domenica 24 dicembre 2017

La Calenda di Natale. Il Natale nel Martirologio Romano

Giovanni Pisano, Annunciazione,
Museo dell'Opera del Duomo, Siena
Il culto del Natale è una miniera di aspetti storici e liturgici, concentrati in un numero consistente di feste. Qui desideriamo volgere brevemente lo sguardo alla calenda del giorno di Natale, tratta dal Martyrologium Romanum.[1] Purtroppo il canto della kalenda è stato recuperato solo di recente e non dovunque. Il nostro intento è quello di presentare la tradizione del Natale concentrandoci sui dati liturgici che fanno della calenda una pietra preziosa nel più vasto “monile” delle liturgie natalizie. 
Al centro della festa del Natale e dei testi eucologici dei formulari c’è l’unico grande mistero dell’incarnazione, il verbum caro factum al pronunciamento del quale ci si metteva in ginocchio e che con il nuovo ordinamento delle letture costituisce il fulcro della liturgia della Parola del Natale. Circa il prologo del Vangelo di Giovanni (1, 1-18), Ratzinger scriveva:

Si tratta di un testo mirabile, che offre una sintesi vertiginosa di tutta la fede cristiana. Parte dall’alto: "In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio" (Gv 1,1); ed ecco la novità inaudita e umanamente inconcepibile: "Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi" (Gv 1,14a). Non è una figura retorica, ma un’esperienza vissuta! A riferirla è Giovanni, testimone oculare: "Noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come del Figlio unigenito che viene dal Padre, pieno di grazia e di verità" (Gv 1,14b). Non è la parola dotta di un rabbino o di un dottore della legge, ma la testimonianza appassionata di un umile pescatore che, attratto giovane da Gesù di Nazareth, nei tre anni di vita comune con Lui e con gli altri apostoli ne sperimentò l’amore – tanto da autodefinirsi "il discepolo che Gesù amava" –, lo vide morire in croce e apparire risorto, e ricevette poi con gli altri il suo Spirito. Da tutta questa esperienza, meditata nel suo cuore, Giovanni trasse un’intima certezza: Gesù è la Sapienza di Dio incarnata, è la sua Parola eterna fattasi uomo mortale.[2] 
Il Martirologio è il catalogo/calendario della santità della Chiesa cattolica, l’elenco che conserva giorno per giorno la memoria dei testimoni e discepoli di Cristo secondo i mesi e i giorni del calendario civile (gennaio-dicembre).

Perché questa vertigine del numero, il voler enumerare quotidianamente coloro che ci hanno preceduto nella fede?

Paolo risponde a questa domanda quando afferma: In lui – Cristo  ci ha scelti prima della creazione del mondo per essere santi e immacolati di fronte a lui nella carità” (Ef 1,4). La santità nella Chiesa è in Christo![3] E forse dovremmo ricordare, anzi è bene ricordare ogni giorno che la santità non è questione di moda, non è frutto del solo impegno personale, ma nelle vicende quotidiane è essere in lui, in Christo, magister et exemplar,[4] e non solo nel suo cammino di gloria ma anche nel solco dei suoi misteri, come nella nascita anche nella morte, per poi accedere alla gloria della risurrezione, perché «dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto: grazia su grazia» (Gv 1,16).[5]
Giovanni Pisano, Natività,
Museo dell'Opera del Duomo, Siena
I martirologi antichi nascono nell’alveo dei monasteri, dei conventi, delle diocesi e ultimamente è un libro liturgico ufficiale con la riforma di Trento (Martyrologium Romanum 1584) e del Concilio Vaticano II.[6] Si trattava, da Girolamo in poi, di un libro memoriale, spesso nei manoscritti monastici legato all’obituario; per monasteri e case religiose era un “libro di famiglia” di quella immensa schiera di santi e di sante che alimentano il carisma di un ordine con la loro conformazione a Cristo, esempio e modello di quelli che sono riusciti a conquistare la “corona”, sprone e testimonianza per coloro che sono ancora “in corsa”. Da secoli quindi il Martirologio è di uso tradizionale nelle famiglie religiose, e in particolare in quelle monastiche, nei capitoli clericali e nelle associazioni laicali (confraternite, terz’ordine).[7] Secondo le rubriche, il Martirologio aveva luogo in Choro nel canto di Prima: 

