giovedì 29 giugno 2017

Alcuni dettagli sulla festa dei santi Apostoli Pietro e Paolo


Tra le feste di origine romana si deve ricordare in particolar modo la venerazione annuale dei santi apostoli Pietro e Paolo.
Il celebre Cronografo filocaliano, una Depositio martyrum composta a Roma intorno al 336 è la testimonianza per due feste tipicamente romane, [1] il Natale e la festa dei santi apostoli Pietro e Paolo. La prima testimonianza della festa degli apostoli risale quindi al IV secolo. Dice la Depositio «III Kal. Iul. Petri in catacumbas et Pauli Ostiense, Tusco et Basso consulibus» cioè 29 giugno, festa di Pietro nelle catacombe [san Sebastiano] e Paolo sulla via Ostiense sotto i consoli Tusco e Basso. Questa notizia della Depositio è l’unica ad essere arricchita dall’indicazione temporale data dai nomi dei consoli sotto i quali avvenne la festa nel III secolo (258). Nonostante gli studi e le discussioni su questo dettaglio storico e sul perché sia presente nella Depositio martyrum, fermiamo l’attenzione sul fatto che se questa data è stata segnata sicuramente essa è legata a qualche avvenimento decisivo per poter essere così segnata sul calendario festivo della Chiesa di Roma che per la prima volta cita e ricorda i due apostoli insieme. A partire dal Sacramentario Veronese, in cui sono una ventina i formulari dedicati agli Apostoli, diventa usanza tipicamente romana dire Apostoli per riferirsi ai due patroni della città.[2] Anche il Liber Pontificalis edito da Duchesne e Vogel[3] ricorda il culto degli Apostoli ad catacumbas e che i loro corpi fossero nel mausoleo sulla via Appia e che per volere di papa Cornelio (251-253) dalle catacombe furono traslati nei rispettivi “trofei” di Gaio in Vaticano[4] e sulla via Ostiense.[5] Il Liber Pontificalis ricorda che durante il pontificato di papa Damaso gli Apostoli erano ricordati nei loro luoghi rispettivi. Nel V secolo il Martirologio Geronimiano ha un’egloga che ricorda la festa dei due apostoli nelle rispettive basiliche sempre al 29 giugno, Romae, via Aurelia, natale sanctorum apostolorum Petri et Pauli, Petri in Vaticano, Pauli via Ostiensi, utriusque in catacumbas, passi sub Nerone, Basso et Tusco consulibus.[6]

Per la storia dettagliata della controversa vicenda del culto degli apostoli rimandiamo a H. Brandenburg, Le prime chiese di Roma IV-VII secolo. L'inizio dell'architettura ecclesiastica occidentale (Monumenta vaticana selecta) Jaca Book-Musei Vaticani, Milano-Città del Vaticano 2013, 65-71.
Brevemente ricordiamo che il culto degli apostoli è segnato nell’Urbe in tre luoghi distinti e significativi, segno dell’importanza del culto loro tributato e delle crescenti tradizioni in loro onore. Innanzi tutto la memoria apostolorum è il titolo di tre basiliche che testimoniano tre tappe del culto degli apostoli Pietro e Paolo a Roma:

-      La basilica sull’Appia, poi di san Sebastiano
-      Il titulus apostolorum o titulus Eudoxiae, poi di san Pietro in Vincoli,
-      La basilica apostolorum, dopo i restauri del Rinascimento conosciuta come la basilica dei santi XII apostoli.

