venerdì 4 agosto 2017

Le vesti dei concelebranti


Dall'ultimo libro edito sulla concelebrazione, Tymister M., La concelebrazione eucaristica. Storia. Questioni teologiche. Rito (BEL.S 182. Liturgica opera prima 13), CLV-Edizioni Liturgiche, Roma 2017, ringraziando il prof. Markus Tymister per le sue spiegazioni, traggo questo frammento teologico ed "estetico".

Si stabilisce che i concelebranti debbano indossare i paramenti sacerdotali del colore della messa. Se ciò non è possibile, ai concelebranti – tranne nelle messe esequiali – si dà il permesso di utilizzare sempre paramenti bianchi, mentre il celebrante principale prende i paramenti del colore della messa (n° 12). In questo punto si avverte uno sviluppo: la seconda istruzione per l’applicazione della costituzione liturgica Tres abhinc annos nel 1967 concedeva ai concelebranti di rinunciare all’uso della casula per ragioni di un certo peso, p. es. quando mancano i paramenti per un numero elevato di concelebranti.[1] Nel 2004 la Congregazione del culto divino restringe nuovamente la concessione ed esorta, nelle situazioni in cui un grande afflusso di concelebranti è prevedibile, di provvedere in merito ai paramenti.[2]

Dal 1967 ad oggi sono mutate le condizioni di produzione dei paramenti. Ad oggi con una spesa ragionevole si possono acquistare vesti dignitose e di numero sufficiente per evitare messe "colorate" in cui tutti vestono il bianco e il celebrante principale mantiene il colore del giorno, quasi che il bianco fosse, e non lo è, un colore neutro che va bene per tutto. Interessante notare che per i funerali (a questo punto anche per le messe funebri di anniversario) non è consentito usare vesti liturgiche di colori differenti. In questo senso la Redemptionis sacramentum del 2004 segna un passaggio importante sulla strada di una maggiore dignità delle nostre celebrazioni.

Nel testo l'Autore prosegue dicendo:


Aggiungiamo che in funzione dell’espressività del linguaggio visivo, vesti liturgiche uguali per tutti i concelebranti sottolineano il concetto di unità. Dall’altra parte non bisogna dimenticare che solo uno è il celebrante principale che rappresenta per la chiesa riunita Cristo come capo del suo corpo mistico. Ciò suggerisce la necessità di una distinzione tra celebrante principale, che non è semplicemente uno tra uguali, e concelebranti. Questa distinzione dovrebbe riflettersi anche nell’uso delle vesti liturgiche. Se tutti portano tutti i paramenti sacerdotali, al celebrante principale spettano dei paramenti più solenni o in altro modo distinti. Il desiderio che tutti i concelebranti indossino tutti i paramenti quas sumere tenentur, cum Missam soli celebrant è probabilmente dovuto all’idea che ciascuno dei concelebranti celebri la messa.

L’importante è anche qui – a parte il ruolo distinto del celebrante principale – l’unità del presbiterio concelebrante. Una distinzione tra concelebranti di ‘prima classe’, cioè rivistiti interamente delle vesti sacerdotali per la messa e di ‘seconda classe’, senza casula o pianeta ma solo con il camice e la stola, non manifesta per niente questa unità. Distinzioni meramente umane tra clero appartenente alla gerarchia della diocesi (canonici, curiali, consultori, ecc.) e presbiteri semplici non dovrebbero trovare posto nella liturgia.
Qui mi sembra opportuno ricordare l'importanza del celebrante principale e la distinzione che ne deriva. Come più volte ho avuto modo di ricordare la distinzione nelle vesti liturgiche del celebrante, come ben illustrato qui dal prof. Tymister, non è erga presbyterum vel episcopum sed propter Christum! Non si riveste il celebrante principale in funzione di una sua importanza nella Chiesa, o meglio non lo si distingue per ragioni del tutto umane, di privilegio o di semplice dignità nella chiesa universale o particolare, il celebrante principale merita onore e distinzione, anche per la preziosità e l'ornato di tutte le vesti liturgiche perché «il celebrante principale […] rappresenta per la chiesa riunita Cristo come capo del suo corpo mistico». Si tratta quindi non di estetismo ma di atto di fede nella persona di Colui che è presente tramite i suoi ministri. E dove la distinzione non c'è o le vesti non sono curate e dignitose per la loro corrispondenza al mistero altissimo che si celebra, non c'è solo sciatteria, menefreghismo e pressapochismo ma anche una defezione nell'atto di fede.

In funzione di questo: 

Il celebrante principale compie tutti i gesti e recita tutte le preghiere se non è stabilito diversamente nel rito. I concelebranti fanno e dicono soltanto ciò che è indicato espressamente nelle rubriche (n° 13 e 14). Il Messale Romano del 1970 poi preciserà che i concelebranti recitino sottovoce le parti comuni delle preghiere affinché si senta chiaramente la voce del celebrante principale. In questo modo il popolo intenderà più facilmente il testo.[3]
Secondo quanto accennato in precedenza, il senso teologico della concelebrazione, come si esprime in un solo presbiterio che concelebra con il suo vescovo, in un’assemblea che partecipa attivamente e con ordine alla sinassi e quando possibile con un solo calice, così anche le vesti liturgiche richiedono una riflessione e una scelta di metodo dalle quali traspaia questo senso. Oltre alle vesti del celebrante principale, di cui abbiamo già detto, i camici, le casule, le stole, e nel caso dei concelebranti vescovi anche le mitre, devono essere confezionate in numero sufficiente in base alle necessità e secondo la stessa foggia (modello, stoffa, tonalità di colore e decorazione) proprio per ribadire a livello visivo e non verbale ciò che la celebrazione eucaristica manifesta e la chiesa chiede che sia visibile. Superficialità stilistiche o estetiche su questo punto manifestano non superiorità ma negligenza.
Non si tratta quindi solo di andare in una bottega di vesti liturgiche, significa inserirsi nel solco grande dell'estetica liturgica, del senso stesso della sartoria liturgica che segue tradizioni, principi guida e idee teologiche ben precise. La scelta per le vesti deve essere, soprattutto oggi in questa società così attenta al visibil parlare, attenta, rigorosa, ponderata ed esteticamente rilevante perché da ciò che si vede si possa capire, come in tutto il culto, ciò che si crede. Lo ricordava anche papa Francesco, nella messa crismale del 28 marzo 2013 dicendo tra le altre cose: 


