiusdem Sanctissimi Sacramenti, numquam debet ab Episcopo, neque ab alio thus benedici, sed simpliciter poni in thuribulum.[4]

Ne deriva che è sempre valida l’indicazione di OGMR 278 ma per il caso specifico del Giovedì santo e della benedizione dell’incenso è più verosimile che il MR1983 rispetti la prassi descritta in CE1600, 397  e che quindi la revisione del CE2008 non abbia tenuto conto della prassi di non benedire l’incenso davanti al Santissimo esposto o davanti alla pisside che si depone sull’altare dopo la comunione del Giovedì santo e della motivazione teologica per cui né il vescovo né un altro celebrante benedicono dinnanzi a Colui che è l’autore e il Signore della benedizione.
In MR2008, 311, n. 37 invece compare nuovamente, forse in modo inopportuno, la benedizione dell'incenso:


Oratione post Communionem dicta, sacerdos stans, imponit et benedicit incensum in thuribolo et genuflexus ter incensat SS.mum Sacramentum.

In margine aggiungiamo che né il CE2008 né il MR1983 fanno riferimento alcuno al conopeo della pisside. Dove non è tradizionalmente in uso si ricorda che non c’è nulla che lo prescrive e dove tradizionalmente è in uso si ricorda che non c’è nulla che lo vieta. Si ritiene però che in questo giorno particolare, sottolineare anche esteriormente la pisside con le ostie consacrate e che viene portata in processione coperta dal velo sia qualcosa che manifesta una cura e un amore particolare per tutto ciò che si celebra in questo giorno memoriale dell’istituzione dell’Eucaristia.

Duomo di Monreale, dettaglio. Ultima cena

Interessante notare che in base a quanto prescritto in MR2008, 312 n. 44 se nella chiesa in cui si celebra la Messa "in cena Domini" non ha luogo la celebrazione della passione la messa finisce more solito quindi con benedizione e congedo e il Santissimo si depone nel tabernacolo come sempre. Ne deriva che

1. O saltano la processione con l'incenso e le candele, la sosta al luogo della reposizione con Tantum ergo e Pange lingua


2. Oppure si fa la processione, si ripone il Santissimo nel tabernacolo, si da la benedizione e si fa il congedo come in tutte le messe. Ipotesi molto strana che crea più dubbi e incongruenze liturgiche e teologiche della precedente. 

Venerdì santo – in passione Domini


Come per il Giovedì santo “In cena Domini” così anche per la solenne celebrazione della passione ricordiamo quanto riportato dal CE2008

In questo giorno in cui «Cristo nostra pasqua è stato immolato», con effetto manifesto si sono compiute le cose che a lungo erano state promesse sotto misteriose prefigurazioni: che la vera vittima prendesse il posto della vittima che la indicava e con un solo sacrificio si portasse a compimento la differente molteplicità dei precedenti sacrifici. Infatti «l’opera della redenzione umana e della perfetta glorificazione di Dio, che ha il suo preludio nelle mirabili gesta divine operate nel popolo dell’Antico Testamento, è stata compiuta da Cristo Signore, specialmente per mezzo del mistero pasquale della sua beata passione, risurrezione da morte e gloriosa ascensione, mistero con il quale morendo ha distrutto la nostra morte e risorgendo ci ha ridonato la vita. Infatti dal costato di Cristo dormiente sulla croce è scaturito il mirabile sacramento di tutta la Chiesa». Infatti fissando lo sguardo sulla croce del suo Signore e sposo, la Chiesa commemora la propria nascita e la propria missione di estendere a tutte le genti i felici effetti della passione di Cristo che oggi celebra, rendendo grazie per così ineffabile dono.[5]

Il libro liturgico punta al centro della celebrazione e si focalizza sull’opera della redenzione compiuta nel mistero di passione e morte e risurrezione del Signore Gesù.

Per l’orario della celebrazione, sia il MR1983 che il CE2008 concordano sulle ore 15. Qualsiasi altro orario è una deroga prevista rispetto a ciò che i due libri liturgici esplicitamente prescrivono.