La Basilica apostolorum sulla via Appia

Prima che le basiliche costantiniane venissero erette a perpetua venerazione dei santi che con il sangue avevano bagnato il suolo di Roma e reso fecondo di nuovi cristiani e che ne custodiscono le preziose reliquie, il culto degli apostoli ha subito diverse mutazioni. Con l’incalzare delle persecuzioni di Decio (249-251) e di Valeriano (253-260) e la proibizione di quest’ultimo di celebrare il culto dei morti e di fare banchetti funebri e quindi con la proibizione di accedere alle tombe sotterranee i cristiani, ma anche i pagani per cui il culto dei morti era importante, si ritrovano impossibilitati a ricordare i propri defunti e i martiri della fede. Ma essendo i morti intoccabili e ricoperti di sacralità, comunque le loro tombe erano al sicuro perché non esisteva il pensiero della loro profanazione. La notizia dell’arresto e dell’uccisione di papa Sisto II, dei suoi diaconi e di numerosi fedeli durante le commemorazioni funebri nelle catacombe di Callisto e l’inaccessibilità alle tombe di Pietro e Paolo nei loro martyria spingono la comunità di Roma a prelevare i corpi santi (profanazione?) e portarli in un altro luogo comune, sempre fuori del pomerio, e raggiungibile in tranquillità (un altro luogo interdetto?). Il perché della memoria degli apostoli al secondo miglio della via Appia sembra risiedere negli Atti degli Apostoli apocrifi e nella tradizione comune che da vivi avessero risieduto in quelle zone, così come conferma anche un’iscrizione di papa Damaso che recita «hic habitasse prius sanctos conoscere debes».[7] Lo scavo archeologico sotto l’attuale basilica di san Sebastiano ha rivelato la modesta memoria con cortile, fontana e due piccoli porticati con panche. Il muro interno più grande del portico presenta un affresco di un giardino e sono riconoscibili circa seicento iscrizioni (in greco e latino) che invocano i santi apostoli e ricordano i refrigeria. La memoria è situata tra diverse costruzioni preesistenti tra cui un mausoleo pagano che conteneva quattro sarcofagi di cui uno decorato (Ganimede e l’aquila di Giove). Queste costruzioni permettono di risalire alla data della memoria che si sarebbe sviluppato tra il 239 e il 260, data che riporta all’indicazione del 258 presente nella Depositio martyrum filocaliana. La basilica fu costruita da Costantino nei primi anni del suo regno. Essa è costruita in opus listatum la stessa tecnica che si ritrova nelle costruzioni di Massenzio (palazzo e circo) che si trovano dall’altra parte della via Appia. Costantino dopo la vittoria a ponte Milvio e la morte di Massenzio avrebbe usufruito del cantiere già in loco e delle maestranze. Inoltre questi cantieri erano su terreni imperiali di cui venne quindi in possesso Costantino. La sua nuova basilica, orientata con la facciata a est, inglobò la memoria apostolorum e i mausolei ed edifici attigui, ricordiamo ancora pagani, per la costruzione di un nuovo tempio ancora riconoscibile nelle sue proporzioni nonostante i rifacimenti barocchi voluti da Scipione Borghese nel 1608. Ricorda il Righetti[8] che ancora diversi studiosi negano che i corpi degli apostoli siano stati uniti nella basilica apostolorum. Dato l’interdetto imperiale e la venerazione pagana per i defunti le tombe, seppur di due condannati dall’impero, erano al sicuro. La loro traslazione, cioè l’apertura dei loro sepolcri per prendere i corpi santi dai martyria vaticano e ostiense e portarli, lontano dagli occhi dell’imperatore, in un altro mausoleo per il culto e i refrigeria, vicino ad altri mausolei pagani, in terreno di proprietà imperiale sembra essere in contrasto sia con la mentalità pagana che con quella cristiana. Dato per vero che i corpi degli apostoli non siano mai stati deposti ad catacumbas rimane da spiegare perché le fonti ne parlano, perché il popolo vi si recasse per i refrigeria (vedi le iscrizioni latine sulle pareti del triclia della memoria)[9] e perché Costantino abbia scelto di costruirvi sopra una nuova basilica (una committenza imperiale certamente onerosa).  Con la costruzione delle Basilica costantiniana di san Pietro e della Basilica Ostiense, finalmente nel V secolo cessò la commemorazione ad catacumbas  e gli apostoli cominciano a essere celebrati e invocati separatamente nelle rispettive basiliche.[10] Ne è testimone il Sacramentario di Padova che, a differenza del Ve e del GeV, assegna la vigilia per i santi apostoli e poi assegna un formulario per san Pietro III kalendas iulii (sezione CXXIIII, nn. 543-547) e uno per san Paolo Pridie kalendas Iulii (sezione CXXV, nn. 548-550).