«Lectio Martyrologii, quae praeceptive quidem fit in Choro et laudabiliter extra Chorum, agitur quotidie ad Primam ante versum Pretiosa, tribus exceptis diebus ante Pascha in quibus omittitur».[8]

Nella fisionomia delle regole per l’applicazione del Martirologio ci sono due suggestioni. La prima è il tempo. Infatti l’elogio del giorno deve essere contestualizzato nel nostro tempo e per far questo, almeno dalla prima edizione del 1584, si usa inserire l’esperienza di fede dei santi nel kairos tramite il numero Aureo che indica la posizione di un determinato anno all’interno di un ciclo lunare di 19 anni (ciclo di Metone, astronomo del sec. V a. C.); l’epatta che è l’età della luna (giorno della fase lunare), espressa in trentesimi di lunazione, al 1° gennaio dell’anno considerato;[9] la lettera del Martirologio che è una lettera legata all’Epatta, assegnata a ogni anno e consente di sapere in modo pratico e veloce l’età della luna in quel determinato giorno dell’anno, usando la tabella premessa agli elogi quotidiani.

Leggere il Martirologio significa inserirlo in quel grande fiume di hodie che anima l’intera liturgia (orientale e occidentale) un oggi che acquista senso proprio in Cristo. 
Le caratteristiche tecniche, ampiamente spiegate nella prima parte del Martyrologium Romanum del 1584 e oggi ormai dominio di pochi esperti astronomi, storici e non solo, sanno di antiquato quando programmi e applicazioni permettono di stilare e organizzare il proprio calendario annuale in pochi minuti e senza conoscenze specifiche. C’è anche da dire che fuori dal mondo rurale o di naturalisti i riferimenti alle fasi della luna interessano l’uomo moderno, cittadino e modernizzato, in una misura veramente irrilevante. Eppure noi continuiamo a leggere il Martirologio e a riferirci al calendario luni-solare, come avviene per stabilire la data annuale della Pasqua, finché sarà lasciata con data mobile, perché


La sua vita terrena [di Cristo] è entrata nell’eternità e in tal modo è correlata ad ogni ora del tempo redento dal suo sacrificio... Nel credente si compie un mistero ineffabile: Cristo che è ‘lassù’, ‘assiso alla destra del Padre’ (Col 3,1), è anche ‘in’ quest’uomo, con la pienezza della sua redenzione; poiché in ogni cristiano si compie di nuovo la vita di Cristo, la sua crescita, la sua maturità, la sua passione, morte e risurrezione, che ne costituisce la vera vita”
(R. Guardini, Il testamento di Gesù, Milano 1993, 141).
La seconda suggestione è quella dell’annuncio perché l’elogio del giorno «Dicitur autem semper praecedenti die lectio illa […] eiusdem sequentis diei».[10] Leggere il giorno precedente le notizie di quello seguente[11] ha una tale fisionomia perché orienta chi celebra a predisporre gli animi di tutti alla memoria o festa del giorno successivo e ha il carattere di una ricordo che la Chiesa tiene vivo di tutti coloro che ci hanno preceduto sulla via della santità, proposti di giorno in giorno come modelli. Come il κρυξ greco o l’araldo medievale precedeva le autorità con funzioni di banditore e/o messaggero, annesse alla sua carica di pubblico ufficiale, così la liturgia del Martirologio precede la schiera dei santi per presentarli alla Chiesa di oggi.  

Oltre agli elogi dei martiri e dei santi, ci sono quelli propri delle feste dell’anno liturgico, Elogia pro celebrationibus mobilius contenuti in una sezione a parte[12] e gli elogi propri delle feste, inseriti all’inizio del giorno corrispondente nel calendario.