Secondo il MR1983, 145, n. 4 e CE2008, 315-316 le vesti liturgiche, si dall’inizio della celebrazione, sono quelle per la messa e le rivestono solo il celebrante che presiede e, se ci sono, i diaconi.[6] Alla lacuna del MR1983 sugli altri eventuali sacerdoti o ministri presenti il CE2008, 315 risponde quando indica di preparare albae vel aliae vestes legitimae adprobatae […] stolae rubrae pro presbyteris et diaconis qui Communionem recipiunt. Spesso nelle grandi parrocchie con la presenza di più sacerdoti o nelle parrocchie affidate agli ordini religiosi alla celebrazione prendono parte i sacerdoti del presbiterio o della comunità religiosa. Qui si ritiene utile distinguere che dove sono presenti i capitoli dei canonici o le comunità dei religiosi, la stola debba essere distribuita e indossata per la comunione direttamente sull’abito corale o sull’abito religioso. Nel caso generale del clero non si parla di talare e cotta ma solo di camice e stola. Quindi qui c’è l’eccezione al n.66 che prescrive la casula sul camice e sulla stola come presbyteri celebrantis vestis propria. Riteniamo allora eccessivo e fuori dal dettato liturgico provvedere alle casule per tutti i sacerdoti che intervengono alla celebrazione del Venerdì santo, perché chiaramente sia il Messale che il Cerimoniale prescrivono le vesti della messa solo per il Celebrante e per il diacono/i due diaconi che gli si associa. 

Per l’adorazione della croce si ricorda che il MR1983 non prevede nessun rito particolare che il sacerdote celebrante deve svolgere. Infatti egli dopo aver fatto l’ostensione della croce, quale pastore che mostra la strada al proprio gregge, si dirige davanti ad essa per adorarla con genuflessione o bacio (MR1983, 153, n. 18). Lo stesso numero 18 nell'editio typica III del Missale Romanum 2008 è stato riformulato così


Ad adorationem Crucis, primus accedit solus sacerdos celebrans, casula et calceamentis, pro opportunitate, depositis.

Quindi nei due Messali si riscontra una totale differenza. Mentre nella versione italiana non si allude a riti particolari per l'adorazione, in quella latina sono state estese al sacerdote le indicazioni rituali che erano rimaste descritte solo per la liturgia episcopale (CE2008, 322). Vero è che l'ultima riforma della Settimana Santa ultimamente in vigore con il Messale di Giovanni XXIII (ed. 1962) prevede che il sacerdote tolga i paramenti e rimanga in stola per ostensione e adorazione della croce. Quindi con le riforme del Messale fino all'edizione italiana del 1983 il sacerdote per l’adorazione della croce non toglie né la casula né tanto meno le scarpe.  Ora con la revisione del Missale Romanum ritorna la deposizione della casula e delle scarpe. Solo una nuova edizione italiana del Messale potrà stabilire un criterio per la Chiesa che è in Italia dando un valore a quel pro opportunitate che si trova nel testo rubricale.

Sull’uso del velo omerale notiamo che al di là della rubrica, per altro ambigua, “Appena il diacono ha deposto il Santissimo Sacramento sull’altare e ha scoperto la pisside” (MR1983, 158, n. 22)[7] il messale non ne parla. Riteniamo quindi necessario riferirsi a CE2008, 315 e 325 che indicano l’uso del velo omerale e delle candele per la processione che riporta il Santissimo dal luogo della reposizione all’altare della celebrazione. Inoltre il CE2008, 315 dice che il velo omerale può essere rosso o bianco. Nell’interpretare il linguaggio del MR si ricorda sempre che la prima indicazione è quella dal preferire e la seconda quella comunque permessa e valida.

 Nel MR2008 alla rubrica 22 stabilisce e puntualizza l'uso del velo omerale ma non ne indica il colore. Dopo la revisione del 2008 quindi un'ennesima lacuna da colmare con la lettura in sinossi del CE2008. Dice il Messale latino riveduto: 


Ipse sacerdos velo umerali assunpto reportat Ss. Sacramentum e loco repositionis, breviori via, ad altare dum omnes in silentio stant.

I fedeli quindi stanno in piedi, non in ginocchio (sic!) mentre il sacerdote, o il diacono, dal luogo della reposizione, riporta la pisside coperta con il velo omerale all'altare della celebrazione. 
Rebus sic stantibus si ritiene che l’uso da preferire sia quello del velo omerale rosso 

Basilica di san Marco, Venezia. Dettaglio. Crocifissione




[1] Per la comune utilità faremo riferimento qui e di seguito all’edizione italiana del Messale Romano del 1983 [=MR1983].
[2] CE2008, 308.
[3] «Materies autem, quae adhibentur, vel solum, et purum thus esse debet boni odoris» cfr. Caeremoniale Episcoporum. Editio Princeps 1600, ed. A.M. Triacca – M. Sodi (Monumenta Liturgica Concilii Tridentini 4), LEV, Città del Vaticano 2000, 379.
[4] CE1600, 397. 
[5] CE2008, 312.
[6] In merito aggiungiamo che per il vescovo le vesti previste per la messa comprendono anche la dalmatica, CE2008, 56; per i presbiteri e i diaconi nn. 66-67.
[7] Perché il verbo “scoprire” potrebbe riferirsi solo al fatto che il diacono toglie il coperchio che chiude la pisside.

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