Titulus apostolorum o titulus Eudoxiae

Il culto dei santi diventa anche urbano con reliquie particolari che ne ricordano il martirio, per esempio le catene di Pietro e Paolo. Tra le costruzioni imperiali occupa un posto di rilievo la basilica di san Pietro in Vincoli. L’attuale edificio si trova in quello che era il centro amministrativo dell’impero e vicino al popoloso quartiere della Suburra. Per la storia dell’edificio[11] ricordiamo che a partire dalla dedica agli apostoli di Sisto III (432-440), presente in una trascrizione medievale in controfacciata,

       Haec Petri Paulique simul nunc  nomine signo
Xixtus apostolicae sedis honore fruens.
Unum, quaeso, pares unum duo sumite munus
Unus honor celebret, quos habet una fides

si riconoscono sotto i restauri rinascimentali e barocchi, il nucleo della basilica sistina e le vestigia di un antico edificio del IV secolo ancora visibile nella controfacciata (piano del finestrato e cinque oblò), dentro il timpano esterno e sulle mura laterali (undici di quattordici finestre murate). Questo antico edificio sfrutta costruzioni preesistenti di età imperiale. Inoltre sotto Sisto III è il presbitero Filippo che si occupa del cantiere della costruzione della nuova basilica. Egli firmando gli atti del Concilio di Efeso risulta come presbyter ecclesiae apostolorum. Il titulus apostolorum emerge anche dagli atti firmati del sinodo romano del 499. Anche in un sinodo del 595 la chiesa è nominata titulus sanctorum apostolorum o semplicemente titulus apostolorum. In una lettera di san Gregorio Magno la chiesa è indicata con il riferimento alla sua fondazione imperiale con titulus Eudoxiae dal nome della figlia di Teodosio II e moglie di Valentiniano III. Per dimensione e posizione la chiesa si sarebbe distinta nel IV secolo proprio come fondazione imperiale coeva agli interventi di Galla Placidia in san Paolo e di Valentiniano III al Laterano e in san Paolo. Almeno fino al VI secolo il titolo della basilica rimane quello degli apostoli anche se già si fa strada, in funzione delle insigni reliquie delle catene di Pietro, già testimoniate nella basilica sistina e nella basilica eudossiana precedente, il nuovo nome di basilica ad vincula sancti Petri. In funzione di questo la basilica gradualmente passera ad essere riferita al solo Pietro[12] anche se, sia la basilica eudossiana del IV sec., sia quella sistina del V sec. abbiano mantenuto la stessa dedica ai due corifei degli apostoli.
La basilica dei santi XII apostoli

Tra le fondazioni papali si trova la basilica costruita sui resti della basilica Iulii iuxta forum Traiani.[13] La basilica è quella iniziata da papa Pelagio I (556-561) e finita da Giovanni III (561-574) in seguito alla distruzione nel 410 con il sacco di Roma di Alarico, della precedente basilica papale che custodisce la memoria degli apostoli Filippo e Giacomo. Come per la precedente costruzione, anche per l’edificio papale sono indicative le firme degli atti sinodali o conciliari dei presbiteri titolari. Dopo il VI sec. essa appare nominata con il titolo dei XII apostoli, segno ormai chiaro dell’affermarsi dell’antico culto cumulativo degli apostoli come testimoniato dal Sacramentarium Veronese che pone un formulario per gli apostoli (sezione XXVIII, nn. 377-379) o come si trova nel Sacramentarium Gelasianum vetus (sezione XXXVI in octabas apostolorum. Pridie nonas Iulias nn. 946-949). Nel Medioevo, come testimonia uno scritto di Adriano I a Carlo Magno era detta semplicemente basilica apostolorum. 




[1] P. Jounel, Le culte des saints dans les basiliques du Latran et du Vatican au XIIe siècle, Ecole Française, Rome 1977.

[2] V. Saxer, Le culte des apôtres Pierre et Paul dans les plus vieux formulaires romains de la messe du 29 juin. Recherches sur la thématique des sections XV-XVI du sacramentaire Léonien ("Studi di antichità cristiana" 28), Pontificio Istituto Archeologia Cristiana, Città del Vaticano 1969.

[3] Le Liber Pontificalis. Texte, introduction et commentaire, 3 voll., edd. L. Duchesne-C. Vogel, E. de Boccard, Paris 1955-1957.