Il più usato e conosciuto è quello di Natale che gradualmente è stato ripreso dai pastori e ripresentato in vario modo nelle celebrazioni anche grazie al suo riutilizzo nelle Messe presiedute dal papa nella notte di Natale.[13] Questo elogio, dopo la proclamazione della “luna”,[14] presenta un elenco di date che dalla creazione ripercorrono a tappe tutta la storia della salvezza in una tensione che contestualizza la nascita del Salvatore proponendo una gradualità continua che conduce al culmine dell’elogio: «Natale di nostro Signore Gesù Cristo secondo la carne».

Nell’elogio attuale non esistono rubriche legate a questo stico ma nella codificazione tridentina, come per ogni riferimento all’Incarnazione, il testo era cantato mentre tutti genuflettevano.[15]
Inoltre lo stico Nativitas Domini nostri era ed è cantato, nella sola versione latina, con un tono diverso da quello consueto dell’elogio (tonus lectionis) ovvero con la melodia con cui si proclama l’inizio delle Passiones della Domenica della Palme e del Venerdì santo[16] sicché il tempo di Natale trova qui il suo vincolo ideale con il mistero pasquale perché l’annuncio della nascita è dato con le stesse note con cui si proclama il passio nella settimana santa.[17]

Considerando il canto non un elemento di ornato ma essenziale alla stessa natura della liturgia che si celebra, ricordiamo che la calenda è per sua natura in cantu[18] condizione che permette di rispettare il legame tra nascita e passione di Cristo come dimostra la notazione gregoriana.[19]


Arnolfo di Cambio, Natività,  Museo Storico della Basilica papale di santa Maria Maggiore

Notiamo infine che oltre a trovare diversi sussidi e spiegazioni della calenda nel mondo dell’interrete, anche i foglietti delle messe domenicali, nelle loro numerose edizioni disponibili, offrono il testo della calenda, sicuramente non per occupare spazio sul materiale stampato ma per offrire ai pastori un mezzo affinché i fedeli possano seguire il testo del canto. In questo senso non ci si dovrebbe più esimere da inserire la calenda nella veglia che precede la celebrazione eucaristica notturna.
Giovanni Pisano, Adorazione dei Magi
Museo dell'Opera del Duomo, Siena
Tra le forme pubbliche a cui più volte ho partecipato, ricordo la tradizione della liturgia propria della Basilica Vaticana che il 24 dicembre prevedeva per i canonici, riuniti nella Cappella del Coro per il canto dell’ufficiatura e della Messa del giorno, il canto della calenda. Una tradizione che rispecchiava l’in Choro della codificazione tridentina e manteneva una consuetudine secolare. Pastoralmente poco adatta, rimane però un esempio sia per gli altri capitoli cattedrali che per le diverse famiglie religiose. Ciò che facilita il canto della calenda dopo l’ufficiatura,[20] o al termine delle veglie, liturgiche o pseudo liturgiche che si realizzano la notte del 24 dicembre, è che nella struttura riformata dopo il Concilio Vaticano II l’elogio è concepito per essere proclamato sia dentro che fuori la Liturgia delle ore. Avvertire i fedeli dell’annuncio della nascita del Salvatore e permettere loro di attingere a un’antica tradizione della Chiesa consente di rivalutare il tempo che si vive nella liturgia soprattutto in una messa cui ancora oggi partecipa molta parte del popolo di Dio che non segue assiduamente o costantemente la liturgia della domenica. Una messa “ritenuta” tradizionale richiede che ogni dettaglio sia curato per rispetto di tutti coloro che accedono alla chiesa per rifocillarsi. E così anche questo dettaglio richiede di non essere dimenticato e se messo in opera, di essere rispettato nella sua natura e struttura.