Le vesti sacre del Sommo Sacerdote sono ricche di simbolismi; uno di essi è quello dei nomi dei figli di Israele impressi sopra le pietre di onice che adornavano le spalle dell’efod dal quale proviene la nostra attuale casula: sei sopra la pietra della spalla destra e sei sopra quella della spalla sinistra (cfr Es 28, 6-14). Anche nel pettorale erano incisi i nomi delle dodici tribù d’Israele (cfr Es 28,21). Ciò significa che il sacerdote celebra caricandosi sulle spalle il popolo a lui affidato e portando i suoi nomi incisi nel cuore. Quando ci rivestiamo con la nostra umile casula può farci bene sentire sopra le spalle e nel cuore il peso e il volto del nostro popolo fedele, dei nostri santi e dei nostri martiri, che in questo tempo sono tanti!.
Dalla bellezza di quanto è liturgico, che non è semplice ornamento e gusto per i drappi, bensì presenza della gloria del nostro Dio che risplende nel suo popolo vivo e confortato

Dalle parole citate ci si rende subito conto che la tanto lodata concelebrazione, nella prassi annuale di una parrocchia o di una diocesi - escluse ovviamente le concelebrazioni papali che sono una questione a parte già affrontata da molti compreso il nostro Autore -  risultano di solito scadenti dal punto di vista del gusto liturgico, cioè del sapere, del sapore che le nostre liturgie trasmettono, e anche dal punto di vista teologico. Paramenti scadenti, sporchi, diversi, di taglio non adatto all'azione sacra che si sta svolgendo sono tutti elementi che fanno della concelebrazione un spettacolo spesso non consono. Inoltre, come si nota nelle celebrazioni che raccolgono un gran numero di sacerdoti e vescovi, vedere distinzioni di casule per "autorità" o esponenti della gerarchia ecclesiastica sottolinea una diminutio per i principi di unità che stanno dietro la concelebrazione (OGMR 199)

Alle parole chiarissime dell'Autore aggiungiamo, in ordine pratico, che nelle concelebrazioni di rito romano, i vescovi hanno quasi del tutto perso l'uso della mitra bianca o simplex (CE n. 60), relegata dal senso comune alla celebrazione dei funerali, mentre è l'elemento delle vesti liturgiche, tra l'altro il più semplice e nobile, che se indossato da tutti i vescovi denota immediatamente un senso di unità e serve da solo a distinguere senza necessità di altro.

Prima del Concilio e poi nuovamente con Giovanni Paolo II, il modello di uniformità era dato dai cardinali, tutti dotati della tradizionale mitra detta della "pigna" per il caratteristico ed esclusivo ornato del damasco di confezione. 


La foggia alta della mitra bianca cardinalizia, da indossare in tutte le celebrazioni papali e nei tempi e riti che la prevedevano (Quaresima e funerali...) ha ceduto il passo alla foggia più bassa, di ispirazione medievale riportata in auge durante il pontificato di Giovanni Paolo II.
Dal pontificato di Benedetto XVI ad oggi invece le mitre cardinalizie hanno seguito,nella confezione, un'altra evoluzione e diversi cambiamenti tanto da creare visivamente una frammentazione nelle concelebrazioni cardinalizie per cui molti esponenti del Collegio Cardinalizio indossano le mitre nuove, qualcuno le mitre più basse del pontificato di Giovanni Paolo e alcuni ancora le mitre più alte in uso prima del Concilio.


Può sembrare una disquisizione banale, ma proprio in questi dettagli si riscontra un deficit di ciò che il Concilio stesso ha determinato e che si ritrova nell'OGMR. 




[1] Sacra Congregatio Rituum, «Instructio altera ad exsecutionem Constitutionis de sacra Liturgia recte ordinandam Tres abhinc annos (4 maii 1967)» 27, AAS 59 (1967) 448: “Accedente tamen gravi causa, v. gr. frequentiore concelebrantium numero et deficientia sacrorum paramentorum, concelebrantes, excepto semper celebrante principali, omittere possunt casulam, numquam vero albam cum stola”.
[2] Congregatio pro Cultu Divino, «Redemptionis sacramentum» 124, 584.
[3] Missale Romanum ex decreto Sacrosancto Oecumenici Concilii Vaticani II instauratum auctoritate Pauli PP. VI promulgatum, Institutio generalis 170, ed. typica, Città del Vaticano 1970, 59-60. La disposizione è di carattere pratico, la problematica, invece, ha una connotazione piuttosto teologica. Per la discussione del problema sottostante rimandiamo al commento al rito della concelebrazione inserito nel messale, vedi sotto cap. 5.2.1.6.3 a p. 173.

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