[4]Una modesta sepoltura sulla quale, cent’anni dopo il martirio dell’Apostolo, fu costruita una piccola edicola funeraria ricordata dal presbitero Gaio alla fine del II secolo, come riferisce puntualmente lo storico Eusebio di Cesarea (Storia Ecclesiastica, 2, 25, 6-7). Quell’edicola, generalmente chiamata “Trofeo di Gaio”, indicò ai primi cristiani la tomba di Pietro che già prima di Costantino fu meta di devoti pellegrinaggi, testimoniati dai numerosi graffiti latini tracciati su una parete intonacata e dipinta di un ambiente destinato al culto in prossimità dell’edicola (“muro G”). In particolare su un piccolo frammento di intonaco (cm 3,2 x 5,8), proveniente dal cosiddetto “muro rosso” sul quale si addossò l’edicola, vennero incise le seguenti lettere greche: PETR[...] ENI[...]. Il graffito è stato interpretato con la frase “Pétr[os] enì” (= Pietro è qui), oppure, sempre nella prospettiva della presenza di Pietro, con un’invocazione a lui rivolta: “Pétr[os] en i[réne]” (= Pietro in pace). Il “Trofeo di Gaio”, che sopravvive nella “nicchia dei Palli” all’interno della Confessione Vaticana, fu racchiuso dall’imperatore Costantino in una teca marmorea ricordata da Eusebio di Cesarea come “uno splendido sepolcro davanti alla città, un sepolcro al quale accorrono, come ad un grande santuario e tempio di Dio, innumerevoli schiere da ogni parte dell’impero romano” (Teofania, 47). Sul monumento-sepolcro di Costantino si edificarono in seguito, con significativa continuità, l’altare di Gregorio Magno (590-604), l’altare di Callisto II (1123) e infine, nel 1594, l’altare di Clemente VIII, successivamente coperto dal baldacchino del Bernini sotto la grandiosa cupola michelangiolesca”, cfr. http://www.vatican.va/various/basiliche/san_pietro/it/necropoli/tomba.htm.
[5]A 1,37 m. sotto l’attuale Altare Papale, una lastra di marmo (2,12 m. x 1,27 m.) porta l’iscrizione PAULO APOSTOLO MART. Essa è composta da diversi pezzi. Quello che porta il nome PAULO è munito di tre orifizi, uno rotondo e due quadrati. L’orifizio rotondo, che non altera l’iscrizione, è senza dubbio contemporaneo; esso è raccordato ad una piccola conduttura collegata alla tomba e ricorda l’uso romano, in seguito cristiano, di versare dei profumi nelle tombe. Questa lastra del IV - V secolo è verosimilmente testimone di un culto anteriore alla grande costruzione del 386. È sopra un sarcofago massiccio di 2,55 m. di lunghezza per 1,25 m. di larghezza e 0,97 m. di altezza che furono elevati gli “Altari della Confessione” successivi. Nel corso di recenti lavori è stata praticata una larga finestra sotto l’Altare Papale, per permettere ai fedeli di poter vedere la Tomba dell’Apostolo”, http://www.vatican.va/various/basiliche/san_paolo/it/basilica/tomba.htm
[6] Un culto degli apostoli qui distinto in tre stazioni liturgiche, cfr. M. Righetti, Manuale di storia liturgica 2. L’anno liturgico. Il Breviario, Ancora, Milano 2005, 451 e in particolare 452-460.
[7] Devi sapere che un tempo qui vissero i santi, cfr. H. Brandenburg, Le prime chiese di Roma IV-VII secolo. L'inizio dell'architettura ecclesiastica occidentale (Monumenta vaticana selecta) Jaca Book-Musei Vaticani, Milano-Città del Vaticano 2013, 69.
[8] Righetti, Manuale di storia liturgica 2, 459.
[9] Ibid.
[10] A. Chavasse, «Les fétes de St-Pierre et St-Paul au VIIe-VIIIe siècles», EL 74 (1960) 166-167.
[11] Brandenburg, Le prime chiese di Roma, 207-211.
[12] Il Sacramentario Gregoriano di Padova ha la messa per san Pietro ad vincula, sezione CXXVIII II nonas Iulii in octava apostolorum ad vincula, nn. 557-560. Lo stesso vale per il Sacramentario Gregoriano Adrianeo che riporta la distinzione delle messe (sezione 129 III kalendas Iulias id est XXVIIII die mensis Iunii natale sancti Petri, nn. 594-603; sezione 130 Pridie kalendas Iulias id est XXX die mensis Iunii natale sancti Pauli) e la messa nella basilica sistina (sezione 131 In octabas apostolorum ad sanctum Petrum, nn. 607-609).
[13] Brandenburg, Le prime chiese di Roma, 233.

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