[1] Ci sono state due edizioni typicae, quella del 2001 e quella del 2004, cui facciamo riferimento, e un’edizione italiana del 2004: Martyrologium Romanum ex Decreto sacrosancti œcumenici Concilii Vaticani II instauratum auctoritate Ioannis Pauli pp. II promulgatum, Typis Vaticanis, Città del Vaticano 2004 e Martirologio Romano riformato a norma dei decreti del Concilio ecumenico Vaticano II e promulgato da papa Giovanni Paolo II, ed. Conferenza Episcopale Italiana, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2004.
[2] Angelus, 4.01.2009.
[3] Benedetto XVI, Udienza generale, 13.04.2011: «Perciò, tutta l’esistenza cristiana conosce un’unica suprema legge, quella che san Paolo esprime in una formula che ricorre in tutti i suoi scritti: in Cristo Gesù. La santità, la pienezza della vita cristiana non consiste nel compiere imprese straordinarie, ma nell’unirsi a Cristo, nel vivere i suoi misteri, nel fare nostri i suoi atteggiamenti, i suoi pensieri, i suoi comportamenti. La misura della santità è data dalla statura che Cristo raggiunge in noi, da quanto, con la forza dello Spirito Santo, modelliamo tutta la nostra vita sulla sua. È l’essere conformi a Gesù, come afferma san Paolo: “Quelli che egli da sempre ha conosciuto, li ha predestinati a essere conformi all’immagine del Figlio suo” (Rm 8,29). E sant’Agostino esclama: “Viva sarà la mia vita tutta piena di Te” (Confessioni, 10,28). Il Concilio Vaticano II, nella Costituzione sulla Chiesa, parla con chiarezza della chiamata universale alla santità, affermando che nessuno ne è escluso: “Nei vari generi di vita e nelle varie professioni un’unica santità è praticata da tutti coloro che sono mossi dallo Spirito di Dio e … seguono Cristo povero, umile e carico della croce, per meritare di essere partecipi della sua gloria” (n. 41)».
[4] MartRom2004, n. 4.
[5] Ibid.: «Magister et exemplar Dominus Iesus Christus, Dei Filius, qui cum Patre et Spiritu “solus sanctus” celebratur, et omnis sanctitais fons est et virtutum origo, sanctitem vitae, cuius ipse et auctor et consummator exstat, omnibus et singulis discipulis praedicavit: “Estote ergo vos perfecti sicut et Pater vester caelestis perfectus est”».
[6] Cfr. V. Saxer, Santi e culto dei santi nei martirologi (Collectanea 14), Centro Italiano di Studi sull'alto medioevo, Spoleto 2001. Il Martirologio romano. Teologia, liturgia, santità. Atti della I giornata di studio nell'anniversario della "Sacrosanctum Concilium", ed. Congregazione per il Culto divino e la disciplina dei Sacramenti (Spiritus et sponsa 1), LEV, Città del Vaticano 2005. M. Sodi, Testimoni del Risorto. Martiri e santi di ieri e di oggi nel martirologio romano (Studi religiosi), Edizioni Messaggero, Padova 2006.
[7] Cantato dopo l’ora di prima o nel “capitolo” dei monaci, dei frati o del clero secolare. Cfr. anche la Conferenza stampa del nuovo Martirologio Romano, http://www.vatican.va/roman_curia/congregations/ccdds/documents/rc_con_ccdds_doc_20011002_conf-martirologio_it.html [ultimo accesso 31-8-2017].
[8] Martyrlogium Romanum. Reimpressio integra textus officialis cum emendationibus et variationibus usque ad Concilium Œcumenicum Vaticanum II convocatum effectis necnon nova introductione aucta, edd. C. Johnson-A. Ward (BEL.S 97; ILQ 5), CLV-Edizioni Liturgiche, Roma 1998, XCVII.
[9] Le Epatte sono usate per trovare la data del calendario lunare a partire dalla data nel comune calendario solare.
[10] Martyrlogium Romanum. Reimpressio, XCVII.
[11] MartRom2004, n. 36: «Elogia Sanctorum alicuius diei semper praecedenti die leguntur».
[12] MartRom2004, nn. 1-16.
[13] Il fatto che l’Ufficio delle celebrazioni liturgiche del Sommo Pontefice abbia voluto utilizzare nuovamente la calenda di Natale, alla fine della veglia e prima dell’inizio della messa in nocte a partire dal 24 dicembredel 1987 ha fatto serpeggiare l’idea errata che essa sia un privilegio delle Messe del papa. La storia del Martyrologium e il suo utilizzo testimoniano invece una tradizione differente. È quindi lodevole la scelta di quei pastori, che in ossequio alla tradizione liturgica, hanno conservato o reintrodotto il canto della calenda del 25 dicembre.
[14] Si tratta del giorno lunare dell’anno in corso. Come altri elementi del Martirologio (epacta, lettera domenicale, ecc.) la luna deve essere determinata ogni anno con un valore numerico identificabile, grazie all’Ordo missae completo o ai calendari universali, e deve essere proclamato in base alle indicazioni numeriche e alfabetiche presenti all’inizio di ogni giorno liturgico dopo la dichiarazione della data, espressa in latino ancora secondo il metodo romano; per esempio il 25 dicembre è «VIII kalendas Ianuarii, luna». In italiano si usa il normale sistema di datazione civile.
[15] Martyrologium Romanum. Reimpressio, 322: «Novemque post conceptionem decursis mensibus – hic vox elevatur et omnes genua flectunt – in Bethlehem Judae nascitur ex Maria Virgine factus homo. Nativitas Domini nostri Iesu Christi, secundum carnem».
[16] «Passio Domini nostri Iesu Christi secundum». Cfr. Martyrologium Romanum. Reimpressio integra, CXXII-CXXIII e Passio Domini nostri Iesu Christi, ed. Congregatio pro Culto Divino, LEV, Città del Vaticano 1989, 99 [Dominica in palmis de passione Domini, anno A, tonus II].
[17] SC 112: «La tradizione musicale della Chiesa costituisce un patrimonio d'inestimabile valore, che eccelle tra le altre espressioni dell'arte, specialmente per il fatto che il canto sacro, unito alle parole, è parte necessaria ed integrante della liturgia solenne. Il canto sacro è stato lodato sia dalla sacra Scrittura, sia dai Padri, sia dai romani Pontefici; costoro recentemente, a cominciare da S. Pio X, hanno sottolineato con insistenza il compito ministeriale della musica sacra nel culto divino. Perciò la musica sacra sarà tanto più santa quanto più strettamente sarà unita all'azione liturgica, sia dando alla preghiera un'espressione più soave e favorendo l'unanimità, sia arricchendo di maggior solennità i riti sacri».
[18] MartRom2004 I, n. 9: «In vigilia Nativitatis Domini, post enuntiatum diem vicesimum quintum mensis decembris, annuntiatio sollemnis Nativitatis cantatur modo peculiari». Se l’elogio può essere quotidianamente letto, è evidente che qui il libro liturgico non lascia spazio a interpretazioni e assegna solo il canto particolare alla calenda di Natale.
[19] Ogni nuova composizione musicale dovrebbe tenere presente di questo aspetto trasformando in musica moderna ciò che è stato fatto con il gregoriano.
[20] Secondo le rubriche il canto del Martirologio può avvenire dentro o fuori la Liturgia delle ore. Nel primo caso dopo l’orazione delle Lodi, l’elogio si conclude con il versetto Pretiosa, può seguire la lettura della parola di Dio con la conclusione Verbum Domini e un’orazione pronunciata da chi presiede. Il tutto si conclude con benedizione propria del Martirologio e dimissio. Per la seconda forma il libro liturgico ricorda tre luoghi: in choro, in capitulo, ad mensam, quindi il refettorio. Per il resto la struttura rimane identica. Cfr. MartRom2004, Ordo lectionis martyrologii I, nn. 1-12 e II, 13-17.

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